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(56)

KEMBUTSU

Vedere il Buddha

 

 

Questo capitolo è dedicato alla visione illuminata della realtà. Per incontrare il Buddha bisogna divenire un Buddha, e questa condizione è raggiungibile solo attraverso la corretta visione e sperimentazione della realtà. A tal proposito, il Maestro Dōgen commenta alcuni estratti del Sūtra del Loto ed un insegna­mento del suo Maestro Tendō. Il capitolo si chiude con il kōan del Maestro Jōshū: “Un ravanello smisurato cresce nel Jinshū.”

 

Il Buddha Śākyamuni, rivolgendosi ad una gran­de as­semblea, disse: “Vedere tutte le forme come non-forme, è ve­dere il Tathāgata.[1]” Vedere tutte le forme e le non-forme è la completa trascendenza; per questo possiamo ve­dere il Tathāgata. Aprire l’occhio-di-Buddha è ve­dere il Buddha; vedere attivamente con l’occhio-di-Buddha è la realizzazione dell’Oc-chio del Buddha. Vedere negli altri o al di fuori del Buddha la propria forma-di-Buddha, significa essere confusi come un cespuglio aggrovigliato. Ecco quindi che studiare, analizzare, tra­scendere, rea­lizzare e possedere il vedere il Bud­dha, è osservare il Buddha Volto-di-sole e il Buddha Volto-di-luna.[2] Vedere il Buddha in tal modo è vedere il Suo illimitato volto, corpo, mente, mani e occhi.

La determinazione nel ricercare la Via, l’addestramento, lo studio, il risveglio e la compren­sione, sono tutti aspetti insepa­rabili dal vedere il Buddha mediante una visione illumi­nata e con ossa e midollo vivi e frementi. Dunque, nell’eterno passato e presente, il no-stro mondo e quello degli al­tri, non sono altro che la prassi del ve­dere il Buddha. La Via del Tathāgata è: “Vedere tutte le forme come non-forme.” Talune persone con le idee poco chiare, ritengono che questo significhi che tutte le forme sono pri­ve di forma propria ma, poi, non sanno come vedere il Tathāgata. Questi pensano che la forma sia il Tathāgata stesso. Solo persone di mente ristretta, attac­cate ad uno specifico punto di vista, studiano in questo modo; la Via del Buddha non è questa. La vera funzione del Buddha è il saper osser­vare tutte le forme e le non-forme. Il termine Ta­thāgata[3] possiede in sé forma e non-forma.

Il Maestro Zen Dai Hōgen,[4] del Seiryōin, disse: “Se tutte le forme sono viste come non-forme, questo è non vedere il Ta­thāgata.” Qui il non-vedere di Dai Hōgen è in effetti vedere il Tathāgata; vale a dire, il vedere di Śākyamuni e il non-vedere di Dai Hōgen sono le due facce di una medesima meda­glia. Me­diante questo possiamo raggiun­gere la vera comprensione. Il non-vedere di Dai Hōgen lo si dovrebbe paragonare all’udire attraverso l’orecchio-di-Buddha, invece il vedere di Śākyamuni equivale all’aprire l’occhio-di-Buddha. Investigando que­sto principio potrete realizzare che tutte le forme non sono altro che la forma del Tathāgata. Non pensate che “Tutte le forme” sia un sostituto empi­ri­co di “Non-forme.” Con un simile ragionamento sareste come il figlio perduto che si allontana dal ricco padre, per vagabondare come un ac­cattone.[5]

Tutti i Buddha, poiché la forma è la for­ma del Ta­thāgata, affermano che tutte le forme ven­gono in essere come forma della re­altà. Tutti co­loro che hanno fatto esperienza dell’insegnamento Ma­hāyāna possono confermarlo, attestando con ciò la loro qualità di Buddha e Patriarchi. Investigare tale principio è aver fiducia nell’insegnamento dei Buddha e dei Patriarchi. Non dobbiamo tutta­via essere incostanti o essere facil­mente sballottati, qua e là, da ogni soffio di vento. Le forme sono la forma del Tathāgata, non sono non-forme. Chiarire, credere e vedere il Bud­dha è illuminare, con­fermare e trasmettere la Sua forma. Salmodiate l’Insegnamento del Buddha con la vostra voce, e operate per aiutare gli altri a tro­vare tale insegnamento. Così, studiate la Via con occhi e orecchie, lasciate cadere corpo, mente, ossa e midollo, e trascendete, infine, le montagne e i fiumi del vostro mondo. Questo è lo studio e la prassi della Via, attuati dai Buddha e dai Patriarchi.

