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(15)

KŌMYŌ

Luce Infinita

 

 

In questo capitolo il Maestro Dōgen tratta della magnificenza e dello splendore dell’Universo; magnificenza e splendore che egli chiama luce infinita,. Quindi luce non solo dal punto di vista fisico, ma anche dal punto di vista religioso, spirituale. L’insegnamento contenuto nelle sue parole ci mostra come non vi sia altro che questa infinita luce, indipendentemente dal fatto che noi possediamo o meno gli occhi per coglierla.

 

Il Grande Maestro Chōsa Shōken,[1] nel Konan della dinastia Sung, disse ai suoi discepoli: “Il mondo intero è riflesso dall’occhio di un monaco, il mondo inte­ro è contenuto in una conversazione quoti­diana, il mondo intero è compreso nel vostro corpo, il mondo intero è la vo­stra propria luce infinita, il mondo intero è nella vostra luce infinita, e il mondo intero è inseparabile da voi.”

Tutti i ricercatori della Via del Buddha dovrebbero stu­diare questo insegnamento con attenzione e non diventare mai ne­gli­genti. Qualora lo diventassero, ci saranno ben pochi studenti Zen con l’infinita luce del risveglio.

L’Imperatore cinese Kōmyō di Gokan era il quarto fi­glio dell’Imperatore Kobu e la sua epoca venne chiamata la de­cima di Ei­hei.[2] Durante il suo regno, per la prima volta, il Dharma del Buddha fu portato in Cina da Matogya e Jikuho­ran.[3] L’imperatore affrontò molte discussioni con i taoisti, spes­so seduto vicino ad un tavolo co­perto da un gran numero di scritture indiane, e infine li convertì grazie alla superiorità dei suoi argomenti. Più tardi, sotto il regno di Butei, in epoca Futsu,[4] il primo Patriarca cinese Bodhidharma venne, da solo, dall’India al Kōshū, nella Cina meridionale. Egli era il ven­tottesimo erede nel Dharma del Buddha Śākyamuni, e portò la corretta trasmissione della Legge. Si stabilì nel monastero Shorinji, sul monte Sūzan, e più tardi trasmise il Dharma al secondo Patriarca, il Maestro Zen Taiso Eka.

La luce infinita del Dharma del Buddha era stata trasmessa ininterrottamente da ogni legittimo Patriarca. Prima di Bodhidharma, la luce infinita del Buddha non si era né vista né udita in Cina e nes­suno era capace di percepire la propria luce infinita. Per quanto ognuno possieda intrinseca­mente la luce infinita, nessuno può sco­prirla usando soltanto i propri giudizi. Quindi nessuno in Cina era in grado di chiarire la forma e la natura originaria della luce infinita, né di speri­men­tarne le virtù, prima di Bodhidharma. Essi non compren­devano che la luce infinita è la loro stessa essenza autentica. Pensa­vano che la luce infinita fosse totalmente separata da sé mede­simi. La loro mente era offuscata da false idee di separazione e non po­te­vano percepire che ogni cosa è luce infinita. La gente che pensa di essere separata dalla luce infinita, pensa anche che questa luce sia rossa, bianca, blu o gialla, o che sia simile alla luce emessa dal fuoco, a quella riflessa dall’acqua, o al brillare di una gemma o di un gioiello, o alla luce di un drago, oppure ancora, simile alla luce del sole o della luna.

Non studiate con maestri che insegnano solo la lettera. Molti insegnanti sono come il Maestro Chōsa che insegnava che la luce infinita è simile alla luminosità di una lucciola e non metteva in risalto che la luce infinita dovrebbe essere studiata attraverso il ri­sveglio. A partire dalle dinastie Han, Sui, Tang e Sung, fino ad oggi, la maggior parte della gente ha pensato così. Anche se studiate sotto un maestro con un nome famoso, non dovreste accettare spiegazioni distorte. La luce infinita del Buddha pervade l’intero Universo; tutto è Buddha, tutto è Patriarchi. Questa è la trasmissione da Bud­dha a Buddha. I Buddha e i Patriarchi costituiscono la luce infinita. Attra­verso la prassi ed il risveglio della luce infinita, possiamo divenire un Buddha e fare zazen come lui; allora sa­remo capaci di trovare la realizzazione del risveglio.

