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GYŌJI

La Prassi Assidua

 

 

Parte seconda

 

Bodhidharma[1] fu il primo Patriarca che giunse in Cina su istruzione di Prajñātara, il suo Maestro. Il viaggio per mare durò tre anni e, a causa della nebbia, del vento, del gelo e della neve, fu estremamente difficoltoso. Vento e nebbia ostacolavano la navi­ga­zione e la visibilità. La gente comune, tutta presa dal proprio corpo e dalla propria vita, non può neppure immaginare quanto coraggio fosse necessario per re­carsi in un paese sconosciuto.

Bodhidharma fece tutto ciò mosso da un grande e compas­sionevole desiderio di trasmettere il Dharma e liberare dall’illusione la gente. Questo fu un aspetto della sua prassi assidua reso possi­bile dal fatto che egli viveva costantemente nella Via del Buddha. Egli possedeva l’eterno mondo delle dieci direzioni,[2] nell’unica via di ve­rità. L’intero mondo delle dieci direzioni è noi stessi, e l’intero mondo delle dieci dire­zioni è le dieci direzioni del mondo. La totalità del nostro karma vivente è in rapporto col palazzo di Bodhidharma, dato che il suo risveglio gli consentì di vedere che anche il palazzo può essere considerato un dōjō.[3] Dunque, per salvare co­lo­ro che vivevano nell’illusione, egli andò dall’India alla Cina, senza alcun dubbio né paura.

Prima di lasciare la sua terra natale Bodhidharma si de­di­cò per qualche tempo ai preparativi. Attraversò il Mare Meridio­nale su una grande nave e raggiunse il Kōshū, in Cina. A bordo della nave c’erano probabilmente diversi monaci, anche se gli storici non ne fanno men­zione. Il 21 settembre 520, quando giunsero in porto, non conoscevano nessuno, di lì. Il go­vernatore del Kōshū, Shoku, inviò un messo per dar loro il ben­venuto e inviò, nel contempo, una missiva all’Impera­tore Butei.[4] L’imperatore, nel ricevere questa lettera fu molto felice e inviò, a sua volta, un messaggero a Bodhi­dharma, con una lettera di benvenuto. Questo accadde il 1° di no­vembre.  Fu così che Bodhidharma, primo Patriarca cinese, si recò a Kinko per incon­trare l’Imperatore Butei, di Ryō.

Butei gli chiese: “Da quando sono divenuto imperatore ho fatto costruire molti templi, ricopiare i sūtra, e mi sono preso cura dei monaci. Ho sempre sostenuto il Dharma del Buddha e non sono in grado di elencare tutte le cose che ho fatto. Che co­sa guada­gnerò da simili azioni?” “Nulla” rispose Bodhidharma. “Perché mai nulla?” gli chiese l’imperatore. E Bodhidharma ri­spose: “Ciò che tu hai fatto ha un piccolo merito. Le cose che mi hai elenca­to, alla fin fine, non pro­durranno altro che illu­sione poiché sono state fatte per conseguire un vantaggio per­sonale. Sono ombra piuttosto che forma. Sembra che ci sia qualche merito ma in realtà non ve n’è alcuno.”

L’imperatore chiese ancora: “Quali sono i veri meriti ine­renti le azioni devote e la prassi religiosa?” E Bodhidharma disse: “È necessario che si realizzi questa condizione: pura sag­gezza, pura li­bertà dai vincoli d’illusione e soffe­renza, li­bertà dall’attaccamento ai desideri personali.” L’imperatore chie­se ancora: “Qual è il punto essenziale del ri­sveglio?” Bodhi­dharma rispose: “Grande vacuità, nulla di santo.” Allora l’impe­ratore gli chiese: “Chi sei tu. Chi è din­nanzi a me?” Bo­dhidharma disse: “Non lo so.” L’imperatore non comprese la risposta e Bo­dhidharma vide che le loro menti non riuscivano a entrare in ar­monia, perciò il 19 di novembre partì di nascosto e si diresse a nord, attraverso il fiume Yang­tze.

Il 23 novembre giunse a Lo-yang. Si fermò poi al Tempio di Shōrinji, sul monte Sū, dove sedette in zazen giorno e notte, quieta­mente seduto di fronte ad un muro. L’Imperatore del Nord, Gutei, non conosceva il vero valore di Bodhidharma, né era sufficientemente saggio da vergognarsi di non conoscere quel volto. Bodhidharma, che proveniva dall’India meridionale, essendo il terzo principe di Kōshi era di stirpe reale. La Cina era un grande e antico paese, solidamente fondato e sviluppato. A volte coloro che provengono da piccole nazioni sono imba­razzati e confusi di fronte ad una società vasta e sviluppata ma Bodhi­dharma, il primo Patriarca, non provò una tale sensa­zione; egli non discriminava né stava la­sciando alcun paese o popolo.

In varie occasioni, Bodhiruci[5] e Koto Risshi[6] attaccarono Bo­dhidharma, ma egli non se ne curò. Anche se i cinesi lo considera­vano solo un comune insegnante dei sūtra e dell’abhidharma,[7] pos­siamo vedere da ciò come Bodhidharma non fosse un semplice stu­dioso. Essi erano sciocchi e superficiali nel pensare ciò; per di più ri­tenevano che il suo insegnamento promuovesse una setta i cui prin­cìpi erano simili alle altre dottrine derivate dall’abhidharma. In questo essi erano di mentalità ristretta e il­lusa.

Bodhidharma, il primo Patriarca cinese, era ventot­tesimo Patriarca nella linea di Śākyamuni.[8] Egli abbandonò il suo paese na­tale per venire a salvare la gente in Cina. Chi altri può essere parago­nato a lui? Se non fosse giunto fin qui dall’occi­dente, come avrebbero mai potuto le genti d’oriente ap­prendere il vero Dharma? La gente sa­rebbe rimasta in­vischiata in sciocche opinioni, ben lontana dal risveglio e dalla Via del Buddha.

Bodhidharma trasmise la vera Legge in lungo e in largo; il risultato è che possiamo studiare la vera Legge anche nelle zone di campagna. Oggi i contadini, vecchi e giovani, pos­sono imparare la vera Legge. Tutto ciò è possibile grazie alla prassi assidua di Bodhidharma e al suo viaggio at­traverso il mare dall’India alla Cina. L’India e la Cina sono molto diverse quanto a tradi­zio­ni, usanze, abi­tudini e costumi. In simili circostanze, per esse­re un grande maestro, un uomo deve possedere molta pa­zienza, compassione ed equanimità. Solo una simile persona può es­sere considerata un maestro.

Bodhidharma non aveva un luogo che potesse considerare il suo dōjō,[9] né un luogo in cui vivere, e neppure co­no­sceva qualcuno. Rimase per nove anni nel tempio di Shōrinji, sul monte Sū, sedendo in zazen; perciò la gente lo chiamava: “Il brahmāno che sta davanti al muro.” Gli storici hanno affer­mato che Bodhidharma apparteneva alla scuola Shūzen,[10] ma non era così. L’Occhio e il Tesoro della Vera Legge, che fu tra­smesso dal Buddha al Patriarca, passò soltanto attraverso Pa­triarchi come Bodhi­dharma.

Il Rinkan-roku,[11] afferma che Bodhidharma andò alle terre di Ryo e alle terre di Gi, dove si fermò  nel tempio di Shōrinji, sul monte Sūzan. Egli continuò a sedere in zazen, seduto di fronte ad un muro. Questo è diverso dal sedere in zazen allo scopo di ottenere il ri­sveglio.

La maggior parte della gente non riusciva a compren­de­re perché egli si limitasse a concentrarsi sullo zazen, e rite­neva che il suo zazen fosse solo un aspetto della prassi bud­dhistica. Perciò si chiede­vano perché questo asceta si concentrasse soltanto sullo zazen. Perciò alcuni storici hanno scritto che Bo­dhidharma si addestrava nello Shūzen, ritenendo che il suo Zen, che era il vivente Dharma del Buddha, non fosse altro che cenere. Tuttavia, i Patriarchi che trasmet­tono il corretto Dharma non si fondano sulle opinioni degli storici. Essi puntano alla pura concentrazione e non si discostano mai dallo zazen. È come lo yin e lo yang della geo­manzia.[12]

Quando l’Imperatore Butei di Ryō vide per la prima volta Bodhidharma, gli chiese: “Quale è il punto essenziale del risveglio?” Bodhidharma rispose: “La grande vacuità, nulla di san­to.” A queste parole l’imperatore chiese: “Chi sei tu che stai dinnanzi a me?” Bodhidharma rispose: “Non lo so.” Bodhidharma com­prese allora che lui e l’imperatore non riuscivano a capirsi e si chiese perché fosse così. Come risultato, lasciò Ryō e si ritirò nel tempio di Shōrinji dove si concentrò solamente sul sedersi di fronte ad un muro. Questo non era Shūzen. Egli non aveva portato in Cina un solo sūtra ma aveva portato la corretta trasmissione del Dharma, anche se alcuni storici sostengono, senza ragione, che egli appartenesse alla scuola Shūzen. All’epoca in cui Bo­dhi­dharma si trovava sul monte Sū, molti non conoscevano la veri­tà ed erano simili a cani che latrano. Chi può veramente com­pren­dere Bodhidharma? Chi mai può rendersi conto della sua compassione e scorgere il suo vero rango? Se abbiamo una mente pura e sincera possiamo far sorgere la compassione di Bodhidharma, e vivere in conformità a on.[13] La grande compassione di Bodhidharma è superiore a quella dei genitori. La compassione dei Patriarchi, davvero non può essere paragonata all’amore tra genitori e figli.

Considerando quanto sia povero il nostro paese, a confronto con l’India e la Cina, vi è di che essere turbati. Non si vedono persone venerabili o sagge; nessuno manife­sta un certo sviluppo spirituale. Il livello spirituale della gente è basso e, da sempre, il Giappone non ha mai avuto qual­cuno che guidasse questo mondo profano. Non vi è mai stata un’epoca incorrotta e pacifica, e la gente non conosce il si­gnifi­cato di puro e impuro, né possiede alcuna chiara comprensione di nihei-sansai[14] e, tantomeno, dei movimenti di gogyo.[15] La ragione di questa stupidità sta, in primo luogo, nella mancanza di comprensione del significato di sūtra, di Buddha e Patriarchi, e nell’assenza di inse­gnanti che rivelino il senso dei sūtra stessi. Non ci sono stati inse­gnanti perché non ab­biamo neppure capito quanti fossero i volumi dei sūtra e quanti i ver­setti, e perché ci siamo limitati ad una superficiale com­prensione letterale dei testi. Rileggendo i vecchi sūtra e gli anti­chi testi, riusciremo a provare un sentimento di venerazione per l’insegnamento dei nostri predecessori. E se il nostro desi­derio di af­ferrare gli antichi insegnamenti è forte, leggendo i vecchi sūtra saremo in grado di coglierne il vero significato.