Anche coloro che ritengono di non essere risve­gliati, non dovreb­bero pensarsi incapaci di aprire l’occhio-di-Buddha. “Una sola parola d’insegna­mento” dissipa qualsiasi illusione, trasmuta la nostra visione in quella dei Buddha e dei Patriarchi, e fornisce l’esperienza del lasciar cadere corpo e mente. Queste sono le azioni quotidiane dei Buddha e dei Patriarchi. Esiste dunque un sentiero diretto che con­duce al cor­ret­to studio della Via e alla visione dei Buddha, e questo è: “Tutte le forme sono non-forme, le non-forme sono tutte le forme.” Poiché “Non-forma” è “Tutte le forme”, la non-forma è veramente non-forma e null’altro. Indipendentemente dal fatto che la si chiami forma o non-forma, questa è la forma del Ta­thāgata.

Bisogna sapere che vi sono due modi di leg­gere e stu­diare i sūtra: lo studio del ve­dere il Buddha e lo studio del non-vedere il Bud­dha. Questo è il modo vivo e attivo di studiare la Via. Se non indagate a fondo questi due metodi non potrete affermare di aver per­fezionato l’occhio dello studio, e senza quest’ultimo non potrete mai vedere il Buddha. Vedere il Buddha consta di due aspetti qua­li: “Tutte le forme sono tutte le forme” e “Le non-forme sono tutte le forme.” Se diciamo non-forme, siamo come il Maestro Zen Nansen[6] che disse: “Io non possiedo la Legge del Buddha.” Non vedere “Tutte le forme come tutte le forme” e non vedere le “Non-forme come non-forme” sono, anche questi, due aspetti del vedere il Buddha. Se inve­stigate a fon­do entrambi i punti di vi­sta, sarete in grado di afferrare la Legge del Buddha. Sarà così per chiunque sarà in grado di padroneggiare l’ottanta o novanta per cento delle parole di Hōgen.[7]

Nondimeno, questo grande tema riveste un ulteriore impor­tante aspetto: se sperimentiamo shohō jissō,[8] vale a dire la vera con­dizione di tutti gli elementi, vediamo il Tathāgata. L’elargizione del Buddha Śākyamuni è questo: nient’altro che il Suo volto originario e la Sua pelle, carne, ossa e midollo.

Un giorno, Śākyamuni si trovava sul Picco dell’Avvoltoio e il Bodhisattva Yakuō disse alla grande assem­blea: “Addestrandovi sotto un maestro del Dharma conseguirete la Via del Bodhisattva. Se seguite un tale maestro, non vi saranno limiti nell’incontrare i Bud­dha.” È proprio sotto un maestro del Dharma che ci si dovreb­be addestrare e conseguire la Via, come fece per otto anni il se­condo Patriarca[9] prima di ottenere il mi­dollo del suo Maestro. Nangaku[10] tra­scorse quindici anni sotto il suo maestro e anch’egli ne ricevette il mi­dollo. Questo è il vero studiare sotto un maestro.

La Via di un Bodhisattva è essere se stessi in quanto se stessi, e gli altri in quanto altri. È allora che possiamo realmente spe­rimentare il na­scere della vita dei Buddha e dei Patriarchi in noi; que­sta è esperienza diretta e comprensione totale. Tale esperienza diretta non è una copia dell’evoluzione dei Buddha passati, non ge­nera nuove formazioni future, né dimora nella pie­nezza del presente. È la libera­zione che si ot­tiene da un vero addestramento sotto un maestro; qual­siasi reale consegui­mento deriva da questa esperienza diretta.

