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SENMEN

Lavarsi il Viso

 

 

In questo capitolo l’insegnamento del Maestro Dōgen sottolinea come perfino attività quotidiane di non grande impegno quali il lavarsi, vestirsi ed as­sumere i pasti, rientrino nella normale prassi spirituale e, come tali, va­dano considerate e condotte a termine. Ritenere queste mode­ste azioni come prive di spiritualità o di contenuto religioso, è deni­grare la Via e mi­sconoscere l’attività quotidiana dei Patriarchi.

 

Nel Sūtra del Loto è scritto: “Frizionate il corpo con essenze profu­mate, lavate via ogni impurità e indossate un abito pulito; così tanto l’interno quanto l’esterno saranno purificati.”

Questo insegnamento fu impartito dal Tathāgata[1] a tutti co­loro che esercitavano i Quattro Modi Sereni[2] durante l’Assemblea del Loto; non era mai stato esposto in altre occasioni e non compare in al­cun altro testo. Purificare corpo e mente con olio profumato e lavare via le impurità è il primo principio della Legge del Buddha. Indossare un abito pulito è un altro modo per purificarsi. Lavare completamente il corpo ed ungerlo con olio profumato, purifica l’interno e l’esterno. Quando interno ed esterno sono purificati, tutto intorno a noi è puri­ficato.

Gli sciocchi che non seguono la Via e che non hanno mai sentito parlare del Dharma del Buddha, tuttavia, affermano che quando ci laviamo la pelle dobbiamo anche pulire gli organi interni, perché altrimenti il corpo non sarebbe totalmen­te purificato. Dunque, non sa­rebbe sufficiente lavare la superficie della pelle. Costoro parlano così perché non conoscono e non hanno udito il Dharma del Buddha, non hanno mai incontrato un vero ma­estro e non sono discendenti dei Buddha e dei Patriarchi. Abbandonate queste false opinioni e studiate piuttosto la vera Legge dei Buddha e dei Patriarchi. L’esistenza relativa non è de­finibile e non è possibile spiegare le caratteristi­che fondamentali di interno ed esterno. L’interno e l’esterno di corpo e mente sono inaccessibili.

Quando, nel corso della sua ultima rinascita, il Bodhisattva con­seguì la Via sedendo nel luogo dell’illuminazione, per prima cosa in­dossò un abito pulito e si lavò, per purificare corpo e mente. Questo è il modo cor­retto se­guito da tutti i diecimila Buddha dei tre mondi. Un Bodhisattva giunto all’ultima rinascita non è un essere comune ed ogni sua azione è  straordi­naria. La sua virtù e saggezza si esprimono in ogni manifestazione del corpo e della mente; egli è in tutto e per tutto un essere supremamente degno di lode, e anche il suo modo di purificarsi è particolare.

Corpo e mente di ciascuno operano in conformità al tempo. Quando un Bodhi-sattva siede, include in questo le tremila migliaia di mondi.[3] An­che se questo è proprio ciò che succede, non può essere valutato da me o dagli altri: è l’as­soluta virtù del Dharma del Buddha. Non si può misurare quel corpo e mente dicen­do che è alto cinque o sei piedi; cinque piedi o sei piedi non sono valori fissi di grandezza. Questo luogo non è questo mondo o quel mondo, né è un mondo limitato o un mondo illimitato, non è qualcosa che sia qui o là. Se chiediamo quale genere di luogo sia, non riusciamo a capirlo anche se ci viene spiegato nel modo più detta­gliato. La profondità di quella mente non può essere misurata attraverso la discriminazione. Non è una que­stione sulla quale si possano porre do­mande basandosi sul non-pen­sare o sulla discriminazione. Poiché le di­mensio­ni di corpo e mente sono così, lo stesso è valido per le dimensioni della purifica­zione. Affer­rando le dimensioni attraverso l’addestramento e l’illumina­zione, con­seguiamo ciò che Buddha e Patriarchi tengono a mente generazione dopo generazione. Non basatevi su punti di vista limi­tati e non pren­deteli per verità. Perciò, facendo il bagno e lavando il corpo, dob­biamo penetrare e purificare le dimensioni di corpo e mente.

