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HOKKE TEN HOKKE

Solo un Vero Fiore Mostra il Suo Vero Volto

 

 

Questo capitolo, scritto di pugno dal Maestro Dōgen, è interamente dedicato al Sūtra del Loto,[1] generalmente considerato il Sūtra più im­portante e profondo di tutti. Con esso, infatti, il Buddha Śākyamuni ha trasmesso l’Ekayāna, quell’“Unica Via” che trascende e che comprende in sé tutti i precedenti insegnamenti, parziali e provvisori.[2] Per il Maestro Dōgen, l’Hokke Kyō non è solo un Sūtra buddhistico, ma è lo stesso intero Universo, è la verità eterna, è la vita eterna dei Buddha. Così, il tema principale di questo capitolo è l’interrelazione tra questi elementi e noi, tra il Sūtra e lo studente della Via. L’argomento è sviluppato commentando un dialogo tra il sesto Patriarca cinese e uno studente, nonché alcuni dei passi più importanti del Sūtra stesso.

 

La terra del Buddha si estende nelle dieci direzioni e include il mondo intero. Ogni paese possiede il vero fiore: magnifica e pura ve­rità. Tutti i Buddha nelle dieci direzioni e nei tre mondi e tutti i Bodhi­sattva che hanno conseguito il supremo risveglio mostrano il loro vero volto e il vero volto è manifesto in essi. Un Bodhisattva pervenuto allo stadio di non-regressione è colui che, avendo studiato il Sūtra del Loto, si addestra in conformità ad esso. La saggezza dei Buddha è ve­ramente profonda. Questa saggezza è pervasa di pace e quiete, ma le persone comuni non possono comprenderla.

Il principio secondo cui una persona è illuminata dal Sūtra del Loto e nello stesso tempo lo illumina, è personificato dal Buddha Mañjuśrī.[3] Tutti conoscono il Bodhisattva Mañjuśrī, ma po­chi conoscono il Buddha Mañjuśrī. Nelle fasi finali del suo addestramento, quando divenne consapevole che si è illuminati dal Sūtra del Loto e che contemporaneamente lo si illumina, visse nel tempio di un drago in fondo all’oceano.[4] Una volta, il Buddha Śākyamuni si manifestò come Buddha Mañjuśrī; in quell’occasione disse: “Soltanto i Buddha e io sappiamo che solo un vero fiore mostra il suo vero volto.” Un Sūtra, poi, amplia questa afferma­zione: “Solo i Buddha nelle dieci direzioni e io, comprendiamo pienamente questo principio; per questo siamo in grado di condurre all’illuminazione tutti gli esseri senzienti.”

Il principio secondo cui una persona illumina il Sūtra del Loto e nello stesso tempo ne viene illuminata, è personificato dal Bodhisattva Samantabhadra[5]. Da questo principio i Bodhisattva traggono un merito incalcolabile, che è utilizzato come espediente per guidare gli esseri senzienti che hanno differenti capacità, caratte­ristiche e modi di studiare la Via. Perfino gli studenti del Mahāyāna talvolta non riescono ad afferrare questo principio, per non parlare della gente comune e degli studenti Hīnayāna. Comprenderlo o meno, tuttavia, non ha molta importanza perché in definitiva è mediante questo principio che realizziamo l’illuminazione. La crescita di un al­bero dipende dalla pioggia; la crescita della nostra mente che cerca il Buddha dipende dal Sūtra del Loto.

Il Bodhisattva Samantabhadra stava spiegando il Sūtra del Loto; in quel momento, il Buddha Śākyamuni iniziò la grande predicazione sul Picco dell’Avvoltoio. Una luce trascendente promanò dal terzo occhio[6] di Śākyamuni illuminando diciottomila mondi verso oriente; Samantabhadra la percepì e si recò là. Fu durante questo in­contro che Mañjuśrī predisse che il Buddha Maitreya[7] sarebbe stato il successore di Śākyamuni. Questo è un esempio dell’essere illuminati dal Sūtra del Loto e contemporaneamente illuminarlo.

Il discorso di Samantabhadra, la presenza di (questo) Bud­dha alla predicazione di Śākyamuni, la predizione di Mañjuśrī e la predicazione di Śākyamuni, avvennero in momenti diversi. Eppure, tutto questo riflette il principio che noi illuminiamo il Sūtra del Loto e che contemporaneamente ne siamo illuminati. Per questo motivo il Bud­dha si manifestò nel mondo per esporre l’insegnamento Ekayāna;[8] dovremmo essere consapevoli di questo. Gli insegnamenti Ekayāna sono davvero profondi, ben al di là della possibilità di comprensione degli studenti Hīnayāna e della gente comune.