Dovremmo sapere che studiare sotto un mae­stro non consi­ste solo e semplicemente nel se­guir­lo, ma che implica an­che lo studio dei maestri del passato. Quando questo atteggia­mento è realiz­zato, è il tempo di vedere il Buddha. Qui troviamo illimitati Buddha che esercitano ovunque una piena, libera, attivi­tà. Tuttavia, non dobbiamo sforzarci di vedere questi il­limitati Buddha. Dobbiamo, prima di tutto, trovare un maestro e studiare sotto di lui; stu­dia­re sotto il giusto mae­stro è vedere il Buddha. Śākyamuni disse, rivolto ad una grande assemblea, che aveva conseguito il risveglio: “Entrate nel profon­do samādhi e vedete i Buddha delle dieci dire­zioni.”

Se il mondo intero è profondo, è perché le sue dieci dire­zioni sono comprese nella terra di Bud­dha. Questa terra non è né grande né vasta, e nep­pure piccola o limitata. Indipendente­mente poi dal­la forma con cui appare – vasta, piccola, e così di seguito – essa contiene tutte le cose. Non è misurabile in termini di due, tre, o quattro metri, poiché essa comprende ogni cosa, nulla escluso. Penetrare in questo genere di profondità è entrare nel samādhi, ed entrare in questo samādhi è vedere i Buddha delle dieci direzioni. Entrare nel profondo samādhi è vedere tutti i Buddha delle die­ci direzioni per ciò che sono. Che lo posse­diate o no, non esiste altro che i Buddha delle dieci direzioni. Entrare in questo profondo stato trascende il tempo, e vedere tutti i Buddha delle dieci dire­zioni non è altro che vedere il Ta­thāgata coricato.[11] Il samādhi allora emer­ge e tutte le idee contrapposte ven­gono recise. Se non abbiamo paura di un vero drago, nel mo­mento in cui vedremo il Buddha, non dubiteremo né abbandoneremo la reale verità. Passare da un “Vedere il Buddha” ad un “Vedere il Bud­dha”, è passare di samādhi in samādhi. I princìpi del samādhi, del ve­dere il Bud­dha, del pene­trare in profondità, e simili, sono assoluti. Questo è difficile da afferrare per la gente comune, e non è di certo stato trasmesso fino ad oggi da persone oziose. Ogniqualvolta si ri­ceve la trasmissione della Via, si ricevono i frutti della prassi.

Il Buddha Śākyamuni disse al Bodhisattva Sa­man­tabhadra: “Chiunque riceva, custodisca, legga e reciti questo Sūtra del Loto, e chiunque correttamente lo mandi a memoria, lo applichi e lo ricopi, dovrebbe essere reputato in grado di ve­dermi e di u­dire il sūtra diret­tamente dalla mia bocca.”

In generale, tutti i Buddha vedono il Buddha Śākyamuni. Diventare il Buddha Śākyamuni è conse­guire la Via e di­ventare un Buddha. Così, fin dall’inizio, il comportamento di ogni Buddha è con­sistito nel compiere queste sette azioni;[12] coloro che compiono le sette azioni giungono a conoscere se stessi per ciò che veramente sono. Il Buddha Śākyamuni è così che vede; chi segue la Via, si può affer­mare che oda i sūtra dalla bocca stessa del Buddha. Il Buddha Śākyamuni è il Buddha Śākyamuni per­ché è visto in qualità di Buddha Śākyamuni. Ne deriva che, quando parlò, le Sue parole coprirono le tremila migliaia di mondi.[13] Montagne e oceani so­no Sūtra del Buddha. Chi ricopia il Sūtra del Loto vedrà il Buddha Śākyamuni. La voce del Buddha si proietta ovunque in ogni tempo; come può dunque esistere una circostanza in cui essa non si manifesti? Per que­sto, se riceviamo e custodiamo il Sūtra del Loto vedremo certamente il Buddha Śākyamuni.

Esattamente la stessa cosa vale per le fa­coltà derivanti da organi sensoriali quali: occhi, orecchie, naso e così via, e per  le azioni della vita quotidiana quali: incedere, tornare sui propri passi, voltare a destra, o a sinistra.