Quando laviamo il corpo, i quattro grandi elementi,[4] i cin­que skandha[5] e le altre qualità indistruttibili sono tutte purificate. Que­sto non significa semplice­mente lavare il corpo con l’acqua. Per sua natura l’acqua non è pura né impura. Indipendentemente poi dal fatto che l’acqua sia o non sia di per sé pura, non possiamo dire che essa puri­fichi o non puri­fichi. Per conservare l’addestra­mento e l’illuminazione dei Buddha e dei Patriarchi, usiamo l’acqua per purifi­care e pulire: questo è il Dharma del Buddha. Quando c’è addestramento e c'è illumi­nazione si trascende la pu­rezza, si è liberati dall’impurità, e si lasciano cadere le nozioni di non-puro e non-impuro. Per questo, il corretto modo di purificarsi – né puro né incontaminato – è conservato solo nella Via dei Buddha e dei Patriarchi e non tra i profani.

Se ciò che gli sciocchi affermano fosse vero, non potremmo pu­rificarci neppure raschiando via lo sporco dagli organi interni fino a ri­durli a nulla, e neppure lavandoli con l’acqua di un intero oceano. Se l’interno di questo nulla non viene lavato, come possono interno ed esterno essere purificati? Gli sciocchi non sanno in che modo purificare il nulla. Utilizzate il nulla per pulire il nulla, ed utilizzate il nulla per lavare corpo e mente. Accettare e confidare in questo metodo di purificazione significa preservare l’addestramento ed il risveglio dei Buddha e dei Patriarchi.

La vera Legge correttamente trasmessa da Buddha a Bud­dha e da Pa­triarca a Pa­triarca, consiste nell’utilizzare l’igiene perso­nale al fine di purificare l’interno e l’esterno di corpo e mente, gli or­gani interni, l’esistenza relativa e quella assoluta, nonché gli aspetti interiore, esteriore e medio dell’Universo. Quando usiamo incenso per purificarci, tutto il karma operante nel passato, nel presente e nel futuro viene prontamente purificato.

Il Buddha ha detto: “Fate il bagno tre volte, per tre volte usate l’incen­so; allora corpo e mente saranno purificati.” Perciò, quando fate il bagno utilizzate l’incenso per purificare il corpo e purificare la mente; fatelo per tre volte e questo aumenterà il vostro rispetto per i Buddha. Poi leg­gete i sūtra, sedete in zazen e fate kinhin.[6] Quando è previsto che il kin­hin sia seguito da un’altra sessione di zazen, la tradizione vuole che ci si lavi i piedi, anche se non si sono sporcati; questa è l’usanza dei Buddha e dei Patriarchi.

Fate il bagno tre volte e per tre volte usate l’incenso” si­gnifica: lavate comple-tamente il corpo, indossate un abito pulito, bru­ciate una piccola quantità di incenso e lasciate che il fumo si diffonda attraverso gli indumenti; ripetete il tutto per tre volte. Questo è il modo corretto. An­che se i sei organi sensoriali e il loro funzionamento sembrano immutati, il potere della purificazione si manife­sta. Non ab­biate dubbi in proposito. I tre veleni[7] e i quattro pervertimenti[8] pos­sono essere presenti, nondimeno il potere della purificazione si mani­festa attraverso  il Dharma del Buddha. Ciò non lo si può esami­nare  con la comune intelligenza, né può essere percepito attraverso il vedere ordinario. Usando l’incenso, non rompetelo in pezzetti e non macinatelo fino a ridurlo in polvere; usatelo semplice­mente così com’è, per purificare tutti gli elementi.