Gli Imperatori Koso della dinastia Han, e Taiso della dina­stia Wei, seppero chiarire i poemi che trattavano dell’astrologia e della geografia naturale. Chiarendo i sūtra, infatti, chiariamo il significato di “Grande uomo.” Non possedendo l’esperienza e l’influenza di un saggio impe­ratore, la gente non saprà come compor­tarsi né con lo stesso impera­tore, né con i propri genitori. La man­canza di un capace imperatore, sarebbe cosa ben triste tanto per l’imperatore stesso quanto per i ministri, i genitori e i figli.

Anche se possedessimo preziosi gioielli, li utilizzeremmo solo per scopi futili, e il tempo se ne volerebbe via inutilmente. Chiunque fosse nato in una simile famiglia non sareb­be in grado di raggiungere una qualsiasi posizione impor­tante e, anzi, neppure una posizione insignificante. Solo quando il paese è in uno stato di confusione coloro che nascono in famiglie povere raggiungono posizioni elevate; se invece il paese è tranquillo non si sente neppure parlare di simili cose. Perché mai la gente esita a studiare il retto Insegnamento del Buddha, pur  provenendo da un ambiente contadino o da una famiglia povera? Perché mai non ha la mente tanto aperta da cogliere che gli insegnamenti possono essere appresi indipendentemente dall’ambiente dal quale si proviene? Come è possibile rendere fruttuosa la propria vita essendo di vedute così ristrette?

Pur essendo saggi e di posizione elevata, per stu­dia­re il corretto Insegnamento del Buddha bisogna essere di mente aperta; e ciò è tanto più vero per le persone di umili ori­gini. Se siamo poveri e abbandoniamo la nostra vita a favore della Via del Buddha, ecco che questa nostra vita sarà più fe­conda di quella di qualsiasi essere celestiale, più nobile di quella di qualsi­voglia re della terra, più preziosa di quella degli dèi del cielo, nonché degli esseri senzienti dei tre mondi.[16]

Bodhidharma era il terzogenito del Re del Kōshi, nell’India meridionale. Le origini della sua famiglia si ricollegano all’imperatore dell’India. Il Giappone invece è un paese dell’Estremo Oriente, ben lontano dall’India. I suoi abitanti non sanno come comportarsi con persone del lignaggio di Bodhidharma. Qui non abbiamo squisiti profumi, né fiori, e non abbiamo zaniku[17] né splendidi palazzi. Il Giappone si trova ai margini dell’Estremo Oriente. Come potremmo conoscere il modo con cui si riceve un grande principe che proviene da un paese importante? E se anche avessimo imparato il giusto  com­portamento, probabilmente saremmo incerti su come si accudisce un simile principe. Il modo in cui si assiste un impe­ratore è diverso dal modo in cui si assiste un nobile. Secondo il genere di persona vi sono vari modi di prendersene cura. Noi non conosciamo queste differenze per via della no­stra ca­renza di nobiltà e della nostra mediocre virtù che non ci fornisce alcun parametro di comportamento. Se non sappiamo mantenere certe regole di comportamento, è necessario innanzi­tutto che si faccia chiarezza sulla propria mancanza di nobiltà e sulla propria mediocre virtù.

Bodhidharma, il primo Patriarca in Cina, era il ventot­tesimo Patriarca dopo il Buddha Śākyamuni. I suoi modi raf­fi­nati, frutto della sua nobile origine, divennero ancora più squisiti grazie alla prassi. Un simile grande e onorato saggio venne in Cina, senza curarsi della sua stessa vita, perché deside­rava tra­smettere il Dharma e salvare tutte le genti. Avanti l’arrivo del primo Patriarca, in Cina non c’era nessuno che trasmettesse il corretto Dharma, nessun Patriarca in grado di elargirlo. Dopo Bodhidharma, il primo Patriarca, nes­sun altro giunse in Cina a parte i suoi seguaci. Ciò equivale al fiore di udumbara. Dallo sbocciare di questo fiore dovrem­mo calcolare tremila anni. Tuttavia, non ci sarà mai più un Pa­triarca simile al primo Patriarca che venne dall’India.

Tra i cosiddetti seguaci e studenti del primo Patriarca, ve n’erano alcuni, studiosi dei sūtra e dell’abhidharma, che erano allo stesso livello di Bodhidharma ma che non avevano afferrato il Dharma; sono come quelle persone della dinastia Sung che rac­colsero pietre scambiandole per gioielli. Questo accadde grazie alla loro insufficiente comprensione e perché trascurarono di ascol­tare gli insegnamenti. Se in noi non c’è l’originario seme del risveglio, non possiamo dirci studenti della stirpe di Bodhidharma e re­stiamo imprigionati nell’illusione di un insegnamento che si ba­sa soltanto su nome e forma, e questo è veramente un peccato.

Dopo il 520, con l’arrivo di Bodhidharma e della trasmissione del vero Dharma del Buddha, c’era finalmente in Cina un vero maestro e non era perciò più necessario andare in India. Alcuni, tuttavia, continuavano a recarsi in India per cercare il Dharma. Perché? Era veramente sciocco da parte loro. Era il loro cattivo karma a condurli in India dove, alla fin fine, non fa­cevano altro che girare qua e là, diffamare il Dhar­ma, comporta­rsi male, e scordarsi  poco a poco del proprio Paese natale. Quale era, per costoro, il vantaggio di recarsi in India, dove passavano inutilmente il tempo a viaggiare per montagne e oceani? Se non investighiamo il vero significato del motivo per cui il Patriarca venne dall’India in Cina, non saremo in grado di chiarire il significato della trasmissione, ad oriente, del Dharma del Buddha.

Queste persone non l’avevano compreso e vagabondavano semplice­mente per l’India, affermando di essere alla ricerca del Dharma. Non posse­dendo la vera mente che cerca il Buddha, essi non erano, tuttavia, in grado di trovare il giusto maestro; tutt’al più poteva capitare loro di incontrare qualche erudito o studioso dei sūtra. Perché tutto questo? In In­dia vivevano dei veri maestri, ma essi non erano in grado di trovarli perché non possedevano la mente adeguata. Non abbia­mo mai sentito narrare di qualcuno che sia andato in In­dia e che abbia trovato un vero maestro. Vi furono casi del ge­nere? La storia non ne ricorda alcuno.

Anche dopo l’arrivo di Bodhidharma dall’occidente, molti erano quei monaci che si dedicavano esclusivamente allo studio dei sūtra e dell’abhidharma, senza cercare il giusto Dharma. Costoro leggevano frettolosamente i sūtra e l’abhi­dharma, senza mai coglierne l’essenza; un tale atteggiamento era frutto tanto del loro karma attuale quanto del loro fato prede­terminato. Era veramente triste per loro non poter udire la vera essenza del Buddha né vedere il retto Dharma. Non tro­van­doci viso a viso con la corretta trasmissione del Buddha, non usando una mente buddhistica né udendo gli insegnamenti dei Buddha, vivremo una triste vita. Simili persone erano nu­me­rose durante le dinastie Sui, Tang e Sung.

Possedendo la giusta capacità di comprendere gli insegnamenti del Buddha, tutti coloro che, per buona sorte, possiedono il seme della conoscenza origi­naria e diventano allievi, trascen­dono tutto il karma accumulato nel passato. Quelli che se ne stavano rinchiusi nelle proprie capanne a leggere i sūtra e l’abhidharma erano sciocchi; coloro invece che non detestavano né evitavano un severo addestramento, e che rispettavano la natura originaria di Bodhidharma, non esitavano né lesinavano gli sforzi per con­quistare la comprensione.

Il Maestro Zen Kyōgen[18] disse: “La maggior parte della gente pensa che tutti i nostri sforzi, progetti, sfide servano a noi stessi, ma non capisce che tutto questo non significa nulla; è inutile come polvere nel cimitero. Non dite che quelli dai capelli bianchi[19] non par­lano – sono proprio messaggeri del cielo.” Ecco perché qualsiasi genere di sfida, sforzo, e ambizione non sarà mai altro che una manciata di pol­vere nel cimitero.

Se siete solo un comune cittadino di un piccolo paese, può essere che abbiate molto a soffrire, o che, per dovere, dob­biate togliervi la vita. Questi sono casi tristi e pietosi per­ché an­che questo ge­nere di persone ha la capacità di cercare il retto Dharma. Se anche fossimo chiamati a donare la vita mille volte, ancora dovremmo perseverare nella ricerca del retto Dhar­ma. Non preoccupatevi per la possibilità di perdere la vita; con­centratevi piuttosto e investigate il retto Dharma del Buddha, senza angustiarvi sul modo in cui condurre la vita, né chieden­dovi se siete saggi o sciocchi. Pur desiderando vivere in conformità al retto Dharma, ciò non ci sarà possibile senza che la Legge sia presente nella no­stra società. Dovremmo sperare e pregare che il retto Dharma si manifesti ora. Se vediamo il retto Dharma, neppure la perdita della vita causerà rimpianto. Dovremmo vergogna­rci di non possedere una si­mile mente. Se passiamo la vita a ri­volgere grandi ringraziamenti ai Patriarchi, questa sarà la prassi assidua della nostra vita quotidiana. Non do­vremmo limitarci a pensare solo alla nostra piccola esistenza perso­nale.

Non cercate di aggrapparvi ai legami degli affetti mon­dani, questa sarebbe pura follia, e non attaccatevi alle idee sulla famiglia, che sono polvere; ricordate che non potrete stare per sempre con co­loro a cui siete affezionati. Anche se vi affe­zio­nate, non potrete vivere in eterno. Tutti i Buddha e i Patriar­chi del passato furono saggi e ab­bandonarono gioielli, giada, e per­fino i palazzi. Essi ritenevano che queste cose non valessero più dello sputo, o degli escrementi e, grazie alla compassione dei Bud­dha e dei Patriarchi, erano in grado di ricono­scere il vero e sacro affetto.