Vedendo il Sūtra del Loto saremo ben felici di vedere il Buddha Śākyamuni, non è vero? Que­sto è l’aspetto vivente del Bud­dha Śākyamuni. Chiunque riceva, custodisca, legga, salmo­di, mandi a memoria, ricopi e infine appli­chi que­sto Sūtra del Loto, con corpo e mente in­teri, ve­drà immancabil­mente il Buddha Śākyamuni. Nessuno può negare che il Buddha ab­bia par­lato e che il Suo vivente sermone sia stato udito, non è vero? Coloro che non hanno fretta di votarsi a questo prezioso sūtra sono solo es­seri senzienti dalla mente limitata, privi di saggezza. Chi agisce nella prassi il Sūtra del Loto, di certo vedrà il Buddha Śākyamuni.

Il Buddha Śākyamuni disse ad una grande assem­blea: “Se i laici devoti, uomini e donne, nell’udi­re che la mia vita è eterna, hanno in ciò fiducia e fede profonda, allora potranno vedere che il Buddha vive sempre sul Picco dell’Avvoltoio e che proclama la Legge circon­dato dai Bodhisattva, dai Mahāsattva e dagli śrāvaka.[14] Costoro ve­dranno l’inquieto mondo in cui vivia­mo trasmutarsi in un mondo di pace, ricol­mo di gemme splendenti e di giada preziosa.”

Fede profonda, è vedere questo mondo in­quieto come corpo e mente-di-Buddha. Fidu­cia, è una fiducia che deve so­pravve­nire libera­mente, senza costrizione. La parola del Bud­dha è verità as­soluta; non può esservi dubbio. Anche so­lo il casuale udire, o vedere, questo sūtra co­stituisce un’eccellente opportunità per sviluppare la fede in esso. Abbiate una profonda fiducia nel Sūtra del Loto. È per­ché abbiamo avuto una fi­ducia pro­fonda nell’eterna vita del Tathāgata che possiamo na­scere qui, in questo mondo, per salvare gli es­seri sen­zienti.

Il potere sovranormale del Tathāgata, uni­tamente alla forza della Sua compassione e alla potenza della Sua vita eterna, colmano di fiducia la mente degli esseri senzienti, oltre che il corpo del mondo intero, Buddha e Patriarchi, ogni dharma, ogni fenomeno, e la pelle, carne, ossa e midollo, la vita e la morte, l’andare e il venire. La fidu­cia di cui tutti questi sono colmi è vede­re il Bud­dha.

Dovremmo dunque sapere che aprire l’occhio della fe­de profonda e possedere così l’occhio della fiducia, è vedere il Buddha. Non è solo vedere il Buddha, ma è vedere il Buddha che vive eterna­mente sul Picco dell’Avvoltoio. Vivere sul Picco dell’Av­voltoio e la vita eterna del Tathāgata, sono la me­desima cosa. Dunque, vedere il Buddha è vivere eter­namente sul Picco dell’Avvoltoio; il Tathāgata e il Picco dell’Avvoltoio sono eterni e inscindi­bili. E anche i Bodhi­sattva e gli śrāvaka sono eterni, e la proclamazione della Legge sus­siste eterna­mente sul Picco dell’Avvol­toio.

Il Buddha vide questo mondo di inquietudine come magni­fico e sereno; Egli non aggiunse idee di alto o di basso a questo mondo reale. Non conside­rate con disprezzo questo modo di vedere le co­se. Dovreste guardare il mondo come se fosse ri­colmo di gemme splendenti e di giada preziosa. Ritenere che questo mondo non sia ri­colmo di giada preziosa, è come dire che il Picco dell’Av­voltoio non è il Picco dell’Avvoltoio e che il Buddha  Śākyamuni non è il Buddha Śākyamuni. Cre­dere che que­sto mondo sia ricolmo di giada preziosa è la vera forma del cre­dere. Questo è vedere il Buddha.