Questo è il modo corretto di purificarsi secondo il Dharma del Buddha: lavarsi il corpo, lavarsi la mente, lavarsi i piedi, lavarsi il viso, lavarsi gli occhi, lavar­si le due parti usate per l’evacuazione, la­varsi le mani, lavare la ciotola per le elemosine, lavare il kesa, lavarsi la testa. Tutti questi atti di purificazione sono la vera Legge dei Buddha e dei Patriarchi, dei tre mondi. Nel luogo in cui Buddha, Dharma e Samgha sono onorati, lì si prepara l’incenso all’uso. Innanzitutto lavatevi le mani, risciacquate la bocca, ed indossate abiti puliti. Mettete poi dell’acqua fresca in un vassoio pulito, lavate l’incenso e offritelo al mondo del Buddha, del Dharma e del Samgha. Per onorare i Tre Tesori nelle occasioni spe­ciali, utilizzate solo incenso di sandalo proveniente dal monte Mala e lavato nelle acque dell’Anabadatchi.[9]

In che modo il “Lavarsi il viso” è stato trasmesso dall’India ed adottato in Cina. Il Vinaya Pitaka[10] tratta questo argomento in modo dettagliato, ma soltanto il modo trasmesso e preservato dai Buddha e dai Patriarchi è quello corretto. Esso è stato tramandato da Buddha a Buddha e da Pa­triarca a Patriarca per centinaia di generazioni, e sarà ancora utilizzato per millenni. Non è soltanto un modo per eliminare lo sporco e l’olio, ma è la linfa vitale dei Buddha e dei Patriarchi.

Si dice che ricevere o fare prostrazioni senza essersi lavati la faccia costituisca una trasgressione. L’atto di onorare se stessi, ono­rare gli altri e onorare le cose, manifesta la natura della propria illumi­nazione e non-attaccamen­to. Dunque, ci si deve sempre lavare il viso.

Il momento giusto per lavarsi il viso è tra le tre e le cinque del mattino, o comunque prima del sorgere del sole. Quando il mio de­funto Maestro viveva sul monte Tendō, si lavava la faccia all’una del mattino. Vestito completamente o solo a metà, egli si recava nella stanza da bagno, con l’asciugamano. L’asciugamano era largo no­vanta centimetri e lungo oltre tre metri. Il colore non deve essere bianco; questo è proibito dalle usanze.

Nello Sanzen Iigi Kyō[11] è scritto: “Esistono cinque regole circa l’uso dell’asciu­gamano: usare solo le due estremità, asciugarsi le mani con un’estremità e il viso con l’altra, non pulirsi mai il naso nell’asciugamano, se si macchia d’olio lavatelo immediatamente, non utilizzarlo per il corpo; per asciugarsi dopo il bagno si usa un altro asciu­gamano.” Queste sono le regole da seguire nell’utilizzare un asciugamano. Piegate l’asciugamano e portatelo sull’avambraccio, usatene una metà per il viso e l’altra per le mani e non usatelo mai per pulire o sof­fiare il naso, e nemmeno per asciugarvi le ascelle, la schiena, oppure l’addome, l’ombelico, le cosce, i polpacci, e così via. Qualora si sporcasse di polvere o di olio, lavatelo subito e quando è bagnato fatelo asciugare vi­cino al fuoco o al sole. Non utilizzate mai questo asciugamano da viso nel gabinetto.

La zona per lavarsi è situata nella sala dei monaci ed è chiamata goka. Dovrebbe essere ubicata in un angolo soleggiato del settore occidentale, chiara­mente contrassegnata, e in un luogo comodo per gli incaricati del monastero. L’abate e gli altri monaci anziani hanno una stanza da bagno nei loro alloggi. Se l’abate vive nella sala dei monaci ha un suo angolo personale per lavarsi.

