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SHUKKE KUDOKU

La Virtù della Rinuncia al Mondo

 

 

Questo lungo capitolo è dedicato all’elogio della vita monastica e sottolinea la grande importanza attribuita all’abbandono della vita familiare. Infatti, le abitudini e i vincoli che, sia pure inconsapevol­mente, ad essa ci legano, sono veri e propri impedimenti sulla via alla verità. Attraverso l’analisi e il commento di diverse storie e citazioni, il Maestro Dōgen ci spiega l’importanza ed i meriti di questo tradizionale aspetto del Dharma.

 

Il seguente passo è tratto dal Daichido-ron.

Nāgārjuna[1] disse: “Una volta mi fu chiesto: ‘Se i laici che stu­diano la Via possono ottenere la rinascita nel mondo celestiale, di­ventare Bodhisattva ed entrare nel nirvāna, perché è necessario rice­vere l’ordinazione monacale?’ Risposi così: ‘Malgrado la vostra os­ser­vazione sia corretta, non avete però compreso che i diversi sentieri non si differenziano per la meta finale che è l’illuminazione, ma per la diversa difficoltà nel conseguirla. Un laico deve guadagnarsi da vi­vere. Se si con­centra sullo studio della Via cadrà ben presto in rovina; se si dedica ad un lavoro retribuito non riuscirà a studiare la Via. È perciò chiaro che la dedizione alla Via del Buddha è estrema­mente difficile, se non impossibile, per un laico. Un monaco, invece, che è lontano dai semi della sofferenza e dell’illusione può dedicarsi totalmente all’ad­destramento. Un monaco è libero di ritirarsi sulle montagne per studiare la Via. Qui, sedendo in zazen, egli può conseguire la condi­zione di non-mente e ottenere così la libertà da desiderio, colle­ra e illu­sione, e da tutte le altre forme di distrazione e attacca­mento’.”

Anche questo passo è tratto dal Daichido-ron:

Sedete in zazen nella solitudine di una foresta e di­struggete le diverse malattie della mente. Questa non è un’op­por­tunità riservata agli esseri celestiali, ma l’addestramento adatto per coloro che vogliono trascendere illusione e attaccamento. I laici cercano la notorietà e la ricchezza; si agitano per posse­dere mobili pregiati e vestiti preziosi. I loro desideri smodati non co­noscono limiti. Nessuna di queste cose, ovviamente, conduce ad una vera pace della mente. Al contrario, i monaci in­dossano abiti semplici ed elemosinano il cibo, e la loro vita è equilibrata e forte. Vedendo chiaramente, un monaco accetta di buon grado questo modo di vivere, considerandolo la vera vita. Per lui tutte le cose sono manifestazione del Buddha, ed egli possiede la saggezza ne­cessaria per discernere la verità. Nulla può superare una simile mente.”

Prendere i precetti e l’amore per la Via non possono essere disgiunti dalla condizione di monaco. Se comprendiamo che questo è il sentiero più sicuro, dovremmo velocemente chiedere l’ordinazione perché essa soltanto conduce al bene senza limiti e all’appagamento. Tuttavia, occorre dire che la via del mona­co non è facile, e che tra i due sentieri questo è certamente il più ar­duo, come illustra la seguente storia.

All’epoca del Buddha Śākyamuni viveva un brahmāno di nome Jambuksadaka. Egli, una volta, chiese a Śāriputra: ‘O Śāriputra, qual è la cosa più difficile al mondo?’ Śāriputra rispose: ‘Rinunciare alla notorietà, alla ricchezza, alle proprietà, alla famiglia, ed entrare nella comunità monastica del Buddha’. Il brahmāno, di rimando, chiese: ‘E dopo l’ordinazione vi sono ancora difficoltà?’ Śāriputra ri­spose: ‘Sì, anche dopo aver ri­nun­ciato a tutte le proprietà si possono ancora incontrare diffi­coltà nel conseguire la consapevolezza spiri­tuale e la capacità di di­scernere la verità’. E il brahmāno proseguì: ‘Quando si è ri­svegliata la consapevolezza spirituale e la verità è mani­festa, tutte le difficoltà sono state superate?’ E Śāriputra: ‘No, anche in questa condizione si possono ancora incontrare diffi­coltà ad agire il bene nella vita quotidiana’.”