Il Buddha Śākyamuni disse ad una grande assem­blea: “Io e tutti i monaci pos­siamo sa­lire sul Picco dell’Avvoltoio, quando desideriamo vedere il Buddha con tut­to il cuore e nel nostro corpo non c’è risentimento.” “Con tutto il cuore” non è il cuore della gente comune, dei seguaci dell’Hīnayāna e così via; è il cuore del vedere il Buddha. Ve­dere il Buddha con tutto il proprio cuore è il Picco dell’Avvoltoio e tutti i monaci. Ogni e ciascun momento presente è l’impercettibile de­side­rio di vedere il Buddha, con la mente del Picco dell’Avvol­toio. Perciò stesso, quest’unica Mente è il Picco dell’Avvoltoio. Que­sto corpo è manifestato in questa mente, e questa mente emerge attraverso questo corpo. Così sono corpo e mente, e così sono la vita eterna e quella transeunte. Non nutrite dunque risentimento, e af­fidate semplicemente la vostra vita alla su­prema Via del Picco dell’Avvoltoio. È questa la corretta comprensione di “Vedere il Buddha con tutto il cuo­re.”

Śākyamuni disse ad una grande assem­blea: “Chiunque proclami questo sūtra vedrà me, il Prabhūtaratna Buddha,[15] ed ogni altra manifestazione dei Buddha.” “Proclamare questo sūtra” significa che il Buddha è sempre presente nel mondo con il Suo gran­de potere spirituale e che, tuttavia, gli uomini non possono vederlo a causa delle loro opinioni errate. Un tale potere spirituale, visto o non visto che sia, è la virtù del Tathā­gata a cui noi tutti dobbiamo rispetto.

Il Buddha Śākyamuni, rivolto ad una grande assem­blea, affermò: “Chiunque custodisca questo sūtra vedrà me, il Prabhūtaratna Buddha e ogni altra mia manifesta­zione.” Quantunque il Tathāgata ci raccomandi di conservarlo sem­pre, custodire questo sūtra è difficile. Chiunque lo custodisca vede il Bud­dha; vedere il Buddha è tenere tra le mani questo sūtra e vice­versa. Per questo, ascoltare anche un solo verso di un gāthā è ottenere la visione del Buddha Śākyamuni, del Prabhūtaratna Buddha e di ogni altra ma­nifestazioni del Bud­dha; è la trasmissione del Bud­dha e del Dharma, ed è anche il conseguimento del vero Occhio del Buddha e della Sua vita, lo svi­luppo della Sua penetrazione intuitiva, e della Sua il­luminazione ed essenza.

Il Buddha Unrai-onshuku-okechi,[16] un giorno disse al Re Shu­bhavyūha: “O grande re, cono­sci questo! Un maestro esercita una grande in­fluenza, se lo accetti come guida, e ti consente di vedere il Buddha e di conseguire la suprema e per­fetta illumi­nazione.” Il Buddha Unrai-onshuku-okechi, in questa assemblea, pro­veniva dal remoto passato; anche se egli rappresenta ogni Buddha del passato, del presente e del futuro, non focalizzate la vostra attenzione sui tre mondi[17] della gente comune. Ov­vero, il passato è la nostra mente, il presente è i nostri polpastrelli, il futuro è il nostro cer­vello. Essi non sono separati ma contenuti in un unico corpo. Dunque, il Buddha Unrai-onshuku-okechi è la realiz­zazione del vedere il Buddha, dentro la nostra mente. Ve­dere il Bud­dha ha sempre que­sto significato. Seguire il Sūtra del Loto è vedere il Buddha, vedere il Buddha è risvegliare la mente della perfetta e su­prema illuminazione. La determi­nazione dell’ottenere il risveglio è la testa e la coda del vedere il Buddha.

Il Buddha Śākyamuni disse: “Chiunque metta in atto tutte le virtù e sia tollerante, sereno, giu­sto e saldo, vedrà il mio corpo in questa proclama­zione della Legge.” “Tutte le virtù” significa sporcarsi nell’aiutare chi è sci­volato nel fango, o anche bagnarsi per trarre in salvo chi sta an­negando. “Io sono così, tu sei così”[18] è l’agire di chi è tollerante, sereno, giusto e saldo. Vedere il Buddha nel fango e tra le onde, è questo. Se lo sapete afferrare, po­tete comprendere il procla­mare la Legge.