Quando andate a lavarvi ponete sul collo, dietro la nuca, la parte centrale dell’asciugamano; prendete quindi le estremità e fatele passare sotto le braccia, incrociatele sul collo e legatele sul torace. Le­gato in questo modo, l’asciugamano coprirà il colletto dell’abito, e le maniche resteranno legate in alto, lasciando scoperti gli avambracci e le mani. In questo modo, l’asciugamano è usato come il laccio che tiene sollevate le maniche dell’abito quando si lavora. Recatevi quindi in cucina con la ciotola, riempitela di acqua calda presa dal focolare e portatela nella zona per lavarsi. Se necessario, è consentito usare un piccolo mestolo per ver­sare l’acqua calda nel catino. Utilizzate quindi uno stuzzicadenti[12] per pulirvi i denti. Nei mo­na­steri cinesi l’uso dello stuzzicadenti è stato abbandonato da molti anni, ma recentemente ho ristabilito questa usanza qui ad Eiheiji, sul monte Kippō. Tenendo lo stuzzicadenti con la mano destra, recitate queste pa­role, dal capitolo “Pura prassi” dell’Avatamsaka Sūtra: “Te­nendo in mano questo stuzzicadenti faccio voto, con gli esseri sen­zienti, di conse­guire la vera Legge nella mente e purificare ogni cosa.” Dopo aver pulito i denti masticando lo stuzzicadenti, recitate: “Mentre uso lo stuzzicadenti faccio voto, con gli esseri senzienti, che i miei denti divengano zanne per ma­ciullare le passioni.” Finite quindi di utilizzare lo stuzzicadenti. La lun­ghezza dello stuzzicadenti può essere di quattro, otto, dodici, o sedici shi.[13]

Nel trentaquattresimo capitolo del Sanzen Iigi Kyō è scritto: “La lunghez­za dello stuzzicadenti dipende da chi lo usa, ma non dovrebbe superare i sedici shi né essere inferiore a quattro shi.” Dobbiamo sapere che lo stuzzicadenti deve essere non più corto di quattro shi e non più lungo di sedici shi. Il suo spessore è approssimativamente quello del mignolo, ma può essere più sottile. Esso inoltre ha la forma di un dito, e cioé con una estremità è più sottile dell’altra. Masticate con calma la parte sottile. Nel Sanzen Iigi Kyō è scritto: “Non masticate più di un terzo dello stuzzica­denti.” Masticate a fondo lo stuzzicadenti e strofinate i denti, su e giù. Sciacqua­te la bocca con l’acqua, pulite ancora i denti, strofinan­doli più volte, e quindi le gengive e gli spazi tra i denti. Sciacquate an­cora una volta la bocca e i denti saranno brillanti e puliti. Poi spazzo­late la lingua.

Nel Sanzen Iigi Kyō è scritto: “Vi sono cinque regole per pu­lire la lingua: non spazzolatela più di tre volte ad ogni pulizia, non fatela sanguinare, non spazzolatela così rudemente da spruzzare l’abito di saliva, non gettate lo stuz­zicadenti dove passa la gente, pu­lite la lingua in pri­vato.” Spazzolare la lingua significa riempire la bocca con dell’acqua e sfregare leggermente la lingua con lo stuzzicadenti; non significa ra­schiarla con forza per tre volte. Smettete immediatamente se la lingua ini­zia a sanguinare.

Nel Sanzen Iigi Kyō è scritto: “Pulire la bocca vuol dire masticare lo stuzzicadenti, risciacquare la bocca e spazzolare la lingua.” Lo stuzzicadenti è uno speciale strumento il cui uso è stato accurata­mente mantenuto dai Buddha, dai Patriarchi e da tutti i loro discendenti.

Una volta il Buddha si trovava con mille e duecentocin­quanta monaci, nel monastero del Boschetto di Bambù, nei pressi di  Rājagrha.[14] Il 1° dicembre il re Prasenajit fece preparare un banchetto per il Buddha e i Suoi discepoli; il mattino presto, il re stesso donò al Bud­dha uno stuzzica­denti. Dopo averlo usato, il Risvegliato lo gettò a terra ed esso germogliò, crescendo fino a raggiungere il cielo. I rami e le foglie coprirono il cielo come nuvole; sbocciarono fiori grandi come ruote di carro e apparvero frutti dalle dimensioni di un otre. Le radici, il tronco, i rami e le foglie erano come i sette preziosi gioielli,[15] e la luce del sole e della luna era offu­scata dal loro splendore. Il gusto dei frutti era quello dell’amrta,[16] ed il loro aroma riempiva il mondo. Co­loro che inalavano questa fragranza cade­vano in estasi. Il vento pro­fumato faceva stormire le foglie in sublime ar­monia e in lode naturale al Buddha; nessuno si stancava di udire questo suono divino. Tutti coloro che assistevano a questa prodigiosa trasforma­zione risveglia­rono la mente che cerca il Buddha e divennero infinita­mente puri. Quindi il Buddha predicò la Legge ed aprì molte menti. Innu­merevoli esseri cercarono il Buddha, conseguirono la Via e rinacquero poi nel paradiso.”