Considerate la sacralità del Dharma del Buddha e comprende­rete che tutti i legami rappresentati dagli affetti mondani non­ché dall’attaccamento alla famiglia, ai gioielli, ai palazzi, sono nulla. Anche la tartaruga e il passerotto possono possedere la retta mente buddhistica, come dimostra la storia del passerotto che regalò una for­tuna a quell’uomo che lo aveva aiutato.[20] È veramente un pec­cato che, pur possedendo la forma di un essere umano, possia­mo es­sere più stupidi di un passero o di una tartaruga; questo perché siamo privi di gratitu­dine e non conosciamo il vero e sacro affet­to. La nostra presenza nel Buddha e il fatto di udire il Dharma dovrebbero essere la sintesi della nostra prassi assidua e della compassione dei Buddha e dei Patriar­chi. Se i Buddha e  i Patriarchi non avessero mantenuto la tra­smis­sione da uno all’altro, non saremmo mai riusciti a vedere il Dharma. Perciò, do­vremmo essere grati per ogni sin­gola parola buddhistica, oltre che per il Dharma; di più, do­vremmo esser grati per il grande Dharma e per l’Occhio e il Tesoro della Vera Legge.

Rinunciate alla vostra vita per gli insegnamenti, per­ché que­sta è una buona scelta che vi porterà alla liberazione. Le prostrazioni e la venerazione sono intrinseche nella Via; do­vreb­bero perciò far parte della nostra vita quotidiana. Quando agia­mo in questo modo, gli dèi e i guardiani celestiali ci fanno posto tra di loro e non manchiamo di nulla.

In India, si narra di certe persone che vendettero ai brahmāni i teschi di coloro che avevano udito gli insegnamenti del Buddha, perché si credeva che portassero fortuna. Non potremo ricevere i meriti e le virtù che derivano dall’udire la Legge, se non abbandoniamo la nostra vita e il nostro corpo per la Via. Invece, se ascoltiamo il Dharma con spirito aperto, di­menticando il nostro corpo e la nostra vita, allora que­sto ascolto ci aiuterà a raggiungere la maturità. Quei teschi, apparte­nuti a persone che avevano studia­to la Via del Buddha, sono molto importanti. Se i nostri teschi fos­sero semplicemente abbandonati per strada o lasciati fuori al sole, chi mai vorrebbe acquistarli o prostrarsi ad es­si? Dovremmo rammaricarci, piuttosto, per quegli spiriti deboli che, non prestando ascolto agli insegnamenti del Buddha, di­vennero dèmoni che nutrono risentimento nei confronti delle proprie vite passate. Se prestiamo ascolto agli insegnamenti del Buddha, pos­siamo diventare esseri celestiali, prostrarci ed es­sere grati per le nostre vite passate. Presto i nostri corpi diver­ranno cenere e passeremo nel mondo successivo.

Riflettete su queste cose e non sarete troppo attaccati al vo­stro corpo. Le nostre lacrime sono le medesime lacrime di coloro che, in futuro, guarderanno alle nostre vite. Dobbiamo agire una prassi as­sidua basata sul corretto insegnamento del Dharma, se non vogliamo che le genti future provino ram­marico guardando le nostre ceneri. Dunque, anche se fa freddo, non fatevi spaven­tare dalla prassi e per­severate nel vostro addestramento assiduo. Un po’ di freddo non spezzerà mai una persona né interromperà la via della prassi. Simil­mente, non temete il caldo. Il caldo non spezzerà mai una persona né inter­romperà la via della prassi. È il non addestrarsi che spezza una persona e la Via.

Nutrirsi di grano o di verdure selvatiche è cosa preziosa, dunque non scimmiottate né imitate gli animali che si nutrono di sangue, né gli spiriti affamati che succhiano il sangue e il latte. Un giorno fondato sulla prassi assidua è un giorno del Buddha.

Taiso Eka, il secondo Patriarca cinese, ricevette il tito­lo di Grande Maestro Shōshū Fukaku. Egli era rispettato e venerato dagli dèi. Monaci e laici lo rispettavano perché la sua virtù era elevata ed era di­staccato dalle cose mondane. Prima dell’ordinazione, Eka vi­veva in una località tra Isui e Raksui, e leg­geva molte specie di libri. Egli raramente incontrava gente, e raramente la gente vide un uomo come lui. Egli aveva una comprensione molto sviluppata del Dharma del Bud­dha, ed era ricco di virtù.

Un giorno, un essere celestiale apparve innanzi a lui e gli disse: “Se desideri che il tuo studio, che dura da così tanto tempo, produca qualche risultato, perché te ne stai qui? La grande Via non è lontana: vai a sud.” Il giorno successivo Eka, fu assalito da un terribile mal di testa, come se qualcosa gli stesse trapassando il cranio e, mentre il suo Maestro Kozan Hōjō stava tentando di curarlo, una voce prove­niente dal cielo disse: “Tu stai cambiando cranio. Questo non è un dolore ordi­nario.” Quando Eka riferì al maestro ciò che aveva udito, questi si ac­corse che il suo cranio sembrava aver assunto la forma di cin­que montagne, e gli disse: “Questo segno annuncia che avrai for­tuna. La voce ti ha detto di andare a sud ed è perciò evidente che il grande Maestro Bodhidharma, che si trova a Shōrinji, sarà il tuo in­segnante.” Udite le parole del maestro, Eka si trasferì al Tempio di Shōrinji. L’essere celestiale gli disse che, grazie alla sua prassi assidua, egli aveva potuto udire quella voce.

La notte del 9 dicembre era tanto fredda che i nodi del bambù si spezzavano e, tra le montagne, la notte in­ver­nale era a malapena sopportabile, dal tanto intenso nevi­care. Sebbene quella notte la forte nevicata avesse coperto la terra e le montagne, il secondo Patriarca insisteva nel farsi strada tra la neve, perseverando nel suo cammino. Fu quello un viaggio estremamente difficile ma, alla fine, giunse là dove viveva Bodhi­dharma; non gli fu tuttavia permesso di entrare, né Bo­dhidharma gli prestò la minima attenzione. Eka se ne stette nella neve senza dormire, un po’ riposando e un po’ sedendo in zazen, fino all’alba. Nevicò tutta la notte; non ci fu alcuna tregua per lui e la neve gli giunse fino alla cintola. Sul suo volto, ininterrottamente, scorrevano lacrime che si trasformavano immediatamente in ghiaccio; gettando uno sguardo al suo abito, si accorse di essere completamente coperto di ghiaccio.

Guardando stupefatto i suoi vestiti, mentre le la­crime gli scorrevano lungo le guance, egli si disse: “Nei tempi antichi ci sono stati tanti esempi di persone che cercavano la Via. Alcuni estrassero il midollo dalle loro ossa, altri si scarnifi­carono e donarono il loro sangue all’affamato; ci fu anche chi adagiò i propri capelli nel fango per farne un sentiero per il Buddha, e chi donò il proprio corpo alle tigri della vallata, per salvarle dalla fame. In passato i ricer­catori di tale levatura furono numerosi. Perché dunque io non posso starmene qui, in questa fredda notte?” Questi pensieri gli furono d’incoraggiamento. I se­guaci della Via non dovrebbero mai dimenticare i pensieri del secondo Patriarca. Se li scordiamo anche solo per un momento, crolleremo.

Il secondo Patriarca cercò di rendere forte la sua mente pensando a questi esempi, senza curarsi della neve abbondante. In una simi­le gelida notte, anche il solo immaginare di stare fuori fino al-l’alba è spaventoso; è una cosa da impazzire. Comun­que, prima dello spuntar del sole, il primo Patriarca gli si avvici­nò e chiese: “O tu, che sei lì in piedi nella neve, che vuoi?” Eka, par­lando attraverso lacrime di gratitudine che seguitavano a scorre­rgli sul volto, rispose: “Maestro, ti prego, mostra la tua compas­sione e consentimi di aprire le porte del Dharma del Buddha. Voglio condividere la verità con tutte le genti.”

Il primo Pa­triarca gli disse: “La Via di tutti i Buddha e Patriarchi è fondata sulla pa­zienza. L’addestramento più difficile è la prassi assidua. Se cerchi di investigare il vero insegnamento munito solo di una piccola quantità di virtù e di saggezza, incontrerai solo soffe­renza, ed i ri­sultati saranno inutili.”

Nell’udire ciò, il secondo Patriarca si sentì ancor più determinato, estrasse un affilato coltello e nell’istante in cui la lu­ce riflessa dal coltello lampeggiava sui due Patriarchi, si ta­gliò il braccio sinistro. Il primo Patriarca capì allora che Eka possedeva la capacità di trasmettere la Legge e perciò disse: “Tutti i Bud­dha e i Patriarchi, nel momento in cui partirono per cercare la Via, abbandonarono la loro propria forma a favore della Verità. Qui, di fronte a me, ti sei tagliato un braccio: questo si­gnifica che stai cercando il vero Dharma.”

Il secondo Patriarca studiò col primo Patriarca per otto anni. Affrontò ogni sorta di sofferenza e imparò la vera assi­duità. Giunse a comprendere l’origine della nostra mente e di­venne un religioso capace di guidare gli altri. Non si era mai vi­sto un simile impegno, né in India né in Cina, fin dal tempo di Mahākāśyapa che, attraverso un sorriso, ricevette il Dharma da Śākyamuni. Fu così che il secondo Patriarca rice­vette il midollo da Bodhidharma.

Con tranquillità, dobbiamo considerare che, se anche Bodhidharma fosse venuto dall’India mille volte, il Dharma del Buddha non avrebbe potuto essere trasmesso fino ai giorni nostri se il secondo Patriarca non avesse ricevuto da Bodhidharma l’insegna­mento della prassi assidua. Nell’incontrare il retto Dharma non possiamo fare a meno di ringraziare il se­condo Patriarca per la sua compassione. Non possiamo in alcun altro modo espri­mere la nostra gratitudine per questo, perché anche il corpo e la vita non sono ancora abbastanza. Possedere un castello nel contado non è sufficiente, perché un castello può essere conquistato o passare alla generazione successiva, e così pure il nostro corpo e la nostra vita sono impermanenti e possono ap­partenere ad un principe.

Non dovremmo sprecare futilmente la nostra vita, bensì fondarla sulla prassi assidua, senza perdere tempo dietro a que­stioni personali. La nostra vita è una conseguenza dei nostri pre­decessori ed è il frutto della grande compassione della prassi as­sidua.