Di recente, tuttavia, nella Cina della gran­de dinastia Sung vi sono molti che si fre­giano del titolo di Maestro Zen. Costoro non hanno mai visto né udito la vera estensione e ampiezza del Dharma. Essi hanno sempli­cemente mandato a memoria due o tre detti di Rinzai e Um­mon, e pensano che ciò costituisca l’intero Dharma del Buddha. Se fosse possibile condensare la Legge del Buddha nelle poche frasi di Rinzai o Ummon, essa non sarebbe mai stata tra­smessa fino ai giorni nostri. Non pos­siamo neppure affermare che Rinzai e Ummon aves­sero totalmente padroneggiato il Dharma.

D’altra parte i maestri odierni non sono per nulla superiori a Rinzai o Ummon, e nemmeno si dovrebbero cita­re perché sono troppo stu­pidi e diffamano a casaccio i sūtra, senza averli studiati correttamente. Essi sono da annoverare tra la gente comune, non tra i discendenti dei Buddha e dei Patriar­chi. Come si può sostenere che questi abbiano conseguito lo stadio del vedere il Buddha? Essi non hanno neppure compreso l’essenza di Confu­cio o Lao-tzu. I veri di­scepoli dei Buddha e dei Patriarchi non hanno nulla da spartire con questi presunti Maestri Zen. Dovete cercare solo l’esperienza dell’occhio illuminato che vede il Buddha.

Il vecchio Buddha Tendō, mio defunto Maestro, disse: “Il re Hashinoku[19] una volta chiese a Binzuru:[20] ‘Ho sentito di­re, Venerabile, che hai visto il Buddha. È vero?’ Binzuru in ri­sposta inarcò le so­prac­ciglia e spalancò gli occhi.” Il mio Maestro recitò poi questo gāthā:

 

Inarcando le sopracciglia rispose alla domanda;

che un giorno avesse incontrato o visto il Buddha

non era menzogna.

La sua virtù è stimata ovunque.

La primavera sta nella punta di un ramo di pruno

coperto di neve gelata.”


Vedere il Buddha” non è vedere il nostro Buddha né quello degli altri, ma è vedere tutti i Buddha. Un ramo di pruno vede un ramo di pruno cioè, il fiore sboccia da un capo all’al­tro del mondo. La sostanza della domanda del re Hashinoku è se Binzuru vide il Buddha, o se lo divenne. Alzando le sopracciglia questi dimostrò di aver visto il Bud­dha; il fatto è sicuro. La consi­derazione di cui godeva nel passato è giunta in­tatta fina ad oggi; non si può dubitare del suo incontro con il Buddha. I trecento milioni di persone che videro il Buddha nel regno di Śrāvasti, allora, lo percepi­rono veramente. Non videro solo i trentadue segni del Buddha. Solitamente, le creature celestiali, gli esseri umani, gli śrāvaka ed i pratyekabuddha[21] non compren­dono il princi­pio del vedere il Buddha. È come tutti coloro che tengono in mano uno scaccia­mosche per essere capi spirituali, mentre i veri maestri sono pochi. Vedere il Buddha si compie dal lato del Buddha. Anche se cerchiamo di nascon­derlo, il vedere il Buddha emer­gerà da solo. Que­sto è il prin­cipio del vedere il Buddha.

Dovremmo investigare nel dettaglio l’essenza di “Al­zare le sopracciglia” proprio come se stessimo analizzando il corpo e mente degli innume­revoli granelli di sabbia del Gange. Potete anche stare giorno e notte accanto al Buddha  Śākyamuni, per centinaia di migliaia di miriadi di kalpa ma, senza il potere di alzare le sopracciglia, non riu­scireste a vedere il Buddha. Sia pur vivendo due­mila anni più tardi, e centinaia di miglia lontano da Śākyamuni, possedendo il potere di sollevare le soprac­ciglia pos­siamo ancora vedere quell’aspetto del Buddha Śākyamuni che non ha ini­zio. Questo è vedere un albero di pruno che ha nei rami la pri­mavera. Incontrare e vedere veramente il Bud­dha è un gasshō[22] ed un inchino, è tre prostra­zioni, è un sorriso, è liberazione e unificazione, ed è sedere nella postura del loto, su una stuoia.