Il Sūtra del Loto afferma: “L’insegnamento Ekayāna ‘Ogni forma è la vera forma’ è spiegato e trasmesso soltanto dai Buddha.” I sette Buddha del passato lo hanno spiegato, Śākyamuni lo ha com­pletato. Tutti possono conseguire l’illuminazione, ma soltanto gli abi­tanti dell’India e della Cina capiscono questo.

L’insegnamento Ekayāna, che è considerato uno degli inse­gnamenti più importanti, comparve nel mondo per la prima volta con Śākyamuni. Da Śākyamuni fu trasmesso, attraverso la successiva catena dei Patriarchi, fino a Enō,[9] il trentatreesimo Patriarca. Due discepoli di Enō, Ejō e Gyōshi, ricevettero la trasmissione, anche se solo la linea di insegnamento derivata da Gyōshi esiste ancora oggi. Questi insegnamenti sono contenuti nel “Meraviglioso Sūtra del Vero Fiore di Loto”, così chiamato perché è il Sūtra più mera­viglioso. In questo Sūtra è contenuto l’insegnamento relativo ai Bodhisattva.

Che sia manifesto sul Picco dell’Avvoltoio, nei grandi oceani o sulla grande terra, qualsiasi fenomeno è di per sé ve­rità. Pro­prio l’esserci è vera esistenza, e la vera esistenza è proprio l’esserci. Per questo motivo Śākyamuni comparve nel mondo. Un vero fiore manifesta la verità mentre, simultaneamente, la verità ma­nifesta il vero fiore. Questo è l’ombrello sotto il quale sussistono vita eterna, onniscienza, impermanenza e samādhi. Questa ve­rità è anche nota come l’Occhio e il Tesoro della Vera Legge, la suprema mente del  nirvāna, il salvare gli esseri senzienti mediante la realizzazione dei Buddha e dei Bodhisattva, ed è la predizione della futura comparsa di un Buddha.

Una volta in Cina, all’epoca della dinastia Tang, il Patriarca Enō stava tenendo un discorso. Tra gli astanti c’era un monaco di nome Hōtatsu, il quale disse a Enō: “Ho letto il Sūtra del Loto più di tremila volte.” Il Patriarca rispose: “A che serve leggere soltanto? Se non ne comprendi il significato, non serve leggerlo neppure diecimila volte.” Hōtatsu disse: “In effetti sono stato uno stupido. Ogni volta che l’ho letto, il Sūtra non è stato altro che parole. Ti prego, insegnami come posso fare per comprendere il Sūtra.” Enō rispose: “Leggilo an­cora una volta e te lo spiegherò.” Quando il monaco ebbe terminato di leggere il primo capitolo, Enō disse: “Fermati. Il primo capitolo spiega perché Śākyamuni comparve nel mondo; non è necessario sapere al­tro.”

Śākyamuni comparve nel mondo per esporre la saggezza del Buddha, affinché tutti gli esseri senzienti potessero realizzare il risveglio. Ognuno di noi possiede questa saggezza. Dunque, tutti noi siamo già Buddha. Questo Sūtra ha un profondo significato. Abbiate fede in esso. Il Sūtra afferma: “La saggezza del Buddha è la mente stessa.” A questo proposito Enō compose poi questi versi:

 

L’illuso dovrebbe essere illuminato dal vero fiore di loto,

l’illuminato dovrebbe illuminare il vero fiore di loto.”

 

Quindi proseguì: “Vi sono due alternative: o realizziamo la nostra vera natura o distruggiamo noi stessi. Neppure l’ininterrotta re­citazione di questa Sūtra per molto tempo, può mutare questo fatto. Quando leggi il Sūtra non aggrapparti al leggere, ma non aggrapparti nemmeno al fatto di non aggrapparti alla lettura: semplicemente, leggi. Quando in questo modo investighiamo l’insegnamento Ekayāna, è come una mucca bianca che traina un carro.” Hōtatsu disse ancora a Enō: “Il Sūtra afferma: ‘Dagli śrāvaka [10] sino ai Bodhisattva, tutti mantennero la consape­volezza che la saggezza del Buddha è incommensurabile’. Tu mi hai insegnato che la saggezza del Buddha è condurre gli esseri sen­zienti all’illuminazione. Capisco che una persona dotata realizzerà in questo modo l’illuminazione, ma che dire della persona comune? Come ci riuscirà? Nel Sūtra si fa riferimento a tre tipi di carro: il carro trainato da una pecora, che rappresenta gli śrāvaka; il carro trainato da un daino, che simboleggia i pratyekabuddha; il carro trainato da una mucca, che rappresenta i Bodhisattva. O venerabile Patriarca! Qual è la differenza tra questo carro trainato da una mucca e il carro trainato da una mucca bianca, di cui hai parlato?”