Il Sūtra del Loto dice: “La luce infinita illumina il mondo orientale dei diciottomila Buddha.”[5] Questo è un kōan. Qui, oriente significa il centro dell’Universo, noi stessi, e non rappresenta una di­rezione, come ritiene la maggior parte della gente. C’è un oriente in questo mondo, in altri mondi, e c’è anche un oriente ad oriente. “Di­ciottomila” significa ciò che in noi è al di là del numero, in altre pa­role, la mente illimitata. Non è il diciottomila della mate­matica e non ha nulla a che fare con numeri come ventimila o ottan­tamila. “Mondo dei Buddha” significa la terra del risveglio che è in noi; non vi è al­cun raggio di luce che viaggi verso il Mondo Orientale.

Comprendere “Il mondo intero è l’Oriente stesso, l’Oriente stesso è il mondo intero” vi offrirà qualche idea su come capire il mondo. Esso non è altro che la luce infinita del Buddha. Le dieci di­rezioni del mondo[6] sono la stessa cosa della terra-di-Buddha dei di­ciottomila Buddha.

L’Imperatore Kenshū della dinastia Tang, fu padre di due successivi Imperatori, Bokushū e Senshū, nonché nonno degli Impe­ratori Keishū, Bunshū e Bushū. Una volta, dopo aver terminato la co­struzione di una pagoda[7] nel suo palaz­zo, celebrò un rito di consacra­zione. Durante la cerimonia sera­le, vide improvvisamente una luce brillante splendere nella sala. La visione lo riempì di gioia e il mat­tino successivo ne parlò ai suoi alti funzionari. Tutti lo ri­tennero pre­sagio di un regno pro­speroso e si congratularono con lui. Dissero che ciò era avvenuto grazie alla virtù e al nobile spirito dell’imperatore. Tuttavia, ci fu un funzionario, Yūbunkō di Kan,[8] stu­dente della Via, che non si congratulò con l’imperatore. Questi gli chiese: “Tutti i fun­zionari si sono congratulati con me eccetto te. Per quale ra­gione?” Yūbunkō  allora disse: “Ho letto nei sūtra che la luce del Buddha non è rossa, blu, gialla, bianca, né di qualunque altro colore naturale. La luce che avete visto non era quella del Bud­dha ma solo la luce del drago che vi protegge.” L’imperatore chiese: “Allora, cos’è la luce del Buddha?” Yūbunkō  rimase in silenzio.

Yūbunkō era un laico, ma possedeva la corretta disposi­zione mentale per la prassi. Possiamo supporre che fosse un uomo di grande acquisizione. Dovremmo studiare la Via del Bud­dha seguendo il suo esempio; se non studiate in questo modo il vostro studio sarà inutile. L’Imperatore Butei, per quanto sa­pesse spiegare i sūtra e riuscisse a far cadere fiori dal Cielo, non aveva una giusta mente per studiare, e i suoi sforzi erano inutili. Quando i dieci saggi e tre sapienti fanno propria la comprensione di Yūbunkō, per la prima volta de­termina­zione, prassi e risveglio manifestano la loro vera natura.

Tuttavia, Yūbunkō  non aveva una comprensione com­pleta dei sūtra. Disse che la luce infinita del Buddha non è blu, gialla, rossa o bianca. Cosa voleva dire con questo? Non è una luce naturale di certo, ma cos’è? L’Imperatore Kenshū, se fosse stato un vero Bud­dha o un Patriarca, avrebbe insistito per­ché Yūbunkō  rispon­desse alla sua domanda.