Questo dialogo illustra le difficoltà che s’incontrano entrando nella condizione monastica ed evidenzia, allo stesso tempo, la grande importanza di questa decisione. Ma-ō,[2] nel vedere un monaco appena ordinato fu in­dotto a com­mentare: “Libero da ogni passione e illusione, si­curamente entrerà nel nirvāna. Questa persona è veramente un monaco.”

Anche la trasgressione dei precetti, purché seguita dal pentimento, non impedisce ad un monaco o ad una monaca di entrare nel nirvāna. Questo appare dal seguente passo dell’Upala­varna-Jataka Sūtra:

All’epoca del Buddha Śākyamuni viveva una mona­ca[3] che aveva conseguito la condizione di arhat ed ottenuto i poteri sovranormali.[4] Questa monaca soleva visitare le case delle donne di alto li­gnaggio per esortarle ad abbandonare il loro modo di vivere ed entrare nel Samgha. Una volta, le sue interlo­cutrici le dissero: ‘Siamo ancora giovani e molto belle. Per noi sarebbe troppo difficile osservare i precetti e quasi certamente finiremmo con l’infrangerli’. La monaca ri­spose: ‘Non vi preoc­cupate di ciò’. Le donne esclamarono: ‘Ma se rompiamo i precetti cadremo certamente negli inferi e questo ci spa­venta molto’. ‘Se è necessario, andate fino all’inferno’ rispose la monaca. Le nobildonne risero e la monaca continuò: ‘In una delle mie esistenze passate ero una prostituta, portavo abiti provo­canti e godevo nel rac­contare storie erotiche. Una volta, tutta­via, indossai per scherzo un kesa buddhistico e, conseguentemente nella successiva esistenza riu­scii a percepire la Via ed entrare nel Samgha. In tale esi­stenza mi ri­trovai di nobile famiglia, bellis­sima e superba. In­fransi molte volte i precetti. Tornai di nuovo negli inferi, dove soffrii moltissimo; infine, grazie alla profon­da compassione di Śākyamuni, riuscii a venirne fuori. Di nuovo rinacqui nella condizione umana, di nuovo percepii la Via ed entrai nel Samgha. Ottenni infine i sei poteri sovra­nor­mali e la con-dizione di arhat. Dunque, ho sbagliato ripetuta­mente e sono finita all’in­ferno molte volte. In certi momenti la mia vita era così profana che non potevo attingere neppure ad una briciola di risve­glio. In ba­se alla mia personale esperienza tut­tavia, posso attestare che chi ha ricevuto l’ordinazione, anche se infrange i precetti più e più volte, purché se ne penta, si risve­glierà infine all’illuminazione. Un laico che faccia al­trettanto non ne avrebbe invece la possi­bili­tà’.”

(Esiste anche la seguente storia:)

Il Buddha soggiornava nel vihāra[5] di Jetavana, a Śrā­vasti nel Kośala, quando venne avvicinato da un brahmāno ubriaco che gli chiese di poter entrare nel Samgha e diventare suo discepolo. Il Buddha acconsentì e disse ad Ānanda di ta­gliargli i capelli e di fornir­gli l’abito da monaco. Il brahmāno, una volta ri­tornato sobrio, restò sconvolto per l’insolito, umile aspetto, e corse a nascondersi. I discepoli chiesero allora al Buddha: ‘Venerabile, perché mai hai accettato nel Samgha quel brahmāno ubria­co?’ Il Buddha rispose: ‘Per innumerevoli esistenze questo brahmāno non si è neppure sognato di entrare nel Samgha; una volta ebbro, tuttavia, la sua mente si è avvicinata di un piccolo passo a questa decisione. Anche se sfortunatamente questa volta è scappato via, non per questo il merito di essere entrato nel Samgha diminuirà col tempo. Sicuramente in una prossima esistenza egli risveglierà la mente che cerca il Buddha’. Śākyamuni permise al brahmāno ubriaco di entrare nel Samgha pur es­sendo consapevole che la sua richiesta era dovuta soltanto allo stato in cui si trovava. Colse cioè la preziosa op­portunità e così facendo pose le basi affinché il brahmāno potesse per­cepire la Via e realizzare il risveglio in una vita successiva.”