Il Patriarca rispose: “La saggezza contenuta in questo Sūtra è evidente, ma tu non sei in grado di coglierla. Ostacolati da una com­prensione parziale, coloro che seguono uno dei Tre Veicoli[11] non pos­sono immaginare l’ampiezza della saggezza del Buddha. Anche se cercassero di misurarla, non ci riuscirebbero. I Tre Veicoli sono utilizzati per insegnare alla gente comune, non per insegnare ai Buddha stessi. Se non abbiamo fede in questo principio, cercheremo un posto sul carro fuori dalla porta quando invece stiamo già viaggiando sul carro trai­nato dalla mucca bianca. Il Sūtra afferma: ‘Esiste un  solo Veicolo, non due o tre’. Perché non  riesci a capire? L’espressione “Tre Vei­coli” è solo un termine di comodo, utilizzato nei tempi antichi per inse­gnare alle persone immature. Solo l'insegnamento Ekayāna è vero, perché soltanto questo insegnamento è stato proclamato al mo­mento giusto. Dovremmo perciò abbandonare subito gli insegnamenti che parlano dei Tre Veicoli per studiare l’insegnamento Ekayāna, il vero insegnamento. Così facendo, la parola verità diventa priva di significato perché tutte le cose sono verità. Questa verità non è in­fluenzata dalle opinioni del proprio padre né da quelle di un bambino, e non ricade sotto il potere della nostra volontà. Cerca di usare questa verità. Tutto questo costituisce il nocciolo del Sūtra del Loto. Se i no­stri pensieri sono in armonia con gli insegnamenti tanto nel passato quanto nel futuro, la distinzione tra giorno e notte scompare. È come tenere il Sūtra del Loto nelle nostre mani, o recitarlo senza interru­zione.”

Hōtatsu, assai impressionato da queste parole, recitò i seguenti versi:

 

Ho letto il Sūtra del Loto più di tremila volte,

eppure una sola parola di Enō ha superato ogni merito.

Dobbiamo chiarire perché i Buddha si sono manifestati;

se non ci riusciamo, ci condanniamo ad innumerevoli

nascite nel regno della pazzia.

Carri trainati da pecore, daini e mucche sono solo l’inizio, la metà e la fine dell’imparare l’insegnamento Ekayāna .

Cercare questi carri di là e non di qua della porta, è un errore.

Così facendo, soffriremo come uno che vive in una

casa di fuoco.

Essenzialmente, esiste solo il carro trainato dalla

mucca bianca, il re degli insegnamenti.”

 

Il sesto Patriarca rimase molto colpito da questi versi e disse: “Sarai ricordato come il monaco recitante.” In questi versi possiamo percepire chiaramente lo spirito di Enō. Noi illuminiamo il vero fiore di loto, il vero fiore di loto illumina noi. Gli illusi sono il­luminati dal vero fiore di loto e il vero fiore di loto è illuminato dagli illuminati.

Dopo l’incontro tra Hōtatsu e il sesto Patriarca, il Sūtra del Loto divenne famoso; prima di allora non se ne parlava. Capire la sag­gezza del Buddha è l’Occhio e il Tesoro della Vera Legge; detto in altri termini, è capire Buddha e Patriarchi. Per capire un Sūtra non basta leggerlo. Questo è l’insegnamento che si ricava dalla storia che ho narrato. Ricordatelo.

Se volete afferrare il significato del Sūtra del Loto, investi­gate le parole del sesto Patriarca: nessun altro insegnamento ha una simile penetrazione intuitiva. Gli insegnamenti che espongono il principio per cui “Il vero fiore di loto illumina noi”, rivelano la vera na­tura di tutte le cose; forma, personalità, capacità, natura essenziale, causa ed effetto, riflettono tutti questa vera natura. Non si era mai udita una simile interpretazione, prima di Enō.

È stato detto che gli illusi sono illuminati dal vero fiore di loto. Questo è vero, eppure è un’illusione, perché la mente illusa e l’illuminazione prodotta dal vero fiore di loto sono la stessa cosa. La parola illuminare evoca idee di felicità in molte persone che hanno grandi aspettative in proposito; dovrebbero invece sapere che il risve­glio trascende simili aspetti. Non è qualcosa che possiamo ottenere o di cui possiamo rintracciare la sorgente. La Via del Buddha è sempli­cemente la Via del Buddha, al singolare, e non due o tre vie come cre­dono i seguaci dell’Hīnayāna; allo stesso modo, il vero fiore di loto è soltanto il vero fiore di loto. L’insegnamento Ekayāna  è l’unico vero insegnamento. Se abbracciamo il principio per cui noi illuminiamo e contemporaneamente siamo illuminati dal vero fiore di loto, capiremo questo. Ovvero, comprenderemo che illuminiamo e siamo contemporaneamente illuminati da tutte le cose. Dunque, non dobbiamo rammaricarci per la condizione illusa in cui si trova la nostra mente.