Un giorno Binzuru fu invitato a pranzo presso la corte del re Aśoka.[23] Il re offrì dell’incenso, gli si prostrò davanti e disse: “Ho sentito dire, o Venerabile, che avete visto il Buddha. È vero?” Bin­zuru inarcò le sopracciglia e chiese: “Compren­dete?” “No” rispose il re. Allora Binzuru conti­nuò: “Una volta il Tathāgata fu invitato a pranzo dal Re dei Draghi Anavatapta e io ero tra i ser­vitori.” Aśoka intendeva chiedere, in sostanza, se Binzuru fosse davvero un venerabile. Allora il Ve­nerabile Binzuru inarcò le sopracci­glia. Questo è il compimento del vedere il Buddha, ovunque nel mondo intero. Egli era diventato un Buddha, e lo vedeva perciò do­vunque.

Una volta, il Re dei Draghi Anavatapta in­vitò il Bud­dha a pranzo, e io ero tra i servitori” significa che molti in quell’assemblea ricevettero e trasmisero il Buddha. I seguaci dell’Hīnayāna, siano o meno stati ammessi a quell’assemblea, non possono comunque essere annoverati tra i Buddha. Binzuru servì quel pranzo; la sua presenza fu a seguito del potere che gli derivava dal vedere il Buddha. Invitare il Buddha non è invitare soltanto il Buddha Śākyamuni, ma tutti gli innu­merevoli Buddha dei tre mondi e delle dieci direzioni. Tutti i Bud­dha giungono insieme, si incontrano e si vedono, reci­proca­mente. Ecco cos’è vedere il Buddha, vedere un maestro, vedere se stessi e vedere gli altri. Il Re dei Draghi Anavatapta è lo stesso che il Re dei Draghi dello stagno di Anokuda.[24] Que­sto stagno è privo di calore.[25]

Il Maestro Zen Honei Jinyū,[26] compose questi versi:

 

Il nostro Buddha vide Binzuru;

eppure le sue sopracciglia erano lunghe,

i capelli corti e gli occhi feroci.

Il re Aśoka ne dubitò e recitò questa dhāranī:

Om mani śrī sūrya.[27]


Benché questi versi non includano total­mente l’intera por­tata della Via del Buddha, ne con­tengono la radice; per questo li ab­biamo citati qui.

Una volta, un monaco chiese al Grande Maestro Jōshū Shin­sai:[28] “Ho udito, o monaco, che hai incontrato Nansen. È vero?” Jōshū rispose: “Un rapanello smisurato cresce nel Jin­shū.” Questo è incontrare veramente Nansen, spe­rimentarne e attestarne la Via, indipendentemente dal significato, o meno, delle pa­role. I detti dei maestri Zen, i discorsi ordi­nari, il sollevare le so­pracciglia spalancando gli occhi, e così via, significano inarca­re le so­prac­ciglia e incontrare e vedere veramente il Buddha. Colui che, pur essendo una persona eccellente, non ha mai in­contrato realmente il Buddha, non può par­lare come Nansen.

Un rapanello smisurato cresce nel Jinshū” risale al pe­riodo in cui Jōshū era un monaco dello Shinsaiin, a Tōka-en, nel Jinshū. In seguito egli fu conosciuto come Grande Maestro Shinsai. In que­sto modo egli aprì gli occhi, vide il Buddha e poté così trasmettere cor­rettamente l’Occhio e il Tesoro della Vera Legge dei Buddha e dei Patriarchi. Quando l’Occhio e il Tesoro della Vera Legge è corret­ta­mente trasmesso, ecco che il vedere il Buddha sorge ovunque e il suo grande valore è manifesto.

 

 

Trasmesso ai monaci sul monte Zenjihō, il 19 novembre 1243.