La luce infinita è le centinaia di erbacce.[9] La completa ar­mo­nizzazione delle varie fun­zioni di una pianta, radici, stelo, rami, foglie, fiori, frutti e colore, è espressa come luce infinita. Essa può essere vista non solo in questo mondo, ma anche negli altri mondi.[10]  Se comprendiamo la luce infinita, ecco che improvvisamente appaiono i monti, i fiumi e la terra. Studiate il detto di Chōsa che af­ferma che il mondo intero è pervaso dalla nostra luce infinita. Il mutare di vita e morte è il mutare della luce infinita. La trasmu­ta­zione di un uomo comune in uomo risvegliato è come la tra­sforma­zione dei diversi colori in luce infinita. Diventare un Buddha o un Patriarca sono il nero e il giallo della luce infinita. Prassi e risveglio sono una forma della luce infinita. Erbe, alberi, un muro di fango, pelle, carne, ossa e midol­lo sono colori della luce infinita. Fumo, nebbia, acqua, pietre, cielo, gli uccelli in volo, e la Via del risveglio sono tutte mutevoli forme della luce infinita. Comprendere la nostra luce infinita è incontrare e spe­rimen­tare il vero Buddha. Il mondo intero è noi stessi e noi stessi siamo il mondo intero. Non possiamo sfuggire a questo fatto. E se pure ci fosse un luogo in cui fuggire, questo sarebbe solo la Via del risveglio. La forma tutta dell’intero Universo nelle dieci direzioni è il nostro stesso corpo. In verità, la Via del Risve­glio e il Dharma del Buddha si pos­sono afferrare solo com­prendendo che la nostra pelle, carne, ossa e midollo contengono il mondo intero.

Il Grande Maestro Daiji-un Kyōshin,[11] del monte Ummon, fu il trentanovesimo Patriarca dopo il Buddha, essendo il successore nel Dharma del Grande Maestro Shinkaku.[12] Benché avesse cominciato a studiare la Via già in tarda età, lo fece con ardore e possiamo affer­mare che fu veramente uno dei grandi uomini del Dharma. Fu l’unico a trasmettere la scuola d’insegnamento del monte Um­mon, oltre che essere il brillante esempio di tale dottrina. Un simile Patriarca non fu mai visto, prima o dopo di lui.

Un giorno, nella Sala del Dharma, chiese ai monaci: “La luce infinita splende in ognuno, ma se tentiamo di cercarla non riu­sciamo a trovarla. Dove è la luce infinita?” Nessuno ri­spose, allora Ummon disse: “Nel monastero, nella Sala del Buddha, negli uffici amministra­tivi e agli ingressi principali.”

Ummon non intendeva dire che la luce infinita verrà in fu­turo, o che era nel passato, né che può essere prodotta da altri, bensì che noi stessi la possediamo. Ummon insegnava che il mondo intero è Ummon. Egli non spiegava la luce infinita, la luce infinita di ognuno spiega sé stessa. La luce infinita splende in ognuno, e l’intero corpo dell’uomo è luce infinita. Luce infinita significa per­sone; essa  è sia all’esterno che all’interno degli esseri umani. La luce infinita è le persone, le persone sono persone, la luce infinita è luce infinita, l’essere è l’essere. Possiamo così vedere che la luce infinita possiede tutti, e tutti possiedono in sé la luce infinita. Tutto ciò che riguarda la luce infinita riguarda noi stessi. Cosa intendeva Ummon per persone e luce infinita? Egli chiese: “Dov’è la luce infinita?” Tale domanda va al di là di ogni domanda sulla luce infinita. Voleva dire che per­sone e luce infinita sono inse­parabili e formano un solo corpo. I mo­naci non risposero, ma a volte non rispondere è la risposta giusta. Il non rispondere è l’Occhio e il Tesoro della Vera Legge e la Serena Mente del Nirvāna tra­smessa dal retto insegnamento dei Buddha.