Il Sūtra afferma: “Tutto quello che fa un uomo che ha risve­gliato la mente che cerca il Buddha, si accorda con la via dei Bodhi­sattva. All’inizio,[12] seguiamo la via dei Bodhisattva.”  Vale a dire che prendiamo rifugio nel Buddha e di conseguenza entriamo nell’illuminazione; gli illusi sono illuminati dal vero fiore di loto.

Considerate questo: c’è la casa di un ricco uomo che sta bru­ciando.[13] La casa in fiamme[14] è la mente illusa. L’illusione esiste sulla porta,[15] l’illusione è al di là della porta,[16] in mezzo alla porta[17] e al di qua della porta.[18] Comprendiamo perciò che l’illusione esiste non solo nella casa, ma anche al di qua e al di là della porta. L’insegnamento Eka­yāna, che si basa sulla mente illusa, è il varco verso l’illuminazione e l’ingresso in essa. Siamo invitati a salire sul carro trainato dalla mucca bianca.[19] Dovremmo farlo, ma non direttamente, quanto piuttosto da un vicolo laterale. Considerate questa domanda: si deve abbandonare la casa in fiamme sapendo che la porta è l’unica uscita e che esiste una casa in fiamme anche sul carro nel vicolo laterale? Qui, ovviamente, ‘porta’, ‘vicolo laterale’ e ‘casa in fiamme’ sono utilizzate in senso allego­rico, e il loro significato è ben lontano dalla possibilità di compren­sione della gente comune. Ognuno di questi è, in se stesso, il supremo fiore di loto.

Molti ritengono che, viaggiando sul carro trainato da una mucca bianca, si giunga in qualche mondo particolare. Questo è sbagliato, perché restiamo comunque all’interno dei tre mondi.[20] Il risveglio non è un’uscita attraverso la quale sfuggiamo al ciclo di vita e morte. La casa è in fiamme, e molti cercano di fuggire usando carri diversi. Costoro devono fermarsi e pensare: dove posso andare? Fuggire eli­mina davvero il pericolo rappresentato dalla casa in fiamme? 

Se solo costoro si fermassero nel vicolo ed osservassero la casa che brucia, ne trarrebbero una profonda conoscenza della vita, ed il vicolo divente­rebbe il Picco dell’Avvoltoio: un luogo in cui si impara e ci si adde­stra. La gente comune si gode  i piaceri di questo mondo che sono però effimeri. Il Buddha dice: “La mia Pura terra è indistruttibile. Io vivo lì, in eterno.” Riflettete a fondo su queste parole. Il Sūtra afferma: “Dobbiamo cercare il Buddha con since­rità.” Considerate queste domande: come percepisco il Buddha? Den­tro di me o fuori di me? Come considero l’illuminazione? Nell’aspetto individuale o in quello globale? Quando vediamo il Buddha sul Picco dell’Avvoltoio è perché abbiamo una forte determinazione di dimenti­care questa nostra vita e questo corpo.

Nel Sūtra, Śākyamuni afferma: “Io eternamente predico la Legge sul Picco dell’Avvoltoio.” Egli utilizzava i mezzi abili per condurre tutti al nirvāna; egli stesso entrò nel nirvāna utilizzando i mezzi abili. Il Buddha è vicino, eppure non possiamo ve­derlo perché non siamo illuminati. Vista con gli occhi del Buddha, la casa in fiamme è la Terra di Buddha, un luogo abitato da esseri cele­stiali. È la Terra di Śākyamuni e del Buddha Vairocana,[21] una Terra sempre quieta e luminosa, che perciò è chiamata “La Terra della luce eternamente quieta.”

In origine, tutti noi possedevamo quattro tipi di terre. Nella scuola Tendai queste sono: la terra dove vivono insieme esseri celestiali ed esseri terrestri, la terra i cui abitanti sono quasi tutti liberi da illusione, la terra in cui i Bodhisattva illuminano parte della Via di Mezzo, la terra della luce eternamente quieta. In altre parole, vi­viamo nella terra in cui vivono i Buddha, e perfino un granello di pol­vere manifesta il mondo del Dharma. Quando illuminiamo il mondo del Dharma, il granello di polvere ne è illuminato. Quando i Buddha illuminano il mondo del Dharma, noi siamo illuminati. Come conse­guenza, ogni cosa è vista nella sua essenza. Vale a dire, illuminiamo il fiore di loto e simultaneamente ne siamo illuminati. Anche i dubbi a proposito del Dharma sono la vera forma. Chi possiede la saggezza del Buddha lo sa, perché sperimenta un’esistenza pacificata.