Il modo per onorare il Buddha e i monaci è donare loro de­gli stuzzicaden­ti, il mattino presto; dopo si può offrire qualsiasi genere di cibo. Vi sono nume­rosi esempi di persone che donarono uno stuzzi­cadenti al Buddha; l’episodio del re Prasenajit è comunque il più si­gnificativo.

Lo stesso giorno, sei insegnanti di altre dottrine sfidarono il Buddha ad un dibattito. Essi furono però così sorpresi e confusi dalle sue spiegazioni che fuggirono e si annegarono in un fiume. I milioni di se­guaci di questi sei maestri chiesero di diventare discepoli del Buddha. Quando il Buddha Śākyamuni disse: “Benvenuti, monaci!” subito i loro capelli caddero, ed un kesa apparve per prodigio sui loro corpi. Essi furono ordinati monaci ed il Buddha predicò loro la Legge, spie­gando l’essenza dell’insegnamento; di conseguenza, essi furono libe­rati da ogni contami­nazione e divennero arhat.

Per questo motivo il Tathāgata, ogni qual volta utilizza uno stuzzicadenti, viene onorato dagli dèi e dagli uomini. Tutti i Buddha, i Bodhisattva e i discepo­li del Buddha conservano fedelmente l’uso dello stuzzicadenti. Chi non utilizza lo stuzzicadenti ha perso la Legge, e questo è veramente un peccato.

Nel Brahmājāla Sūtra è scritto: “Studenti del Dharma! Du­rante i periodi di addestramento estivo e invernale esercitatevi più in­tensamente nell’ascesi. Dovete sedere in zazen sia in estate che in in­verno. Durante l’addestra­mento estivo dovete avere con voi soltanto queste cose: uno stuzzicadenti, del sapone di pasta di fagioli, tre abiti, una bottiglia per l’acqua, la ciotola per le elemosine, una stuoia per se­dervi, un bastone, un incensiere, una tazza per bere, un asciugamano, un rasoio, una pietra fo­caia, un paio di pinzette, un cuscino imbottito di paglia, il libro dei sūtra, il libro dei precetti, un’immagine del Bud­dha e un’immagine del Bodhisat­tva. Ogni volta che un Bodhisattva intra­prende un periodo di addestra­mento intensivo, prende con sé que­sti diciotto oggetti, anche se viaggia per migliaia di miglia. I due pe­riodi di addestramento sono dal 15 gennaio al 15 marzo, e dal 15 ago­sto al 15 ottobre. I diciotto oggetti sono come le due ali di un uc­cello.”

    Non dimenticate nessuno di questi diciotto oggetti; la man­canza di uno solo di essi equivale a perdere un’ala, e un uccello con un’ala sola non può volare. Non si può intraprendere un vero ad­destra­mento se manca anche una sola di queste cose. Questo vale pure per un Bodhisattva: se manca uno di questi oggetti non può procedere sulla Via del Bodhisattva. Notate che lo stuzzicadenti è il primo og­getto dell’elenco ed è la prima cosa che serve. Coloro che utilizzano lo stuzzicadenti sono dei Bodhisattva impegnati nell’investiga-zione del Dharma. Se non si riesce ad afferrare questo, non è possibile neppure sognarsi la Legge del Bud­dha. Dunque, vedere uno stuzzicadenti è vedere Buddha e Pa­triarchi. Se qualcuno vi chiede che cosa significhi questo, rispondetegli: “Per fortuna ho visto il vecchio maestro di Ei­heiji usare uno stuzzicadenti.”