Ummon diede risposta alla sua stessa domanda: “Nel mona­stero, nella Sala del Buddha, negli uffici amministrativi e agli in­gressi principali.” Perché rispose così? Ciò che intendeva con queste cose era molto diverso da ciò che monaci e laici pensano di esse. Inten­deva se stesso, o i sei Buddha che precedettero Śākyamuni, o i ventotto Patriarchi indiani o i sei Patriarchi ci­nesi, o tutti i maestri Zen di ogni epoca e luogo?[13] Qualunque co­sa intendesse, non è altro che luce infinita. La sua frase non implica solo le persone, ma anche la luce infinita. Dopo la spiegazione di Ummon circa la luce infinita, sorsero vari inse­gnamenti: “Nessun Buddha nella Sala del Bud­dha”, “Nessuna Sala del Buddha, nessun Buddha”, “Nella luce infinita c’è il Buddha”, “Il Buddha non possiede la luce infinita”, “La luce infinita supera il Buddha”, “Il Buddha è la stessa luce infinita” e così via.

Il Grande Maestro Shinkaku,[14] del monte Seppō, una volta disse ai monaci: “Vi ho incontrati tutti dentro il monastero.” Questa era la manifestazione del suo risveglio e la vera espres­sione di se stesso. Voleva insegnare ai monaci il vero significato della parola monastero. Una volta Hofuku,[15] allievo di Seppō, chiese a Gako,[16] un altro allievo: “Il Maestro utilizza sempre e solo l’espressione ‘Vi ho incontrati davanti al monaste­ro’ per spiegare il suo insegnamento, ma non cita mai Boshutei o Usekirei[17].” Subito dopo, Gako tornò rapida­mente agli alloggi del Maestro e Hofuku al monastero. Essi compre­sero il significato e lo scopo dell’insegnamento del loro Maestro. Tor­nando ai propri alloggi, mostrarono che l’illuminazione è incon­trare il proprio sé reale. Questo è il vero significato di incontrarsi da­vanti al mo­nastero.

Similmente, il Grande Maestro Shin-o,[18] del tempio Jizōin, disse: “Il monaco addetto alla cucina, entra in cuci­na.” Questa frase supera il significato temporale.

 

 

Questo fu trasmesso ai monaci nel Kannondōri-Koshōhō- rinji, la sera del 2 giugno 1243, mentre dalle gronde cadeva la pioggia.

Dove possiamo trovare la luce infinita? Di certo, Ummon troverà qualche monaco che non si aggrappi, con attac­camento, alla luce infinita.

 

 

 



[1] Il Maestro Chōsa Keishin (?-868), nella linea di trasmissione del Maestro Nansen Fugan. [Chang-sha Ching-ts’en]

[2] 51 d.C. circa.

[3] Due monaci dell’India centrale.

[4] Dal 520 al 527.

[5] Si veda il Sūtra del Loto, pag. 54

[6] Le dieci direzioni sono i quattro punti cardinali, i quattro punti intermedi, l’alto e il basso.

[7] O anche ‘dagoba’, dal sanscrito dhātugarbha.

[8] Yūbunkō di Kan era, al tempo delle dinastie Tang e Sung, uno dei grandi letterati.

[9] Centinaia di erbacce simboleggia le varie cose concrete.

[10] Altri mondi indica il mondo degli inferi, il mondo degli spiriti affamati, il mondo degli animali, il mondo degli dèi e il mondo degli asura o divinità maligne.

[11] Il Maestro Unmon Bun’en (864-949), nella linea di trasmissione del Maestro Seppō Gison. Daiji-un Kyōshin Zenji è il suo titolo postumo. [Yün-men Wen-yen]

[12] Il Maestro Seppō Gison (822-907), uno dei due successori del Maestro Tokusan Senkan. Shinkaku Zenji è il suo titolo postumo. [Hsüeh-feng I-ts’un]

[13] Si veda il cap. 52, Busso.

[14] Il Maestro Seppō Gison (822-907). [Hsüeh-feng I-ts’un]

[15] Il Maestro Hofuku Jūten (?-928), uno dei successori del Maestro Seppō. [Pao-fu Ts’ung-chan]

[16] Il Maestro Gako Chifu (?), anch’egli un successore del Maestro Seppō (822-907).

[17] Boshutei e Usekirei erano due località, famose per la loro bellezza.

[18] Il Maestro Jizō Keichin (867-928), nella linea di trasmissione del Maestro Seppō Gison. Noto anche come Rakan. [Ti-tsang Kuei-ch’en]