Molti pensano che il proprio livello di percezione dipenda dal luogo in cui esistono: nell’Universo o tra la polvere del mondo. Questo è sbagliato. L’esistenza pacificata[22] piuttosto, dipende dall’aver afferrato o meno la verità, e chi vi è riuscito non è condizionato né dall’Universo né dalla polvere del mondo. In questo stato egli vede tutte le cose nella loro essenza, così come esposto nel Sūtra del Loto. Considerate tutto questo e rispondete a questa domanda: sto indi­rizzando il mio addestramento verso l’ampio o il ri­stretto?[23] Non stupitevi per questa domanda, e non dubitate della sua importanza: afferrate piuttosto il principio “Il vero fiore di loto illumina noi”, e addestratevi alla luce di esso. Ampio e ristretto non possono essere definiti, e non dovremmo neppure cercare di farlo. Dobbiamo piuttosto cercare di chiarire il vero Sūtra del Loto.

Ci viene detto di “Dischiudere l’illuminazione ed entrare”. Il Sūtra afferma: “Gli esseri senzienti dischiudono ed entrano nel risve­glio perché questo è il desiderio del Buddha.” Dischiu­dere ed entrare nell’illuminazione, cioè essere illuminati dal vero fiore di loto, signi­fica che ci è stata mostrata la saggezza del Buddha. In altri termini, illuminiamo la saggezza del Buddha e ne siano illuminati. Un risve­gliato comprende che le azioni di dischiudere, mostrare ed entrare nell’illuminazione sono interrelate. Śākyamuni e tutti gli altri Bud­dha realizzarono l’illuminazione grazie al principio che il vero fiore di loto ci illumina.

Quando il Buddha preannuncia a qualcuno la futura illumi­nazione, significa che costui dischiuderà la saggezza del Buddha che ha dentro di sé. Essere illuminati dal vero fiore di loto, dunque, av­viene dall’interno e non come risultato della predizione di un altro. Il Sūtra afferma: “L’illuso sarà illuminato dal vero fiore di loto.”

Un altro versetto dice: “Quando siamo illuminati, il vero fiore di loto è illuminato.” In precedenza abbiamo detto: “Il vero fiore di loto illumina noi.” Cercate di chiarire tutto questo, pur impiegandoci un’eternità, e gradualmente vi risveglierete all’illuminazione. Questo è il significato di: “Il vero fiore di loto illumina noi.” ‘Noi illuminiamo il vero fiore di loto per quello che è’ significa che il vero fiore di loto ci illumina ininterrottamente. Queste cose avvengono come una catena di eventi che si sovrappongono. Possiamo paragonarle ad un cavallo e un asino che gareggiano; quando il cavallo avrà completato il per­corso, l’asino starà ancora correndo e arriverà solo più tardi. I grandi insegnamenti di Śākyamuni spiegano tutto questo dettagliatamente.

Il Sūtra afferma: “Mentre il Buddha Śākyamuni predicava il Sūtra del Loto, innumerevoli Bodhisattva sorsero dalla terra in un continuo flusso ininterrotto.”[24] Tutti questi Bodhisattva erano da tempo seguaci di questo Sūtra. “I Bodhisattva sorsero dalla terra in un flusso ininter­rotto”: esaminate questa frase perché è il significato della loro azione di illuminare il vero fiore di loto e dell’esserne illuminati. Prima di germogliare dal terreno, essi erano già germogliati dalla vacuità. Anche questo significa che essi illuminano il vero fiore di loto; inoltre, essi non sorsero solo dalla terra e dalla vacuità, ma anche dallo stesso vero fiore di loto.

Il Sūtra afferma: “Il padre è giovane e il figlio è vecchio. Eppure, il padre è il padre e il figlio è il figlio.”[25] Coloro che compren­dono il vero fiore di loto, che sanno cioè che ogni cosa è la vera forma, non si stupiscono di questa frase né dubitano della sua veridi­cità. Anche se l’incredulità è di per sé vera forma, dovremmo comun­que illuminare il vero fiore di loto e chiarire di conseguenza l’esistenza eterna del Buddha. I Bodhisattva sorsero dal terreno per ef­fetto della saggezza del Buddha nel dischiudere e penetrare il risve­glio.