Vi sono molte storie simili a queste, circa l’ingresso nel Samgha, così come sono numerose quelle che evi­denziano il merito inerente la condizione di monaco. Il merito che ottiene chi entra nel Samgha è veramente incommensurabi­le, ben più grande di quello che può conseguire un laico che rispetti pienamente i cinque precetti.[6] Permettendo a quel brahmāno ubriaco di entrare nel Samgha, Śākyamuni gli offrì l’opportunità di percepire la Via in una succes­siva esistenza. Questa è la vera ragione per la quale il Buddha si è ma­nifestato nel mondo. Nel passato, nel presente e nel futuro, gli esseri senzienti dovrebbero avere fiducia nella possibilità di mettere in pra­tica gli insegnamenti del Buddha.

Risvegliarsi alla Via richiede soltanto un istante. È per questo che l’ingresso del brahmāno nel Samgha, quantunque di breve du­rata, produsse merito. Non è facile dunque, anche soltanto imma­ginare la quantità di merito acquisito da coloro che rinun­ciano al mondo, che ri­cevono i precetti, e che passano la loro vita ser­vendo devo­tamente il Buddha.

Tenrinnō[7] regnò sui quattro continenti e sulle tremila migliaia di mondi;[8] an­che l’India era sotto la sua sovranità. Egli apparve al mondo quando aveva ottantaquattromila anni. Governò con sag­gez­za e benevolenza; sotto di lui i quattro continenti erano pa­rago­nabili alla Pura Terra ed egli era vivamente lodato da tutti i suoi sudditi. Posse­deva abiti e tesori che erano al di là della più sfre­nata immaginazione e conduceva una vita di lusso e sfarzo indescrivibili. Si diceva anche che non avesse mai com­messo alcuno dei dieci mali. Benché la sua vita fosse così me­ravigliosa, quando scoprì il suo primo capello bianco rinunciò a tutto, in favore del principe suo figlio. Indossato un kesa, si ritirò sulle montagne e cominciò a studiare il Dharma del Buddha. Dopo la morte, rinacque nel mondo celestiale come Daibonten.

Prima di abdicare, Tenrinnō pose un capello bianco in un astuccio d’argento e lo lasciò in eredità al principe cosicché anch’egli, nello scoprire il suo primo capello bianco, decidesse di abdicare se­guendo l’esempio del padre. Tenrinnō visse fino ad un’età impensa­bile per i comuni esseri umani. Come ho già detto, non comparve in questo mondo fino all’età di ottantaquattromila an­ni; egli poteva manife­starsi in trentadue forme diverse, inimma­gina­bili per la gente d’oggi.

Tenrinnō scoprì un capello bianco, si risve­gliò all’impermanenza della vita e, deciso ad acquisire merito, si fece mo­naco. I regnanti dei nostri giorni non possono nep­pure con­cepire la vita di Tenrinnō. La maggior parte di essi si limita a trascinare la propria esistenza nella cupidigia, e non si sogna nemmeno di considerare la possibilità di entrare nel Samgha. Sicuramente, nelle esistenze succes­sive costoro rimpiangeranno amaramente un simile atteggiamento.

In questo piccolo Paese[9] i re sono tali soltanto di nome. Il loro titolo non è accompagnato da alcuna virtù e la loro avidità è senza limiti. Se solo riuscissero a com­prendere la loro stupidità e rinuncias­sero al mondo entran­do nel Samgha, tutti gli dèi si rallegrerebbero e li proteggereb­bero, e lo stesso Re dei Draghi li rispetterebbe e li difende­rebbe. Tutti i Buddha avallerebbero tale decisione e ne sareb­bero profonda­mente soddisfatti, mostrando così il loro compiaci­mento.