Una volta che abbiamo iniziato a risvegliare la no­stra mente di Buddha ed a realizzare la prassi assidua dei Bud­dha e dei Patriarchi, dovrebbe turbarci ed addolorarci il tornare ad una mente che non ri­esce a decidersi su argomenti quali il dedicarsi alla mo­glie e ai figli. Se diventiamo malevoli e cadiamo nel desiderio di fama e ricchezza, esse sa­ranno i nostri peggiori nemici, a meno che non nutriamo una grande compas­sione. Il significato di nutrire compassione nei confronti di fama e ricchezza, è comprendere che abbiamo la possibilità, nel nostro stesso corpo e nella nostra vita, di essere dei Buddha e dei Pa­triarchi, e di non distruggere la nostra vita con fama e ricchezza. Dobbiamo renderci conto che fama e ricchezza sono come sogni e illusione, che sono come un fiore di vacuità. Dobbiamo imparare che fama e ricchezza sono illusorie e non commettere quindi crimini per ottenerle. Chiunque studi la Via del Buddha dovrebbe osservare ogni cosa nel giusto modo. Anche i laici dotati di compassione ringraziano nel ricevere oro, argen­to, gioielli o favori. Se nutriamo compassione, dobbiamo sem­pre sforzarci di ringraziare per i benefici che riceviamo.

Come potremmo mai scordarci di essere veramente grati di poter vedere e studiare il vero Dharma del Tathāgata[21]? Come potremmo dimenticarci di ringraziare? Non dimenticare è come un grande gioiello, e realizzare la prassi assidua senza ri­cadere è una grande virtù da esercitare. Se sappiamo come rin­graziare veramente, allora vedremo la virtù accrescersi salda come una montagna anziché cadere come una goccia di rugiada da una foglia. Questa è la prassi assidua. Grazie al suo merito ritroveremo noi stessi e accresceremo la stirpe dei Buddha e dei Patriarchi.

Il primo e il secondo Patriarca non costruirono alcun tempio, né coltivarono la terra. Il terzo e il quarto Patriarca si comportarono allo stesso modo. Neppure il quinto e il sesto Patriarca eressero templi, e così pure Seigen[22] e Nangaku.[23]

Sekitō[24] fu uno degli allievi di Seigen. Questo eminente maestro costruì una capanna, sopra una grande pietra, ed al suo interno si concentrò giorno e notte sullo zazen. Senza dormi­re, sedette in zazen con assiduità. Andava ad attingere l’acqua, spac­cava la legna e si concentrava sullo zazen. Fu per merito della prassi assidua di Sekitō che la stirpe degli allievi di Sei­gen creb­be robusta, portando prosperità alla gente del paese. Le scuole di Ummon[25] e di Hōgen,[26] derivate dalla stirpe del grande Maestro Sekitō, fecero chiarezza sulla Via del Buddha.

Il trentunesimo Patriarca, il Maestro Zen Dai-i Dōshin,[27] a quattordici anni studiava sotto il terzo Patriarca. Dopo aver da lui ricevuto il retto Dharma, si concentrò sullo zazen per sessant’anni, senza mai dormire né coricarsi. L’influenza del suo insegnamento si diffuse tra tutte le genti e la sua virtù si estese a tutti gli esseri, terrestri e celestiali. Così era il quarto Patriarca cinese.

Nel 17° anno dell’era Teikan,[28] Taishū - Imperatore della dinastia Tang - ne sentì parlare; colpito da ciò che udì manifestò il desiderio di incontrarlo. Lo invitò perciò nel suo castello, ma Dai-i Dōshin per tre volte declinò l’invito, adducendo di essere malato. Alla quarta volta, Taishū inviò un messaggero con questo preciso ordine: “Se non viene, tagliagli la testa e portamela.” Questi, recatosi sulla montagna su cui si trovava il quarto Patriarca, subito riferì le parole dell’imperatore. Senza mu­tare di espressione né perdere la sua compo­stezza, il Patriarca offrì il collo. Il messaggero, molto tur­bato e spaventato se ne andò e, tornato dall’imperatore, riferì l’accaduto. Questi ne restò grandemente impressionato e da allora rispettò il maestro ancora di più, e per dimostrargli la sua stima gli inviò sete splen­dide e costose.

Grazie alla sua prassi assidua, il quarto Patriarca non si preoccupava per la sua stessa vita, né sentiva l’obbligo di recarsi in visita dall’imperatore. Una simile prassi assidua è rara, e nell’arco di mille anni non ne vedremmo più l’uguale. Traete in­segnamento da un simile esempio e non frequentate re e impera­tori. Per quanto la frequentazione di persone rinomate e ben note, quali re e imperatori, si possa considerare interessante, non dovremmo tuttavia ritenerla tale. Ricordate che perfino l’Imperatore Taishū, la personalità più eminente del mondo profano, rispettava e non vedeva l’ora di incontrarsi con questo maestro Zen che era pronto a mettere la testa sotto la spada. Il quarto Patriarca declinò l’invito dell’Imperatore Taishū per un motivo ben preciso: egli lesinava il tempo da sot­trarre alla propria prassi assidua. È certo molto raro che qualcuno rifiuti per ben tre volte l’invito dell’imperatore. Og­gi, ritenendo che ciò co­sti­tuisca un grande onore, quasi tutti desiderano vedere l’imperatore.

Il 4 settembre dell’anno 651, il quarto Patriarca trasmise ai suoi allievi questo insegnamento: “Ogni cosa è nella forma del nirvāna.[29] Ognuno di voi dovrebbe conoscere la sua propria realtà, la sua propria essenza, ed insegnare alla società.” Dopo aver detto questo ai suoi allievi, morì seduto in zazen. Aveva settan­tadue anni. L’8 aprile dell’anno successivo, la porta dello stūpa si aprì da sola consentendo di vedere all’interno il quarto Pa­triarca seduto in zazen, come in passato. Era come se fosse an­cora vivo. I discepoli non cercarono di richiudere la porta. Gli studenti dovrebbero imparare che ogni cosa è nella forma del nirvāna, e che non ci si deve aggrappare neppure alla vacuità. L’essenza medesima di ogni cosa è nella forma del nirvāna.

Il quarto Patriarca esercitò la prassi assidua prima e dopo la sua morte. Ritenere che l’essere vivente perisca è giungere ad una sciocca conclusione, e pensare che la morte non abbia consapevolezza è uno stupido fraintendimento. Queste due opinioni – c’è morte per il vivente e la morte non ha consape­volezza – sono sciocchezze. Gli studenti del Dharma non dovreb­bero neppure perdere il tempo necessario ad esaminarle.

Il Grande Maestro Gensha Sōichi[30] fu chiamato Shibi dopo l’ordina­zione; era nato nel Fukushu, nella provincia di Min, e il suo nome laico era Sha. Fin da giovane si era appassionato alla pe­sca e da adulto divenne uno dei tanti pescatori del fiume Nadai. All’inizio del periodo Kantsu[31] della dinastia Tang, aveva trent’anni. Improvvisamente, decise di lasciare la società; abbandonò la sua barca e cominciò a studiare lo Zen sotto il Maestro Reikun,[32] sul monte Fuyō. Si rasò il capo e ricevette i precetti da Dōgen, il maestro della disciplina del tempio Kai­genji, nel Kōsei. In­dossava un kesa molto semplice, sandali di genere comune, e prendeva solamente il cibo necessario per mantenersi in vita. Trascorreva l’intera giornata concentrato in zazen. Per tutti i monaci, era uno di quegli studenti che si in­contrano molto rara­mente. Egli andava particolarmente d’accordo con Seppō Gisōn;[33] il loro rapporto era come quello tra maestro e allievo. Seppō chiese a Gensha: “Tutti dicono che la tua prassi è ascetica. Cosa significa?” Egli rispose: “Non inganno nessuno.” Un altro giorno, Seppō chiamò Gensha e gli chiese: “Monaco mendi­cante perché non studi sotto un maestro?” Gensha rispo­se: “Bodhidharma non venne in Cina e il secondo Patriarca non è andato a studiare in India.” Seppō concordò con la rispo­sta di Gensha.

In seguito, Seppō andò a vivere sul monte Seppō dove, assieme a Gensha, costruì un bel monastero. Molti monaci vi si raccolsero come nuvole e Gensha soleva recarsi spesso nella stanza di Seppō con numerose domande. I monaci provenivano da diverse località e tutti portavano molti quesiti irrisolti. In­ces­santemente chiedevano a Gensha di insegnare loro le rispo­ste, perché Seppō era solito dire: “Se avete qualche domanda, rivol­getevi a Gensha.”

Gensha onorava sempre le proprie responsabilità nei confronti del Maestro, e questo non può essere fatto senza l’esercizio assiduo dello zazen. La prassi assidua, condotta senza neppure un giorno di pausa, è molto rara. Molte sono le persone preoccupate per gli affari del mondo ed è raro vedere qualcuno che siede in zazen per tutto il giorno. Come seguaci della Via do­vremmo realizzare che non abbiamo poi così tanti mesi e anni a disposizione, e dovremmo così concentrarci sullo zazen, per tutta la giornata.

Il monaco Eryō[34] del Chōkei, divenne un maestro eminen­te al pari di Seppō, dopo esserne stato  allievo. Egli studiò sotto Seppō e Gensha per ventinove anni, ed in questo arco di tempo logorò venti cuscini da zazen. Se c’è qualcuno che ama lo zazen, costui ambirà certamente ad una simile impresa conside­randola di grande esempio. Molti cercarono di competere con lui, ma nessuno lo superò. La sua lunga prassi, tuttavia, non fu inutile perché alla fine, nell’istante in cui sollevava una tenda di paglia, ottenne un grande risveglio.

Per trent’anni non ritornò al suo paese natale e, in tutto questo tempo, non ebbe contatti con i parenti né conversò con i suoi compagni nello Zendō[35], limitandosi a sedere continua­mente. Perseverò in questa prassi assidua per trent’anni, e per trent’anni non fece cenno alcuno dei suoi dubbi e dei suoi inter­rogativi. Dovremmo riconoscere in lui uno studente straordi­na­rio, dotato di grandi capacità. Possiamo investigare la sua mente così determinata, attraverso i sūtra. Desiderando con­durre una vita simile a quella di Eryō dovremmo vergognarci delle nostre azioni passate e studiare i suoi trent’anni di prassi e illumina­zione. Comunque, se non possediamo una mente che cerca il Buddha, se trascuriamo la prassi incontaminata, e se corriamo dietro a notorietà e denaro, continueremo solo ad es­sere confusi.