Quando illuminiamo il vero fiore di loto, la nostra mente è illuminata come il vero fiore di loto. Il vero fiore di loto è il risveglio della nostra mente. Si dice che i Bodhisattva vivono nella terra, cioè nella vacuità. Questa vacuità è l’illuminazione del vero fiore di loto ovvero, in altre parole, la vita eterna del Buddha. La vita eterna del Buddha, il vero fiore di loto, il mondo in­tero e l’unità della mente esistono tutti nella terra o nel cielo. La loro realizzazione nella terra o nel cielo è il significato di “Noi illuminiamo il vero fiore di loto.” Quando illuminiamo il vero fiore di loto, ab­biamo tre generi di erbe e due varietà di piante.[26]

Sul risveglio non nutrite dubbi e non coltivate aspet­tative. Quando illuminiamo il vero fiore di loto, siamo nel puro continente meridionale. Il Picco dell’Avvoltoio è il dōjō[27] nel quale illuminiamo il vero fiore di loto, ed è il luogo in cui Śākyamuni insegnò come questa illuminazione si manifesta. Quando predicò questo Sūtra, i Bodhisattva, radunatisi dalle dieci direzioni, riempirono completamente il cielo. Questi Bodhisattva sono un’estensione del Buddha stesso.[28] Tutta la Terra di Buddha, nelle dieci direzioni, e perfino un granello di polvere, illuminano il vero fiore di loto.

Ogni forma è vacuità, ogni vacuità è forma” significa sem­plicemente che possiamo illuminare il vero fiore di loto. Compren­diamo perciò che discutere di vita e morte è inutile, e che non do­vremmo pensare che la vita è soltanto vita e che la morte è soltanto morte.[29]

Considerate questo aspetto: l’amicizia è reciproca. Io sono amico suo, lui è amico mio. Un Sūtra spiega: “Donate una gemma al vostro amico e fategliela nascondere nella crocchia di ca­pelli o dentro l’orlo.”[30] Questo è un principio profondo, sforzatevi di chia­rirlo.[31]

Mentre il Buddha predicava il Sūtra del Loto, comparve da­vanti a lui una torre ad un solo piano, alta cinquecento yojana[32] e deco­rata con innumerevoli pietre preziose.[33] Nello stesso momento apparve anche il Prabhūtaratna Tathāgata, [34] ed una torre alta 250 yojana  spuntò dal terreno. Il Buddha si trovava in questa torre. Ognuno di questi eventi è l’illuminazione del vero fiore di loto, dunque possiamo capire che non ci sono ostacoli da parte di corpo e mente. Anche se la torre fosse penetrata nel terreno provenendo dal cielo, il risultato sarebbe stato lo stesso: l’illuminazione del vero fiore di loto. Quando la torre spuntò dal terreno, il Picco dell’Avvoltoio entrò in essa. Quando la torre penetrò nel terreno, entrò nel Picco dell’Avvoltoio. Vale a dire, la torre divenne vacuità, la vacuità divenne torre. L’antico Buddha nella torre sedette sullo stesso seggio del Buddha sul Picco dell’Avvoltoio. Il Buddha sul Picco dell’Avvoltoio espose il Sūtra del Loto. Il Buddha nella torre lo certificò come vero e aggiunse: “Il Picco dell’Avvoltoio è il Picco dell’Avvoltoio, e Śākyamuni è Śākyamuni.”

Il Buddha della torre, che apparve sul Picco dell’Avvoltoio pur rimanendo nella torre, aveva raggiunto il nirvāna nell’eterno pas­sato. Allo stesso modo, l’ingresso di Śākyamuni nella torre non ebbe alcun rapporto con il suo conseguimento spirituale o con la sua colloca­zione fisica. Non valutate tali affermazioni dal punto di vista degli śrāvaka o dei pratyekabuddha; comprendete piuttosto che possiamo illuminare il vero fiore di loto e chiarite tali affermazioni alla luce di questo.

Il Buddha Prabhūtaratna entrò nel parinirvāna in un lontano passato. Egli è l’eccellente esempio di una persona che ha seguito e rea­lizzato la Via del Buddha. Il Picco dell’Avvoltoio fu il luogo in cui que­sto Buddha comparve, assieme ad una torre, davanti a Śākyamuni, anche se avrebbe potuto manifestarsi in qualsiasi luogo. Leggendo questo, ci si potrebbe chiedere se ‘In qualsiasi luogo’ significa il mondo intero o mezzo mondo? Dobbiamo sapere che un simile acca­dimento è al di là delle limitazioni costituite da spazio e tempo. Il Sū­tra del Loto afferma: “Il Dharma può assumere la forma di un Buddha o di un essere senziente. Entrambi sono veri e il contatto con uno dei due produce l’illuminazione del vero e il fiore di loto.” Si può dire la stessa cosa per il Dharma sotto forma di Devadatta.[35]

A causa delle loro idee egocentriche, una volta, cinquemila persone fu­rono invitate ad abbandonare l’assemblea in cui veniva esposto il vero fiore di loto. Tuttavia, anche il doversi allontanare fu di per sé vera forma, e Śākyamuni disse loro di non disperare. Udito questo, tutti illuminarono il vero fiore di loto. I discepoli rimasti sedettero con le mani giunte in gasshō per un periodo che si dice sia stato di sessanta piccoli kalpa, in attesa di udire la predicazione di Śākyamuni. Questo era il loro rispetto per il Buddha. Sessanta piccoli kalpa possono sem­brare una durata eccezionalmente lunga, ma se si sta veramente aspettando il tempo passa molto in fretta. Se riteniamo che tale arco di tempo sia lungo, lo confiniamo in una quantità determinabile, mentre la saggezza del Buddha non è determinabile.