La prostituta di cui si parlava prima, indossò un kesa per scherzo. Il suo gesto irriverente non restò senza conseguenze e la portò agli inferi, ma il merito derivante dall’aver indossato il kesa le consentì di incontrare il Buddha Kāśyapa e di entrare nel Samgha durante la successiva esistenza. In seguito essa infranse i precetti e ricadde negli inferi. Il persistente merito del kesa, tuttavia, le consentì di parlare con Śākyamuni nella vita successiva; grazie a questo incontro, abban­donò il mondo ed entrò nel Samgha. Infine conseguì la condizione di arhat, acquisì la conoscenza intuitiva delle vite precedenti e si risve­gliò alla suprema illuminazione. Dunque, una persona che ha una mente pura fin dall’inizio, che prende i precetti, e che si addestra come mo­naco, sicuramente ottiene un merito incalcolabile. Soltanto gli esseri umani possono conseguire queste altissime virtù.

In India e in Cina, tra tutti i Bodhisattva, Patriarchi, monaci e laici nessuno è superiore al Patriarca Nāgārjuna. Questi rac­conti sul brahmāno ubriaco e sulla prostituta furono narrati dal Patriarca per incoraggiare tutti gli esseri senzienti ad en­trare nel Samgha. Le sue pa­role sono le parole del Buddha stes­so.

Il Buddha disse: “Coloro che abitano le terre a sud del monte Sumeru[10] sono fortunati per quattro motivi: possono stu­diare la Via, udire gli insegnamenti del Buddha, entrare nel Samgha e conse­guire il risveglio. Grazie a questi quattro elementi il continente meri­dionale è di gran lunga migliore di qualsiasi al­tra terra, anche del mondo celestiale. Comprendendo che siamo nati in questa terra grazie al bene compiuto in pas­sato, dobbiamo con profonda gioia rinunciare al mondo ed en­trare nel Samgha; così, ci sbarazziamo dal vento dell’illusione e riconquistiamo la nostra condizione originaria di puro essere. Ad­destrarsi come monaco nel corso di esistenze suc­ces­sive, produce un grande merito. Śākyamuni disse che il merito derivante dall’in­gresso nel Samgha è incalcolabile e non può essere paragonato neppure a quello acquisito da chi costruisse, con i sette preziosi elementi, una torre alta come il monte Sumeru. Una torre, per quanto alta sia, può essere fa­cilmente distrutta da chiunque sia suffi­cientemente stupido e malvagio da farlo; il merito inerente la condizione di monaco, no.

 Śākyamuni impartì questi insegnamenti proprio per­ché co­nosceva l’ampiezza del merito associato alla condizione di monaco. Dopo aver udito tale insegnamento, un ricco uomo di nome Punya­vadharna, benché avesse centoventi anni, entrò nel Samgha e comin­ciò ad addestrarsi assieme ai giovani monaci. Egli era uno studente diligente, si esercitava strenua­mente, e conse­guì infine la grande condizione di arhat.

Dovremmo essere consapevoli del fatto che il nostro corpo fisico esiste solo come risultato di una temporanea fu­sione dei quattro elementi[11] e dei cinque skandha.[12] I no­stri corpi, continuamente sottoposti alle otto soffe­renze, sono sog­getti all’incessante azione di morte e rinascita, ad ogni istante che passa. La durata di uno schioccare di dita comprende sessan­tacinque istanti e, all’interno delle venti­quattro ore, ve ne sono sei miliardi quattrocento milioni novantanove­mila novecento e ottanta. Purtroppo tutti noi siamo vergognosamente ignoranti su questo tema. Anche tra i risvegliati, che pure non sono pochi, solo Śākyamuni e Śāriputra furono in grado di afferrare completa­mente il mutamento che si verifica in ogni singolo istante.