Il Maestro Zen Dai-en[36] del monte Dai-e, quando ebbe ricevuto l’inka[37] da Hyakujō, si trasferì sul monte Isan, una cima assai scoscesa. Salita la montagna, si costruì una piccola ca­panna e fece amicizia con uccelli e animali, conducendo una vita semplice, concentrata sulla prassi. La neve e i venti impe­tuosi non lo spaventavano né fu mai pigro nel sedere in zazen. Il suo cibo era essenzialmente costituito da castagne, e non aveva co­struito una sala del Buddha né alcun altro solido edificio; per quarant’anni l’unica forma che si poté vedere fu la sua prassi assidua. A poco a poco divenne assai famoso in tutto il paese e i monaci si radunarono attorno a lui da ogni dove. Egli fu poi il fondatore della scuola Igyō, e formò oltre quaranta maestri Zen, tra i quali Gyōzan, Kyōgen e Biun.

Se nutriamo il desiderio di edificare un tempio, dob­biamo ricordarci che lo scopo principale non è la forma, la no­torietà, o la ricchezza, ma è la prassi assidua del Dharma del Buddha, il che è molto più importante. Addestrarsi senza un tempio è la Via del Dharma antico nel quale ci si sedeva in zazen stando se­duti sulla terra o sotto un albero. Il punto essenziale è sedere in zazen; questo è il fondamento della prassi assidua. Solo dopo aver realizzato una vera prassi assidua possiamo trovare il no­stro dōjō.[38] Quando conduciamo una vera prassi assidua, il dōjō del Buddha è trasmesso fino ai giorni nostri. Eppure, oggi gli sciocchi pensano solo alla forma di una costruzione o di un tempio, mentre i Buddha e i Patriarchi non si affeziona­rono mai ad un edificio. Pensando soltanto ad edifici e tem­pli, non giungeremo mai ad una chiara visione di noi stessi. I fabbricati non hanno arrecato benessere ai Buddha e ai Pa­triarchi; essi sono soltanto un mezzo per ottenere fama, ric­chezza e merito. Esami­nate nella quiete la prassi di Isan e comprenderete il giusto modo di vivere.

 

Pioggia serotina

Forte da spezzare le pietre coperte di muschio,

Notti invernali pervase di neve.

Nessuna traccia di animali,

Neppure un filo di fumo da qualche comignolo.

Ben lontano dagli affari del mondo.

 

Se non ci impegniamo nella prassi assidua e se non consideriamo il Dharma più che la nostra vita personale, non comprenderemo mai una vita come quella di Isan. Non correte a tagliare l’erba e a preparare il terreno per costruirvi un tempio. Semplicemente continuate la vostra prassi assidua.

Nutrendo una serena e sincera compassione, possiamo vedere come tutti i Patriarchi in possesso della corretta trasmissione incontrarono difficoltà nel vivere ritirati sulle mon­tagne. Per esempio, nel luogo in cui viveva Isan c’erano soltanto uno stagno, acqua, ghiaccio e nebbia. La maggior parte della persone non riuscirebbe mai a vivere in un luogo montano così solitario. Eppure, nel caso del Maestro Dai-en, la Via del Buddha e la verità profonda emersero da questo am­biente, grazie alla sua prassi assidua.

Sentendo raccontare di una simile prassi assidua, non dovremmo prenderla alla leggera. Se siamo studenti sinceri saremo fortemente incoraggiati dall’addestramento di Isan. Grazie alla prassi assidua di Isan il mulino a vento si fermò, il mondo non si frantumò, il palazzo celestiale era sereno, e nel no­stro paese regnò la pace.

Noi non siamo discendenti di Isan. Egli era un Pa­triarca della Via del Buddha. In seguito, Gyōsan[39] andò a studiare sotto Isan; egli era una persona di talento, che aveva già studiato sotto il Maestro Zen Hyakujō.[40] Quando il maestro gli poneva una do­manda,  egli era in grado di fornire cento risposte. Gyōzan studiò ancora tre anni sotto Isan. Un simile addestramento non ha pre­cedenti. Non vi è altro da dire su Gyōzan perché questi ulte­riori tre anni sotto Isan esprimono la natura della sua prassi assidua.

Il Maestro Zen Fuyō Dōkai,[41] del monte Fuyō, realizzò la assidua prassi originaria. L’imperatore gli elargì il titolo di Maestro Zen Josho e gli donò un abito imperiale. Ma egli, non volendo accettare questi doni, scrisse all’imperatore dichiarandosi indegno tanto del titolo che dell’abito. Egli era anche solito donare agli altri la pro­pria farinata di riso; costruì una capanna sul monte Fuyō e, a centinaia, monaci e laici cominciarono a raccogliersi attorno a lui. Tuttavia, poiché si mangiava soltanto una volta al giorno, molti se ne andarono; egli, infatti, non voleva che si uscisse per pro­curarsi il ci­bo per il pasto di mezzogiorno.

Un giorno trasmise all’assemblea dei monaci il suo insegna­mento su cosa significhi lasciare la società. “Questa è la via di un mo­naco: concentrarsi sulla prassi, lasciar cadere le illu­sioni e trascendere l’illusione di vita e morte. Perché un mo­naco do­vrebbe preoccuparsi per la notorietà e per la ricchezza proprie del mondo? Egli dovrebbe troncare ogni rapporto e serbare in ogni momento la mente tranquilla. Questo è il senso del lasciare la società. Se dedichiamo il nostro tempo a que­stioni inutili, la nostra vita sarà sprecata. Abbandonate imme­dia­tamente ogni confronto, ogni opposizione, ogni compromesso. Il continuo opporsi è come piantare un fiore nella pietra. L’essere attratti dal denaro e dalla notorietà è polvere negli occhi. Se non ne conosces­simo il vero significato, ciò sarebbe imperdo­nabile, ma noi ne abbiamo l’esperienza fin dai tempi antichi. Ep­pure, anche se siamo consa­pevoli di questa realtà, ancora con­tinuiamo ad essere confusi. Perché questa brama? Se non smet­tiamo proprio adesso come possiamo giungere al non-attacca­mento? Tutti i Patriarchi ci in­segnano a dare il meglio di noi, in ogni istante. Se non facciamo del nostro meglio ora, come potremo farlo più tardi? È proprio ora che dobbiamo essere al meglio.

Raggiungendo quella condizione mentale nella quale non si cerca più nulla, anche i Buddha e i Patriarchi non saranno più necessari. È possibile conseguire una mente limpida; se solo ci lasciassimo alle spalle tutti i conflitti mondani, saremmo capaci di vedere la realtà. Per la prima volta, saremmo degni di rispetto perché vediamo la verità.

Conoscete le seguenti storie?

Inzan,[42] allievo di Baso, non volle vedere nessuno per tutta la vita, e Jōshū[43] per tutta la vita non parlò. Hentan[44] racco­glieva i frutti dei castagni e degli ippocastani. Daibai[45] si vestiva con foglie di loto, e Shi-e[46] si proteggeva dal freddo solo con della carta. Gentai[47] si copriva con un semplice panno. Sekisō[48] si concentrava sullo zazen con i suoi seguaci, e conduceva una vita così semplice che la gente lo chiamava “Vecchio eremi­taggio.” In ogni momento della sua prassi non cessò mai di chiede­rsi: “Cos’è la tua mente?”

Tōsu Gisei[49] esigeva che i suoi monaci cucinassero da sé il riso, e lavorava e pranzava sempre con loro perché voleva che giungessero ad una retta osservazione attraverso la prassi.

I maestri che ho appena citato, realizzarono la loro prassi assidua in queste forme. Se non avessero posseduto un grande merito, come avrebbero potuto accontentarsi di una vita così semplice? Se tutti cercassero, attraverso la prassi, la preziosa esperienza del Buddha non perderebbero nulla. Se non comprendiamo questo, l’intera nostra vita sarà inutile. Lo stesso vale nel caso in cui non raggiungiamo il risveglio – avremo solo affastellato inutili sforzi. Fuyō Daishi[50] lo sapeva bene; perciò perseverò nella prassi, diventando in­fine monaco capo sul monte Fuyo.

Come si possono scordare gli sforzi di questi Patriar­chi e la loro trasmissione del Dharma? Dobbiamo cercare di con­centrarci sopra questi esempi di prassi assidua, trasmessi dai Patriarchi. Discutetene con i responsabili del tempio. Se siete invitati da qualcuno, non andateci; non chiedete dona­zioni. Vi­vete soltanto di ciò che coltivate nelle terre del mona­stero. Divi­dete tutto ciò che raccogliete in trecentosessanta parti e utiliz­zatene una parte al giorno come cibo, indipendentemente dal numero delle persone presenti. Quando possibile cucinate il riso, se il riso non è sufficiente fate la farinata, se non è suffi­ciente la farinata fate la polenta. Se arrivano numerosi monaci, bevete soltanto tè. Non è necessario servire il tè ad ognuno; si può stabilire un luogo in cui ogni monaco può servirsi. Con­centratevi soltanto sulle cose importanti e date un taglio alle cose inutili o in eccesso.

Attraverso una mente simile, la nostra prassi diven­terà più fruttuosa e non sembrerà così difficile. Sarà come un fiore che sboccia, un uccello che canta, un cavallo di legno che nitrisce, una vacca che corre veloce. Le montagne azzurre all’esterno non avranno influenza sulle nostre menti, e i suoni delle calde primavere non ci disturberanno. Guardando le montagne, udremo le grida delle scimmie e scorgeremo le gocce di rugia­da coprire la mezzaluna. La gru canterà nella foresta e il vento, alla mattina, soffierà attraverso i pini. I venti primaverili porte­ranno gemme sui vecchi alberi e le foglie autunnali av­vizziranno e cadranno nella fredda foresta. Le cenge del monte Fuyo sono coperte di muschio, i volti delle persone sono imper­lati di umi­dità. Nessun suono, niente polvere né anima viva. È l’intera mon­tagna avvolta nella quiete: ogni cosa è trascesa. Que­sta è l’atmosfera che desideriamo sul monte Fuyo.

Oggi ho spiegato a questa assemblea quanto sia impor­tante e prezioso studiare la Via del Buddha per ottenere un appagamento spirituale. È solo la mia opinione personale, ma per me non è necessario fare discorsi dalla piatta­forma, utilizzare l’hossu,[51] lanciare il katsu,[52] colpire la gente col ba­stone, o inarcare le sopracciglia. Sono forse necessarie queste cose? Può anche darsi che in certi casi siano utili ma, talvolta, sono an­che contrarie agli insegnamenti dei Buddha e dei Pa­triarchi.