Dobbiamo affrontare la domanda: abbiamo abbastanza vera mente per aspettare davvero? La misura di vera mente presente, è pari a quella della saggezza del Buddha. Noi illuminiamo il vero fiore di loto grazie al potere della vera mente, e non perché ci siamo addestrati come Bodhisattva per molto tempo.

Prima di predicare il Sūtra del Loto, Śākyamuni disse: “Mi accingo ad esporre la legge del Mahāyāna.” Il vero significato del fiore di loto è la conseguenza del merito di Śākyamuni. Questo signi­ficato è al di là della comprensione intellettuale, ed è perciò estrema­mente difficile da afferrare per le persone comuni. La realizzazione della natura del vero fiore di loto è cosa di un istante, anche se per noi è passata un’eternità di mesi e di anni. In altri termini, il volto origina­rio e la vita eterna del Buddha sono manifestati in ogni istante.

Da quando il Sūtra del Loto è giunto in Cina, per cent’anni è stato oggetto di numerosi commentari e molti monaci che lo hanno studiato hanno ottenuto una profonda comprensione del Dharma. Tuttavia, soltanto il Patriarca Enō ha compreso che “Il vero fiore di loto ci illumina mentre contemporaneamente illuminiamo il vero fiore di loto.” Se riceviamo questo insegnamento siamo veramente in com­pagnia dei vecchi Buddha Enō e Śākyamuni, e viviamo nella terra dei vecchi Buddha. Ogni cosa, in ogni momento dell’eterno passato e dell’eterno futuro, è il vero fiore di loto. Dovremmo davvero essere riconoscenti per questo. Il vero fiore di loto è la verità eterna. Anche se il nostro corpo e la nostra mente non sono in armonia, non pos­siamo sfuggire alla legge del vero fiore di loto. Vedere le cose per quello che sono è il tesoro più mirabile. È come vedere una luce splendente o trovarsi in uno Zendō.[36] È l’immensa, eterna vita del Buddha.

L’illusione è fatta girare dal vero fiore di loto, il risveglio fa girare il vero fiore di loto. In definitiva, questo significa che il vero fiore di loto risveglia e illumina il vero fiore di loto. Se veneriamo con rispetto il vero fiore di loto nel modo prescritto, comprenderemo che non esiste altro che il vero fiore di loto, così come è.

 

Questo testo fu consegnato al discepolo Etatsu durante il pe­riodo di addestramento estivo del 1241.

 

Dōgen aggiunse:

Sono stato molto colpito dalla determinazione di Etatsu. Egli si è fatto radere il capo e ha indossato l’abito dei monaci; sono cose di per sé degne di merito. L’addestramento sincero è la via del vero monaco. Etatsu si è addestrato duramente, ha fatto girare il vero fiore di loto ed è stato ordinato formalmente. Il potere del vero fiore di loto mostra le cose per quello che sono. Il vero fiore di loto non è il­luminato da Śākyamuni o da qualche altro Buddha, ma è illuminato dal vero fiore di loto. Far girare il vero fiore di loto è la Via del Bud­dha, la sua saggezza e la sua illuminazione.

Se riusciamo ad afferrare il principio del fiore di loto, di­ventano chiari sia il significato dell’affermazione di Bodhidharma che non c’è alcun merito nell’edificare templi, sia il significato del conti­nuo pestare il riso, senza pensieri di ricompensa, da parte del sesto Patriarca. Far girare il vero fiore di loto trascende la nostra consape­volezza e raggiunge il più alto livello del vero fiore di loto.

L’inspirazione e l’espirazione di oggi, sono uguali a quelle del pas­sato.

 

Questo è stato scritto da me, Dōgen, uno śramana[37] che, dopo essersi addestrato in Cina, è tornato in Giappone per trasmettere il Dharma.

 

 


[1] Hokke Kyō, in giapponese.

[2] Si riferisce, tra l’altro, all’Hīnayāna e al Mahāyāna.