Le pre­scrizioni del Brahmājāla Sūtra sono state osservate da tutti i Buddha e Bodhi­sattva del passato, del presente e del futuro. Per questo, anche oggi mantenia­mo la regola di utilizzare lo stuzzicadenti. Nello Zen’en-shingi[17] è scritto: “I dieci precetti maggiori ed i qua­rantotto precetti minori del Brahmājāla Sūtra devono essere reci­tati e osservati scrupolosamente; in questo modo sappiamo che cosa è consentito e cosa non lo è. Il sūtra contiene le sante parole del Buddha; non dovremmo dare ascolto a coloro che non hanno affron­tato un vero ad­destramento.” Dobbiamo sapere che l’essenza della corretta trasmissione dei Buddha e dei Patriarchi è manifestata in questa citazione. Qual­siasi devia­zione da essa non è la Via del Buddha, la Legge del Buddha o la Via dei Patriarchi.

Eppure, oggi i cinesi usano raramente gli stuzzicadenti. Sono giunto in Cina durante la grande dinastia Sung, a metà aprile del 1223, e ho visitato monasteri in tutto il Paese. In Cina nessuno cono­sceva l’uso dello stuzzicadenti; né i monaci né gli aristocratici, e nemmeno la gente comune. Quando chiedevo ai monaci informazioni sull’utilizzo dello stuzzicadenti, essi ne erano sconcertati perché non avevano mai sentito parlare di questa usanza prima di allora. È veramente un pec­cato che la Legge del Buddha sia così decaduta in quel paese. Qualche rara persona si sciacqua la bocca e usa uno stuzzicadenti di corno di bue lungo quindici o sedici centimetri, alla cui estremità sono fissati crini di cavallo, lunghi circa tre centimetri. Questo non è adatto ai mo­naci; è un oggetto impuro, non è uno strumento del Dharma del Bud­dha. Non lo usano per uno scopo specifico; talvolta è utilizzato per pulire le scarpe o pettinarsi e alcuni sono più lunghi degli altri, ma sono essenzialmente simili. Eppure, anche questo oggetto di genere infe­riore è comunque usato da una persona su diecimila. Di conseguenza, sia i laici che i monaci hanno un alito pessimo. Se vi avvicinate a mezzo metro di distanza per parlare con loro, l’odore è opprimente, la puzza insoppor­tabile. Anche rispettati seguaci della Via e stimati insegnanti di uomini e dèi ignorano l’usanza di sciacquarsi la bocca, pulire la lin­gua e usare lo stuzzicadenti. È facile immaginare che in quel Paese la grande Via dei Buddha e dei Patriarchi continuerà a declinare e in­fine sparirà. Non mi sono mai pentito di aver compiuto il difficile viaggio in Cina per cercare la Via, ma la condizione pietosa in cui versa il Buddhismo in quel paese mi ha rattristato. Che peccato, che peccato!

Qui, nel magnifico impero giapponese, tanto i laici che i monaci sanno come si usa lo stuzzicadenti e possono perciò vedere e udire la infi­nita luce del Buddha. A dire il vero, non tutti conoscono il modo corretto di usare lo stuzzi­cadenti e spazzolare la lingua, e molti lo fanno abba­stanza a caso. Comunque, a confronto con gli ignoranti cinesi della dina­stia Sung, i giapponesi almeno conoscono le buone maniere delle persone educate. Anche i maghi e gli eremiti usano lo stuzzicadenti; esso è uno stru­mento per rimuovere la sporcizia e un mezzo di purificazione.

Nel Sanzen Iigi Kyō è scritto: “Vi sono cinque regole per l’uso dello stuzzicadenti: la lunghezza deve essere quella fissata dalle regole, deve essere realizzato seguendo la procedura canonica, non bi­sogna ma­sticarne più di un terzo, nei punti in cui vi mancano i denti masticate tre volte, l’acqua che avanza deve essere utilizzata per risciacquare gli occhi.”