Vi ricordate che Bodhidharma venne dall’India e che sedette per nove anni in zazen, di fronte ad un muro? E che il secondo Patriarca incontrò grandi difficoltà nel cercare il Buddha, e che in­fine si tagliò un braccio? Di loro sappiamo questo: che Bo­dhi­dharma non profferì neppure una parola e che il secondo Pa­triarca non pose neppure una domanda. Non pos­siamo di certo affermare, tuttavia, che Bodhidharma non abbia guidato la gente. Entrambi esercitavano il samādhi senza parole. Possia­mo forse sostenere che il secondo Patriarca non sia andato alla ricerca di un maestro? Pensando alla rigorosa prassi assidua di questi Pa­triar­chi, mi vergogno della mia prassi inadeguata e immatu­ra. Dobbiamo vergognarci della debolezza dei nostri propositi nei confronti dell’addestramento. Vediamo che non pochi studenti persistono nei loro desideri mondani e che iniziano ad addestrarsi soltanto quando riten­gono di possedere abbastanza cibo, riparo, vestiti e medicine. Comprendete che il punto essenziale è la prassi e non il cibo, i vestiti, un tetto o le medicine. Se aspettiamo di avere una quanti­tà sufficiente di tutto ciò, potremmo anche scoprire di es­serci allontanati per sempre dalla prassi buddhistica.

Il tempo vola come una freccia: non lesinate la vostra prassi. Eppure, non vogliamo sforzarci. Al momento opportuno capirete cosa intendo dire.

Conoscete questo poema, scritto da un venerabile anti­co?[53]

 

Riso integrale dalle risaie montane e ortaggi gialli ...

Mangiare questo povero cibo è una vostra scelta.

Ma se non volete cibarvi di questo,

Siete liberi di andare ad oriente o ad occidente.

 

Tutti i monaci che sono raccolti nel tempio producano il loro sforzo, cercando di fare del proprio meglio. Abbiate buona cura di voi stessi.”

Questa è l’essenza di ciò che è stato tra­smesso da Patriarca a Patriarca. Esistono molti aneddoti su Fuyō Dōkai e ciò che vi ho narrato ri­guarda la prassi assidua. Dovremmo tendere con ardore ad un adde­stramento come il suo, seguendo l’esempio che ci ha dato sul monte Fuyo – esso è la prosecuzione del retto in­segna­mento di Śākyamuni.

Il Maestro Zen Daijaku,[54] del tempio di Kaigenji nel Kōsei- shi Kōshū, il cui nome da monaco era Dōitsu, era ori­ginario di Juppo-ken nel Kōshū. Egli aveva studiato sotto Nangaku Ejō[55] per più di dieci anni. Un giorno, mentre stava tornando nella sua città natale cambiò idea e ­tornò da Nangaku, accese un incenso e si prostrò davanti al Maestro. Nangaku gli disse: “Ti consiglio di non tornare nella tua città natale. Se lo farai non sarai più in grado di studiare la Via perché la gente che ti conosce ti chiamerà usando il tuo nome precedente.” Udendo ciò, Baso che aveva grande stima di Nan­gaku, fece questa promessa: “Non tornerò nella mia città natale per tre inte­re esistenze” e si fermò da lui. Come nuvole vaganti, innumerevoli monaci giungevano là da ogni direzione. Tra di loro vi erano numerosi studenti ec­cellenti alcuni dei quali, come Hyakujō, divennero a loro volta maestri Zen. Almeno ventisette di essi divennero grandi maestri. Baso insegnò che la nostra vita è Buddha e nient’altro.

La vita di Baso non fu nient’altro che Buddha; egli trasmi­se correttamente la Via di Nangaku e fu un grande maestro. Do­vremmo chiarire il significato di “Non dovresti tornare alla tua città natale” e “Non tornerò alla mia città natale.” Nell’an­dare e venire del risvegliato, a oriente o a occidente, a nord o a sud, non c’è un luogo in cui andare o a cui tornare. Non c’è alcuna diffe­renza tra andare e tornare. Andare e tornare sono trascesi, dunque, l’andare è il vero modo di vivere di una persona; è la realizza­zione della prassi assidua. È la propria illuminazione. Perciò non era necessario che Baso tornasse alla sua città natale nel Kōshū. C’è una prassi assidua che è la giusta prassi per trovare il pro­prio vero sé, e c’è una prassi assidua per non ag­grapparsi al cer­care di trovare il proprio vero sé. È possibile trovare noi stessi attraverso le nostre azioni?

I vecchi possono pronunciare il nome della loro città natale ma, se vivono secondo verità, lo stesso nome della città non è diverso dalla verità. In che modo insegnano Ejō e Baso? Quando siamo rivolti a nord, a est o a ovest, il mondo intero è rivolto a nord, a est o a ovest. Ciò che sperimentiamo, viene sperimentato anche dalle montagne, dagli oceani, dal so­le, dalla luna, dalle stelle. Comprendiamo in questo modo che non dovremmo limitarci a seguire le nostre idee personali.

Il Maestro Zen Daiman,[56] il trentaduesimo Pa­triarca, trasmise correttamente il Dharma del Buddha. Egli era originario di Ōbai e prese il nome della madre Shu, essendo il padre sconosciuto. È un caso analogo a quello di Lao-tsu che prese il nome materno. Dall’età di sette anni e finché ne compì settantaquattro, egli espose i retti insegnamenti del Dharma e li trasmise infine al sesto Patriarca, Enō.[57]

Per nove mesi Enō si dedicò esclusivamente a macina­re il riso con una macina di pietra. Essendo la sua prassi vera­mente straordinaria, dopo questo periodo, Daiman Kōnin concesse l’inka[58] a lui e non al suo allievo Jinshū.[59] È in questo modo che la corretta linfa vitale[60] è stata trasmessa fino ad oggi e che il vero Dharma è stato incessantemente tramandato fino ai tempi moderni.

Il Maestro Zen Tendō Nyojō, il mio de­funto Maestro, era originario dell’Etsu. Egli si concentrò sullo studio degli insegnamenti buddhistici nel tempio di Kegonji, della scuola Tendai. Si accorse tuttavia che studiare gli insegnamenti non era sufficiente per imparare la vera Via del Buddha. Così a diciannove anni abbandonò lo studio degli in­segnamenti dedicandosi alla prassi della Via, senza mai interromperla neppure superati i settant’anni. L’Imperatore Nei, della dinastia Sung meridionale, ebbe grande stima della sua religiosità, gli conferì il titolo di Maestro Zen e gli fe­ce dono di un abito regale. Tendō Nyojō non volle accettare questi doni ed inviò all’imperatore un messaggio di scuse per questo. Monaci e laici, giungendo da ogni parte del paese, si radunavano attorno a lui e tutti, ad una sola voce, esprimevano nei suoi confronti grande rispetto e stima. L’imperatore, per onorare la sua serena e profonda prassi, tenne per lui una spe­ciale cerimonia del tè; fu un onore che l’imperatore non aveva mai concesso a nessuno.

Per Tendō Nyojō la cosa peggiore era l’amore per la notorietà e la ricchezza; riteneva che ciò fosse ancora peggio che rompere qualsiasi precetto o prescrizione. Egli conside­rava infatti quest’ultimo punto un mero errore passeggero che può es­sere corretto grazie al pentimento. Il primo, invece, è una male­dizione che ci si porta dietro per tutta la vita. Volendo imparare come ci si addestri, specialmente nel caso dello Zen, non dovete abbandonare lo spirito fondamentale che contraddi­stingue la ri­cerca della Via del Buddha. Non dovremmo, per ignoranza, essere presuntuosi. Non accettare la celebrità è prassi assidua, ed è prassi assidua rinunciare alla ricchezza.

Tutti i Patriarchi, da Bodhidharma il primo, fino al se­sto, ricevettero dall’imperatore il titolo di Maestro Zen dopo la loro morte. Durante la vita non si curarono di celebrità o gloria, e rinunciarono alla vita-e-morte basata su fama e ric­chezza. Dovreste puntare alla prassi propria dei Buddha e dei Patriar­chi. Non siate avidi, non sognate fama e guadagni, non pensate al vostro piccolo ego come fa un animale. Rinunciare alla notorietà e alla ricchezza è difficile per tutti gli esseri terreni, compresi i Buddha e i Patriarchi. Vi sono persone che amano e perseguono notorietà e guadagni, affer­mando di fare ciò perché aspirano alla salvezza della gente. Ma questa è un’opinione perversa. Per quanto pensino di praticare la Via, costoro ne sono ben lontani. Essi, di fatto, diffamano il Bud­dha. Se ciò che affermano fosse vero, allora i Buddha e i Pa­triarchi, che non desiderano fama e ricchezza, non sarebbero in grado di salvare nessuno.

Dovremmo voler bene alla gente senza essere avidi. Si può essere utili agli altri in diverse maniere; esistono i modi per salvare le persone, senza essere avidi. Affermare che si sta ope­rando per salvare la gente, e poi in realtà non farlo, è male. Es­sere salvati da tale gente può voler dire finire agli inferi e do­verci poi rammaricare di trascorrere una vita nell’oscurità. Non dovremmo mai affermare e neppure pensare che una tale insen­satezza possa aiutare la gente.

Così, quando il mio defunto Maestro Nyojō ricevette il titolo di Maestro Zen e un abito regale, si limitò a rispondere con una lettera in cui si scusava per essere indegno di accettarli. Dobbiamo continuare, ancora oggi, a narrare un così notevole episodio affinché gli studenti possano investigare questa espe­rienza, traendone insegnamento. Il significato di “Ho incontrato il mio maestro”, è “Ho incontrato il mio vero maestro.”

Il mio defunto Maestro lasciò la città natale a dician­no­ve anni e continuò a viaggiare da un luogo all’altro, alla ri­cerca di un maestro, fino a sessantacinque anni. Non fu mai pigro nella prassi e nel cercare il risveglio. Si tenne alla larga da imperatori, ministri e funzionari governativi. Rifiutò il titolo di Maestro Zen e l’abito regale, e per tutta la vita non indossò mai un kesa sgar­giante. Sia nel tenere discorsi, sia nell’impartire istruzioni agli allievi nella sua stanza, indossava un abito e un kesa neri.