[3] Monju-Bosatsu, in sanscrito Mañjuśrī. Rappresentato a cavallo di un leone, alla sinistra del Buddha Śākyamuni, è il Bodhisattva del samādhi o della suprema saggezza. È considerato la personificazione della saggezza del Buddha.

[4] La Terra del Buddha.

[5] Fugen-Bostasu. Solitamente rappresentato a cavallo di un elefante bianco alla destra del Buddha Śākyamuni, personifica l’insegnamento, il samādhi e l’addestramento del Buddha.

[6] Si veda il Sūtra del Loto, pag. 49.

[7] Si ritiene che Maitreya viva nel Paradiso di Tusita, in attesa di scendere in questo mondo per succedere al Buddha Śākyamuni. Si dice che questo avverrà cinque miliardi e 670 milioni di anni dopo il parinirvana di Śākyamuni.

[8] Ekayāna significa “Unico veicolo”, e cioè il veicolo che racchiude in sé, uniti, l’Hīnayāna e il Mahāyāna.

[9] Il Maestro Daikan Enō (638-713), successore del Maestro Daiman Kōnin. Spesso è chiamato semplicemente Sesto Patriarca o Sōkei, dal monte su cui dimorava. [Ta-chien Hui-neng]

[10] Lett. “Colui che ascolta”, in origine si riferiva a coloro che avevano udito direttamente l’insegnamento dalla voce del Buddha. Più tardi, la parola śrāvaka fu utilizzata più genericamente per distinguere gli studenti Hīnayāna da quelli Mahāyāna Nel Buddhismo Hīnayāna, si dice che lo śrāvaka passi attraverso quattro stadi o risultati. Il primo è srotāpanna (l'entrata nella corrente), il secondo è sakrdāgāmin (chi è soggetto a tornare una volta sola), il terzo è anāgāmin (chi non è soggetto al ritorno), e il quarto è arhat.

[11] I tre veicoli sono: Śrāvaka-yāna, Pratyekabuddha-yāna e Bodhisattva-yāna. Il veicolo dello śrāvaka o “Uditore”, basato sulla teoria dei quattro stadi, che conduce alla condizione di arhat; il veicolo del pratyekabuddha o “Buddha solitario”, che si basa sulla teoria dell'originazione interdipendente (i dodici anelli della catena di causa ed effetto); e infine il veicolo del bodhisattva o “Essere di verità”, che si basa sulle sei pāramitā (le sei perfezioni, o perfezionamenti).

[12] A causa della nostra mente illusa.

[13] Si veda il Sūtra del Loto, pag. 109.

[14] La sofferenza legata a vita e morte.

[15] Il momento in cui si trascende l’illusione.

[16] Il nirvāna.

[17] Quando l’addestramento è completato.

[18] Durante l’addestramento.

[19] Cioè, seguire l’insegnamento Ekayāna.

[20] Triplice mondo, traduce il sanscrito trayo-dhātavah. I tre mondi sono: kāma-dhātu, il mondo del desiderio o della volizione (pensiero); rūpa-dhātu, il mondo della materia o della forma (sensazione); e arūpa-dhātu,  il mondo della non-materia o del privo-di-forma (azione).

[21] Birushana-Butsu. Secondo il Sūtra della Ghirlanda (Avatamsaka Sūtra), egli vive nella terra della luce eternamente quieta.

[22] Che deriva da una percezione accresciuta.

[23] Cioè verso l’Universo o verso questo mondo.

[24] Si veda il Sūtra del Loto, pag. 271.

[25] Si veda il Sūtra del Loto, pag. 281.

[26] I tre generi di erbe sono: pratyekabuddha, śrāvaka e bodhisattva. Le due varietà di piante sono: Mahāyāna ed Hīnayāna.

[27] Lett. “Luogo della Via”. Indica un luogo dedicato allo studio ed alla prassi.

[28] Il quale ha illuminato il vero fiore di loto.

[29] Si veda il cap. 91, Shōji.

[30] Si veda il Sūtra del Loto, pag. 209.

[31] Si riferisce al rapporto tra il Buddha, l’essere senziente e l’amico.

[32] Uno yojana equivale al percorso che un bue, tirando un carro, riesce a coprire senza cambio: circa quindici chilometri.

[33] Si veda il Sūtra del Loto, pag. 229.

[34] Si veda il Sūtra del Loto, pag. 230.

[35] Devadatta era un cugino del Buddha che era divenuto monaco ma che, più tardi, si ribellò al Buddha e cercò di dividere il Samgha.

[36] La Sala del Dharma.

[37] Śramana (lett. “Colui che si sforza”) originariamente descriveva un mendicante itinerante che non apparteneva alla casta dei brahmāni, diversamente da un parivrājaka, mendicante itinerante religioso di origine brahmānica. Il Buddha applicò ai monaci buddhisti il termine śramana.