Il Sanzen Iigi Kyō spiega come usare uno stuzzicadenti, come risciacquarsi la bocca e come lavarsi gli occhi; questo è il modo utilizzato oggi in Giappone. Il Patriarca Eisai[18] trasmise il metodo cor­retto per spazzo­lare la lingua. Dopo che si è usato lo stuzzicadenti, la parte masticata dovrebbe essere spezzata e il bordo affilato do­vrebbe essere utilizzato per raschiare la lingua. Si prende poi l’acqua con la mano destra e ci si sciac­qua la bocca; ripetete il tutto per tre volte. Se compare del sangue, smette­te immediatamente.

Nel risciacquare la bocca recitate queste parole: “Faccio voto, risciacquandomi la bocca, che tutti gli esseri senzienti possano accedere alla pura soglia e conseguire la liberazione.” Sciacquate più volte la bocca, pulite l’interno delle labbra, la zona sotto la lingua e attorno alla mascella; usate per questo i polpa­strelli delle prime tre dita. Quando avete mangiato cibo oleoso, utilizzate dell’estratto di ro­binia per sciacquare. Lo stuzzicadenti usato deve essere gettato in un luogo appropriato; quando l’avete buttato, schioccate le dita tre volte.[19] Nella zona riservata alle ablu­zioni dovrebbe esserci un contenitore per gli stuzzicadenti usati; se non c’è, gettate comunque lo stuzzicadenti in un posto adatto. Non dovete sputare nel catino l’acqua usata per fare gargarismi e sciacquare la bocca: gettatela altrove.

Dopo la pulizia della bocca ci si lava il viso. Prendete con entrambe le mani l’acqua e lavate la fronte, poi le sopracciglia, gli occhi, le narici, l’interno delle orecchie, la testa e infine le guance. Frizionate accu­ratamente il viso con l’acqua calda e non lasciate goc­ciolare muco o saliva nel catino. State bene attenti a non sprecare ac­qua calda versandola in terra o spruzzandola in giro; deve essere con­servata con cura. Togliete la polvere e l’olio dal viso, e lavatevi dietro le orecchie e attorno agli occhi, e poi lavate tutta la testa. Que­sto è il giusto modo di lavarsi. Una volta terminato, gettate l’acqua che avete usato e schioccate di nuovo le dita, per tre volte.

Asciugatevi con l’asciugamano, usando per prime le estre­mità. Toglietelo dalle spalle e avvolgetelo sul gomito sinistro. Nella zona per le abluzioni do­vrebbero essere collocati due asciugamani per l’utilizzo collettivo ed uno stenditoio; si può utilizzare l’asciugamano co­mune in luogo del proprio. Nel lavarvi, state attenti a non fare rumore con il secchio e il me­stolo, e a non versare l’acqua, o spruzzare tutto attorno; non sprecate l’acqua calda e non bagnate gli oggetti. Riflettete con calma su questo che è il modo adatto di procedere. Siamo nati in un periodo di decadenza e vi­viamo in un’isola remota, eppure il retto comportamento degli antichi Buddha è stato correttamente trasmesso. Siamo davvero fortu­nati perché, liberi da impurità, possiamo adde­strarci e conseguire il risveglio. Colmi di gioia, tornate nel monastero con passo leggero e voce gentile.

L’alloggio dell’abate e le stanze dei monaci anziani devono es­sere forniti di una zona per le abluzioni. Trascurare di lavarsi il viso è una violazione della Legge del Buddha. È possibile, dopo la pulizia perso­nale, usare creme curative per proteggere la pelle dal freddo e dal caldo.

Masticare lo stuzzicadenti e lavarsi la faccia è la vera Legge degli antichi Buddha. Se la mente è in sintonia con la Via e si desidera il risveglio, sicura­mente ci saranno prassi e illuminazione. Se non c’è acqua calda utilizzate acqua fredda: questa è una regola antica e consolidata. Se non potete procurar­vi dell’acqua, frizionate almeno il viso con della cipria. È sconveniente venerare il Buddha, reci­tare i sūtra, offrire incenso o sedere in zazen, senza essersi lavati la bocca e il viso.