Un giorno insegnò così ai suoi allievi: “Quando stu­diate il modo in cui sedere in zazen, in primo luogo è necessario che possediate dōshin.[61] Possedere dōshin è la prima chiave per pe­netrare nella Via. Negli ultimi duecento anni la Via dei Buddha e dei Patriarchi non ha prosperato granché e ciò è de­plorevole. Di conseguenza, ben poca gente sa veramente come manifestare il giusto significato dei Buddha e dei Patriar­chi. Quando mi trovavo nel Kinzan, incontrai un uomo di nome Tokko Bushō[62] che era l’attendente al granaio. Un giorno prese la parola e disse: “Non è necessario studiare le parole degli altri, soprattutto quando si segue la Via del Buddha. È meglio che ognuno di voi studi a modo suo.” Costui non si era mai seduto in zazen. Altri monaci lo imitarono nel trascurare lo zazen e così lo Zendō[63] era sempre vuoto. Tokko era sempre in­daffarato nel prendersi cura degli ospiti e dei funzionari, tutto dedito ad aumentare la sua fama e ricchezza. Se il Dharma del Buddha fosse quello descritto da Tokko, non ci sarebbe un solo esempio di qualcu­no che indaga sul modo in cui addestrarsi. All’epoca della dinastia Sung c’era gente anziana e fa­mosa, ma la maggior parte di questi non possedeva la ‘Mente della Via’. Erano stati influenzati da Tokko Bushō e dunque, purtroppo, non si può trovare alcun vero insegnamento buddhistico tra questi indolenti.”

Il mio defunto Maestro Nyojō, mi raccontò questa storia. I discendenti di Tokko Bushō, nell’udire Nyojō parlare in questo modo, data la sua personalità, non gli porta­rono rancore. In quell’occasione egli disse anche: “Imparare zazen è lasciar cadere corpo e mente. Non è necessario bruciare incen­so né prostrarsi, e nemmeno recitare il nome del Buddha né pentirsi for­mal­mente o salmodiare i sūtra; concentratevi sullo zazen e otter­rete il vostro scopo principale.”

In verità, erano numerosi coloro che fingevano di sedere in zazen e nel contempo si dichiaravano discendenti dei Patriar­chi. Esisteva tuttavia un ristretto numero di monaci che aveva fatto dello zazen lo scopo fondamentale. Potrei dire che, nell’intera Cina, l’unico fosse il mio Maestro Tendō Nyojō. In ogni luogo la gente elogiava Nyojō, benché egli invece non lo­dasse costoro. C’erano anche monaci che vivevano in grandi templi e che non sapevano nulla di lui. Questi, per quanto nati al centro del mondo,[64] sono simili ad animali perché non studiano ciò che dovrebbero e sprecano inutilmente il loro tempo. È vera­mente miserevole che essi, non comprendendo Tendō Nyojō, si costruiscano una loro personale forma di Dharma. In verità, costoro non hanno colto l’essenza.

Il mio defunto Maestro era solito dire ai suoi allievi: “Fin da quando avevo diciannove anni ho cercato un vero maestro per tutto il mio paese, eppure non riuscivo a tro­vare qualcuno che fosse in grado di essere maestro di qualsiasi persona. Dall’età di diciannove anni mi sono concentrato sullo zazen, senza mai perdere un giorno o una notte. Anche prima di essere monaco a pieno titolo, mai mi sono fermato a parlare con la gente della mia città natale perché non volevo sprecare quel tempo che avrei invece potuto dedicare alla prassi. Ero restio a sprecare il tempo che avrei potuto dedicare alla la prassi e allo studio. Restavo nel monastero per la maggior parte del tempo ed evi­tavo perfino di rendere visita ad altri ospiti nel dormitorio. Oltre a ciò, non ho mai dedicato tempo ai viaggi attraverso le monta­gne per il solo gusto di vedere nuovi posti, o per godermi dei bei pano­rami. Mi sono concentrato esclusivamente sulla prassi, non sprecando mai il mio tempo. Quando vivevo nel monastero non mi limitavo a sedere in  zazen nei periodi stabiliti dalle regole, ma mi dedicavo ad esso ogniqualvolta riuscivo a trovare un luogo adatto: ad esempio, in inverno un angolo so­leggiato, e d’estate un posto collocato in alto. Talvolta, quando avevo tempo, mi por­tavo dietro lo zafu[65] e lo sistemavo su una roccia, o in cima ad un dirupo scosceso. Amavo sedere di quando in quando nella po­stura completa del loto come Śākyamuni, ma dal tanto zazen cominciai col soffrire di emorroidi. Oggi ho sessantacin­que anni. Data l’età, la mia mente si sta indebolendo. Anche durante zazen essa non è più penetrante come una volta. Tutta­via, poiché vedo che gli stu­denti si raccolgono qui dai posti più diversi, continuo a stare su questa montagna per dirigerli e istruirli. In particolare, mi rendo conto che i vecchi monaci non conoscono il significato del Dharma del Buddha.”

Nyojō parlò così ai suoi allievi a causa della sua gran­de devozione nei confronti del Dharma e non perché si prefig­gesse di ricevere regali.

Ora ascoltate questa storia:

C’era un uomo chiamato Cho-teiko,[66] un discendente di Nei­shū[67] della dinastia Sung, che era responsabile delle truppe e del la­voro nelle fattorie della nazione. Egli invitò il mio defun­to Maestro Nyojō a tenere un sermone, e volle compensare il suo discorso con diecimila monete d’argento. Il mio defunto Maestro disse a Cho-teiko: “Dato che mi avete invitato, sono sceso dalla monta­gna e ho tenuto un discorso sul retto Dharma che è stato tra­smesso dai Buddha e dai Pa­triarchi. Ho parlato del profondo significato del nirvāna, e ho anche pregato a beneficio del vo­stro defunto padre. Non posso tuttavia ac­cettare queste monete non essendo necessarie ad un monaco. Vi rin­grazio di cuore per la considerazione, ma non posso accettare il denaro.”

Il notabile Cho-teiko disse: “Monaco, io sono la persona maggiormente rispettata tra tutti i parenti dell’imperatore e vengo onorato ovunque vada. Non mi mancano certo le opportunità di accumulare tesori. Oggi avete pregato per il mio defunto padre, vorrei quindi donarvi queste monete come un’offerta fatta da lui stesso. Per­ché non volete accettarle? Proprio a motivo della vostra grande com­passione vi prego di volerle accettare come piccolo segno della mia gratitu­dine; ne sarò felice.” Il mio defunto Maestro disse: “Comprendo i vostri sen­ti­menti e rispetto le vostre buone intenzioni. Tuttavia ho le mie ragioni; vi prego ora di ascoltare con attenzione.” Il notabile ri­spose: “Sarò fe­lice di ascoltare.”

Il mio defunto Maestro disse: “Sono molto felice perché avete afferrato ciò che ho spiegato circa le radici dell’Insegnamento del Buddha.” Il notabile disse: “Sinceramente, è stato ricco di significato e sono stato felice di udirlo.” Il mio defunto Maestro allora proseguì: “Siete una per­sona intelligente tanto che esito a parlare davanti a voi, ma vor­rei chiedervi ancora una cosa. Ritengo buona la vostra com­prensione; vorreste dunque per favore ripetere l’insegna­mento che vi ho impartito? Se sarete in grado di dirmi quanto vi ho esposto allora accetterò le diecimila monete. Se non ci riusci­rete, dovrete tenere le monete per voi.” Il notabile disse senza esitazione: “Mi sembra di vedervi in buona salute e sono felice per voi.” Il mio Maestro disse: “Questa è una parte di quello che vi ho detto un momento fa. È tutto ciò che avete udito da me?” Il notabile sembrò allora esitare, e il mio Mae­stro proseguì: “Pregheremo per il vostro defunto padre. Terre­mo da parte le monete fino a che verrà proclamato il giudizio sul vostro avo.” Detto questo si preparò alla partenza e salutò il suo ospite. Il notabile quando lo vide uscire gli disse: “Il fatto di non essere stato in grado di comprendere il vostro insegna­mento non mi addolora; sono invece molto felice di avervi in­contrato.”

Monaci e laici, da qualunque regione provenissero, elogiavano il Maestro. Questa storia è riportata nel diario di Hei, il monaco assistente di Nyojō. Lo stesso Hei fece questo com­mento: “Non abbiamo mai visto, prima d’ora, un vecchio mae­stro che abbia rifiutato di accettare diecimila monete.”

Il mio defunto Maestro disse: “Guardare e accettare oro, argento e giada significa es­sere simili al fango. Se vi vengono offerte monete d’oro e d’ar­gento, per quanto appaiano come oro e argento, non dovreste accettarle. Questa è l’autentica via del vero monaco.” Solo il mio Maestro, e nessun altro, teneva un simile atteggiamento. Egli era solito dire: “Negli ultimi cento anni nessuno ha dedicato intera­mente la sua vita allo zazen. Spero che ciascuno di voi faccia propria la mia prassi assidua e si concentri sullo zazen.”

Un uomo chiamato Doshō, che proveniva dal Menshu nel Seishoku e seguiva la dottrina del Tao, si recò a far visita a Nyojō con altre cinque persone e gli disse: “Venerabile Mae­stro Zen, vorrei studiare sotto di voi. Ho promesso, sulla mia vita, che se ci conferirete l’ordinazione non torneremo mai più nella nostra città natale.” Il mio defunto Maestro fu particolarmente felice di udire tali parole e permise loro di unirsi all’Ordine. Nyojō li fece sedere in zazen, fece loro fare samu[68] esattamente come ai mo­naci, e assegnò loro un posto vicino alle monache. Questo era un trattamento del tutto fuori dall’ordina­rio, in effetti.

Anche un monaco di nome Zennyo, originario del Fukushu, fece una promessa a Nyojō: “Non muoverò mai un passo in direzione della mia città natale e mi dedicherò sola­mente alla grande Via dei Buddha e dei Patriarchi.”

C’erano molti studenti di questo genere attorno al mio defunto Mestro, in Cina. Non esistevano altri simili maestri Zen; solo lui preservò la prassi assidua in un monastero Zen, durante la dinastia Sung. Qui nel mio paese,[69] tutta­via, la gente non ha questo genere di attitudine e ciò è deplore­vole. Anche se mi addestro alla Via del Buddha penso che costoro do­vrebbero vergognarsi di non farlo. Dovremmo riflettere tranquilla­men­te sulla brevità della vita, studiare le parole dei Buddha e dei Patriarchi, e fondare la nostra prassi su quelle sin­cere paro­le. Questo è lo studio fondamentale della verità del Bud­dha e questa è la prassi e illuminazione della Via.