Ricopiato da Ejō, nell’alloggio del discepolo principale del Daibutsuji, Yoshida-ken, nell’Echizen, il 16 ottobre dell’anno succes­sivo.


[1] Lett. “Così arrivato”.

[2] Si dice che un Buddha Volto-di-sole viva nel mondo per 1800 anni, e che un Buddha Volto-di-luna entri nell’estinzione dopo un giorno e una notte.

[3] Lett. “Così arrivato”.

[4] Il Maestro Hōgen Mōn’eki (885-958), nella linea di trasmissione del Maestro Seppō Gison e fondatore della scuola Hōgen. [Fa-yen Wen-i]

[5] Si veda il Sūtra del Loto, pag. 129.

[6] Il Maestro Nansen Fugan (748-834), uno dei successori del Maestro Baso Dōitsu [Nan-ch’üan P’u-yüan]

[7] Si veda il cap. 18, Kannon.

[8] Si veda il cap. 43, Shohōjissō.

[9] Il Maestro Taiso Eka (487-593), il successore del Maestro Bodhidharma. Noto anche come Jinkō Eka. [Shen-kuang Hui-k’o]

[10] Il Maestro Nangaku Ejō (677-744), uno dei successori del Maestro Daikan Enō. [Nan-yüeh Huai-jang]

[11] Si riferisce alla storia del primo incontro tra il Maestro Jōshū e il Maestro Nansen. Si veda il cap. 40, Hakujushi.

[12] Ricevere, custodire, leggere, salmodiare, mandare a memoria, applicare, e ricopiare.

[13] Si riferisce all’Universo. Si veda il Sūtra del Loto, pag. 144.

[14] Lett. “Colui che ascolta”, in origine si riferiva a coloro che avevano udito direttamente l’insegnamento dalla voce del Buddha. Più tardi, la parola śrāvaka fu utilizzata più genericamente per distinguere gli studenti Hīnayāna da quelli Mahāyāna.

[15] Il Buddha degli Abbondanti Tesori.

[16] Il Buddha Re della Costellazione della Saggezza-Fiore, dalla Voce di Tuono.

[17] In questo caso i tre mondi sono il passato, il presente e il futuro.

[18] Si riferisce alla conversazione tra il Maestro Daikan e il Maestro Nangaku. Si veda il cap. 54, Senjō.

[19] Hashinoku: si tratta di Prasenajit, re di Śrāvasti nell’India centrale durante l’epoca del Buddha. Assieme alla famiglia, era un devoto seguace del Buddha.

[20] Binzuru è Pindola-bhāradvāja, il primo dei sedici arhat della comunità del Buddha.

[21] Il pratyekabuddha o “Buddha solitario”, è il veicolo che si basa sulla teoria dell’originazione interdipendente (i dodici anelli della catena di causa ed effetto). Gli altri due veicoli sono: il veicolo dello śrāvaka o “Uditore”, che si basa sulla teoria dei quattro stadi,  ed il veicolo del bodhisattva o “Essere di verità”, basato sulle sei pāramitā (le sei perfezioni, o perfezionamenti).

[22] Lett. “Con il palmo delle mani unito”. Si tratta di un saluto tradizionale, nei monasteri. Le mani giunte sono tenute all'altezza del petto, con la punta delle dita grossomodo allineata con le narici.

[23] Aśoka (270-230 a.C.), il terzo re della dinastia Maurya. Egli patrocinò il Terzo Concilio, a Pātaliputra, eresse molti stūpa e colonne votive, ed inviò missioni all’estero per diffondere il Dharma del Buddha.

[24] Anavatapta è il nome del re dei Draghi che vive nell’immaginario stagno Anokuda, che si dice esistente nel nord dell’Himālaya.

[25] Cioè chiaro, fresco, libero da illusione.

[26] Il Maestro Honei Jinyu (?), successore del Maestro Yōgi Hōe (993-1046).

[27] “Saluto l’adamantina beatitudine della fede nella vera Legge.”

[28] Il Maestro Jōshū Jūshin (778-897), uno dei successori del Maestro Nansen Fugan. [Chao-chou Ts’ung-shen]