 

 

 

Trasmesso, il 23 ottobre 1239, ai monaci riuniti nel Kan­nondōri, Kōshō-hōrinji.

 

In India e in Cina re, principi, ministri, ufficiali, sacerdoti, laici, nobili e contadini, tutti quanti si lavano la faccia; è per loro usanza e abi­tudine consolidata. I catini sono d’argento o di stagno. Ovunque, nei san­tuari e nei templi, ci si lava la faccia prima del servi­zio mattutino. Ci si lava il viso prima di recare offerte agli stūpa dei Buddha e dei Patriarchi. Monaci e laici si lavano il viso prima di pro­strarsi davanti agli esseri celestiali, agli dèi, ai Patriarchi, agli antenati, ai maestri, ai Tre Tesori,[20] agli spi­riti dei defunti e alle potenze delle dieci direzioni.[21] Anche contadini, pe­scatori e taglialegna non dimenti­cano mai di lavarsi il viso. In quei Paesi, tuttavia, non si usa lo stuzzicadenti. In Giappone, imperatori, ministri, giovani e vecchi, no­bili, sacerdoti e laici usano lo stuzzicadenti e si sciac­quano la bocca, ma non si lavano il viso. Ogni Paese ha pregi e difetti. D’ora in poi lavatevi il viso e utilizzate lo stuzzicadenti; facendo entrambe le cose, la nostra vita avrà basi salde e conquisteremo la visione intuitiva dei Buddha e dei Patriarchi.

       

 

Questo discorso fu ripetuto altre due volte: il 20 novembre 1243 a Kippōji, e l’11 gennaio 1250 a Eiheiji.



[1] Lett. “Così arrivato”.

[2] I Quattro Modi Sereni sono indicazioni di comportamento. Si veda il Sūtra del Loto, pag. 256.

[3] Si riferisce all’Universo. Si veda il Sūtra del Loto, pag. 144.

[4] Acqua, terra, fuoco, e vento.

[5] I cinque skanda o aggregati sono: rūpa (il corpo-forma), vedanā (la sensa­zione), samjñā (la percezione, la nozione), samskarā (le impressioni risultanti, gli elementi della coscienza, lett. “I formati e i formanti”), e vijñāna (la coscienza individuale, la conoscenza discriminante).

[6] Il kinhin è una camminata tradizionale, che si effettua tra uno zazen e l’altro, la cui modalità consiste in “Mezzo passo un espiro, mezzo passo un ispiro”.

[7] Avidità, ira e ignoranza.

[8] Dal sanscrito viparyāsa: prendere l’impermanente per permanente, prendere l’insoddisfacente per soddisfacente, prendere l’inessenziale per essenziale, prendere l’impuro per puro.

[9] Un piccolo lago himalāyano.

[10] Il canestro delle Regole. Assieme al Sūtra Pitaka (il canestro dei Discorsi) e all’Abhidharma Pitaka (il canestro dei Commentari), forma il Tripitaka, i tre canestri dell’Insegnamento.

[11] Una raccolta di precetti.

[12] Si tratta di un rametto di salice che era utilizzato come spazzolino da denti.

[13] Uno shi equivale all’incirca alla lunghezza della nocca di un dito.

[14] La capitale dell’antico stato del Magadha.

[15] I sette tesori sono: oro, argento, smeraldi, perle, corallo, ambra,  e agata.

[16] Nettare celestiale.

[17] Si tratta del Ch’anyüan Ch’ing kuei (Criteri per monasteri Zen), un testo scritto nel 1103 dal Maestro Chōro Sōsaku (?) [Ch’ang-lu Tsung-tse]

[18] Il Maestro Myōan Eisai (1141-1215), nella linea di trasmissione del Maestro Ōryū Enan. Egli è il fondatore del Kenninji a Kamakura. 

[19] Questo è chiamato “Danshi” ed è un gesto per purificare il luogo.

[20] Buddha, Dharma e Samgha.

[21] I quattro punti cardinali, i quattro punti intermedi, l’alto e il basso.