I Buddha e i Patriarchi hanno un unico corpo e mente, pertanto anche una singola parola è parte di questo unico corpo e mente. Studiare il corpo e mente dei Buddha e dei Patriarchi ci aiuterà a conseguire la Via nel nostro stesso corpo e mente. Realizzando la Via nel corpo e mente, la nostra vita di­venta la vera vita. Conseguiamo così la Via nel vivo della carne dei nostri corpi e diventiamo perciò Buddha e Patriarchi; ad­dirittura andiamo al di là di essi.

Questo è il significato di an­che solo una o due parole sulla prassi assidua. Pertanto, coloro che si addestrano non devono aggrapparsi alla notorietà, alla ric­chezza e al profitto, né girovagare per ogni dove. Così facendo, essi saranno in grado di conseguire la prassi assidua dei Buddha e dei Patriarchi e di trasmetterla l’uno all’altro. Coloro che hanno saputo rinunciare a fama e ricchezza do­vrebbero continuare la prassi as­sidua dei Buddha e dei Patriar­chi, facendone la loro propria prassi assidua, senza alcun attac­camento.

 

 

Così fu insegnato il 5 aprile 1242 nel Kannondōri del Koshō-hōrinji.

Messo per iscritto e ricopiato da Ejō, l’8 marzo 1243.

 

 




[1] Il Maestro Bodhidharma (?-528), ventottesimo Patriarca in India e primo Patriarca in Cina. Visse nel tempio di Shaolin, uno dei vari monasteri buddhistici che già esistevano tra i monti Sung-shan, nel nord-ovest della Cina, introducendo la prassi dello zazen.

[2] Le dieci direzioni sono: i quattro punti cardinali, i quattro punti intermedi, l’alto e il basso.

[3] Lett. “Luogo della Via”. Indica un luogo dedicato allo studio ed alla prassi.

[4] Il cui regno fu dal 502 al 550.

[5] Bodhiruchi era un indiano giunto in Cina nel 508, che si dedicava alla traduzione delle scritture.

[6] Koto Risshi era un maestro dei precetti, noto anche come Insegante Kozu.

[7] L’Abhidharma, è il canestro dei commentari che assieme ai Sūtra, i discorsi, e al Vinaya, i precetti, forma il Tripitaka, i tre canestri dell’Insegnamento.

[8] Si veda il cap. 52, Busso.

[9] Lett. “Luogo della Via”. Indica un luogo dedicato allo studio ed alla prassi.

[10] Scuola della comprensione graduale.

[11] “La Raccolta della Foresta”, una raccolta di detti, parole e insegnamenti dei Patriarchi buddhisti, scritto dal Maestro Eko Kakuhan (1071-1128).

[12] La scienza dell’I-ching. Lo Yin e lo Yang sono rispettivamente il polo negativo e positivo all'interno del flusso d'energia. L'I-Ching afferma che l'Universo è un'oscillazione dello Yin e dello Yang, e dei loro mutamenti.

[13] Lett. “Gratitudine”. Rappresenta la vera natura di un essere umano, cioè compassione e aiuto reciproco.

[14] Lett. “Grande uomo”. Indica simbolicamente colui che ha il controllo di penna, spada, cieli, terra ed esseri umani, ossia il potere civile e il potere militare.

[15] Il movimento dei cinque pianeti e il loro effetto sulla nazione.

[16] Il Dhammapada riporta la divisione in kāma-loka (il mondo retto dal desiderio dei sensi), rūpa-loka (il mondo della forma sottile), ed ārūpa-loka (il mondo privo di forma).

[17] Morbidi cuscini imbottiti.

[18] Il Maestro Kyōgen Chikan (?-898), uno dei successori del Maestro Isan Reiyū. [Hsiang-yen Chih-hsien]

[19] In questa circostanza, suggerisce i cadaveri dei vecchi canuti.

[20] Si riferisce ad una leggenda giapponese che parla di un vecchio che salvò un passero ferito. Il passero, una volta guarito, lo ricompensò con doni e buona fortuna.

[21] Lett. “Così arrivato”.

[22] Il Maestro Seigen Gyōshi (?-740), uno dei successori del Maestro Daikan Enō. Egli fu il settimo Patriarca in Cina. [Ch’ing-yüan Hsing-ssu]

[23] Il Maestro Nangaku Ejō (677-744), uno dei successori del Maestro Daikan Enō. [Nan-yüeh Huai-jang]

[24] Il Maestro Sekitō Kisen (700-790), nella linea di trasmissione del Maestro Daikan Enō. [Shih-t’ou Hsi-ch’ien]

[25] Il Maestro Unmon Bun’en (864-949), nella linea di trasmissione del Maestro Seppō Gison. [Yün-men Wen-yen]

[26] Il Maestro Hōgen Mōn’eki (885-958), nella linea di trasmissione del Maestro Seppō Gison e fondatore della scuola Hōgen. [Fa-yen Wen-i]

[27] Il Maestro Dai-i Dōshin (580-651), successore del Maestro Kanchi Sōsan. Egli è il quarto Patriarca in Cina. [Ta-i Tao-hsin]

[28] 643 d.C.

[29] Tutti i dharma dell’Universo sono nella forma totalmente liberata.

[30] Il Maestro Gensha Shibi (835-907), un successore del Maestro Seppō Gison. Noto anche come Sōitsu Daishi. [Hsüan-sha Shih-pei]

[31] Il periodo Kantsu va dall’860 all’873.

[32] Il Maestro Fuyō Reikun (?), successore del Maestro Shiso Chijō.

[33] Il Maestro Seppō Gison (822-907), uno dei due successori del Maestro Tokusan Senkan. Shinkaku Zenji è il suo titolo postumo. [Hsüeh-feng I-ts’un]

[34] Il Maestro Chōkei Eryō (854-932), nella linea di trasmissione del Maestro Seppō Gisōn. [Chang-ch’ing Hui-leng]

[35] La Sala del Dharma

[36] Il Maestro Isan Reiyū (771-853), successore del Maestro Hyakujō Ekai. Il suo titolo postumo è Daien Zenji. Noto anche come Daii. [Kuei-shan Ling-yu]

[37] Il certificato della trasmissione del Dharma.

[38] Lett. “Luogo della Via”. Indica un luogo dedicato allo studio ed alla prassi.

[39] Il Maestro Kyōzan Ejaku (833-887), successore del Maestro Isan Reiyū. [Yang-shan Hui-chi]

[40] Il Maestro Hyakujō Ekai (749-814), successore del Maestro Baso Dōitsu. [Pai-chang Huai-hai]

[41] Il Maestro Fuyō Dōkai (1043-1118), nella linea di trasmissione del Maestro Tōzan. [Fu-jung Tao-chieh]

[42] Il Maestro Tanshū Ryūzan (?), uno dei successori del Maestro Baso Dōitsu (709-788). [T’an-chou Lung-shan]

[43] Il Maestro Jōshū Jūshin (778-897), uno dei successori del Maestro Nansen Fugan. [Chao-chou Ts’ung-shen]

[44] Il Maestro Hentan Gyōryō, un successore del Maestro Daikan Enō (638-713).

[45] Il Maestro Daibai Hōjō (752-839), nella linea di trasmissione del Maestro Baso Dōitsu. [Ta-mei Fa-Ch’ang]

[46] Il Maestro Takushu Shi-e (?), uno dei successori del Maestro Rinzai Gigen (815?-867), è famoso perché indossava solo abiti di carta.

[47] Il Maestro Nangaku Gentai (?), successore del Maestro Sekisō Keisho (807-888). Era noto per il rifiuto di indossare abiti di seta pura.

[48] Il Maestro Sekisō Keisho (807-888), nella linea di trasmissione del Maestro Yakusan Igen. [Shih-shuang Ch’ing-chu]

[49] Il Maestro Tōsu Gisei (1032-1083), nella linea di trasmissione del Maestro Tōzan Ryōkai. [T’ou-tzu I-ch’ing]

[50] Il Maestro Fuyō Dōkai (1043-1118). [Fu-jung Tao-chieh]

[51] Si tratta di un pennacchio generalmente composto da un lungo ciuffo di peli di animale, bianchi, che un maestro tiene in mano durante una lettura o una cerimonia. In origine era utilizzato in India per allontanare gli insetti dal proprio percorso.

[52] Il grido utilizzato dal Maestro Rinzai, per ricondurre alla realtà i suoi discepoli.

[53] Il Maestro Fukushu Gozubi (?).

[54] Il Maestro Baso Dōitsu (704-788), nella linea di trasmissione del Maestro Daikan Enō.  Daijaku Zenji è il suo titolo postumo. [Ma-tsu Tao-i]

[55] Il Maestro Nangaku Ejō (677-744), uno dei successori del Maestro Daikan Enō. [Nan-yüeh Huai-jang]

[56] Il Maestro Daiman Kōnin (688-761), successore del Maestro Dai-i Dōshin e quinto Patriarca in Cina. Noto anche come Ōbai. Saishō Dōsha è il suo titolo postumo. [Ta-man Hung-jen]

[57] Il Maestro Daikan Enō (638-713), successore del Maestro Daiman Kōnin. Spesso è chiamato semplicemente Sesto Patriarca o Sōkei, dal monte su cui dimorava. [Ta-chien Hui-neng]

[58] Il certificato della trasmissione del Dharma.

[59] Gyokusen Jinshū (605?-706) era considerato il più brillante discepolo del Maestro Daikan. Si veda il cap. 19, Kokyō.  [Yü-ch’üan Shen-hsiu]

[60] Lett. “Vaso sanguigno”. La trasmissione del Dharma viene spesso paragonata ad un vaso sanguigno e rappresenta l’ininterrotta catena dell’insegnamento, da maestro ad allievo.

[61] Lett. “Mente della Via”. Si veda il cap. 79, Hotsu Bodai-shin.

[62] Il Maestro Settan Tokkō (1121-1203), nella linea di trasmissione del Maestro Engo Kokugon. [Cho-an Te-kuang]

[63] La Sala del Dharma.

[64] La Cina.

[65] Il tradizionale cuscino rotondo, per lo zazen.

[66] Cho era il nome e Teiko era il titolo ufficiale di ministro delle acque, responsabile di varie mansioni.

[67] L’Imperatore Neishū regnò dal 1195 al 1225.

[68] Il lavoro, all’interno del monastero.

[69] Il Giappone.