Il karma[13] si forma attraverso l’incessante processo di morte e rinascita; d’altra parte, è proprio questo che consente di realizzare la Via e di risvegliarsi all’illuminazione. Lo stesso di­scorso può essere esteso anche ai cicli di morte e rinascita del corpo fisico dell’uomo. Per quanto tenacemente cerchiamo di resistere, non possiamo sfuggire agli effetti di questa legge; nes­suno l’ha mai fatto. Ne dobbiamo per­ciò dedurre che il nostro corpo in realtà non appartiene a noi. La ri­nuncia al mondo e l’ingresso nel Samgha aprono le porte all’eterna illuminazione, certificata da tutti i Buddha nei tre mondi. Avendo compreso questo, gli otto principi figli del Buddha Nichigatsu Tomyo,[14] rinunciarono al loro diritto regale, pur di entrare nel Samgha. Così fecero i se­dici principi figli del Buddha Daitsūchishō[15] e, men­tre il padre sedeva in zazen, esposero il Sūtra del Loto a tutti coloro che si erano radunati. Come risultato, tutti i presenti partirono per procla­mare questo sūtra ai dieci angoli del mondo e tutti diventarono Bud­dha. Gli ottantamila miliardi di sudditi di Tenrinnō, nel sapere della rinuncia attuata dal loro principe, chiesero ed ottennero di fare altrettanto. Anche il re Myosogon si fece monaco; così fecero i suoi due figli, suo padre e sua moglie.

La decisione di questi risvegliati mostra che, senza ombra di dubbio, la rinuncia al mondo e il sentiero del monaco sono la vera Via. Non pensate che essi abbiano rinunciato al mondo per ignoranza, sarebbe un errore; cercate piuttosto di capire che si dimostrarono saggi nel farlo e seguite il loro esempio. Rāhula[16] e Ānanda[17] furono tra i primi ad entrare nel Samgha, seguiti ben presto da tutti i parenti di Śākyamuni e da pochi al­tri. Alla fine il numero delle persone ordinate fu di ven­timila. Quali eccellenti modelli! Tutti i seguaci, a partire dai primi cinque monaci[18] fino all’ultimo, presero i precetti ed entra­rono nel Samgha. Il merito di questa scelta è inestimabile. Se veramente amiamo i nostri genitori e i nostri figli, dovremmo incoraggiarli ad entrare nel Samgha.

Questa strofa fu scritta per confutare l’opinione, molto dif­fusa tra chi non studia il Dharma del Buddha, che il passato non esista:


Negare l’esistenza del passato

È negare l’esistenza dei Buddha passati.

Se non ci fossero i Buddha del passato

Oggi non ci sarebbero monaci.


Possiamo fidarci del fatto che entrare nel Samgha è con­forme al Dharma di tutti i Buddha del passato. È davvero difficile ca­pire perché non lo si faccia. Chi entra nel Samgha, indipendentemente dalla sua condizione sociale, si assicura un merito illimitato. I nostri corpi ben presto decadono e muoiono; dunque è necessario prendere al più presto i precetti ed entrare nel Samgha.

Il seguente passo è tratto dal Daibibasha-ron:[19] “Un an­ti­co maestro disse: ‘Un monaco, anche se infrange i precetti, con­segue un merito molto più grande di un laico che osservi appie­no tutti i precetti che gli competono’.” Questo sūtra è la base dei numerosi testi che rac­comandano l’ordinazione. Dob­biamo mol­tissimo a questo sūtra, tanto che è difficile perfino immaginare come potremmo mai esprimere la nostra gratitu­dine. Incorag­giare gli altri ad entrare nel Samgha pro­duce un merito di gran lunga su­periore a quello dei re Yama,[20] Ten­rinnō, o Indra. Anche un śūdra o un vaiśya, nell’entrare nel Samgha, vengono ad essere molto al di sopra di uno ksatrya[21] e dei re prima ci­tati. Possiamo ottenere questo merito supremo soltanto pren­dendo i precetti ed entrando nel Samgha.

Le parole di Śākyamuni sono al di là della com­pren­sione razionale; dovremmo ricordarlo. Tuttavia, cinque­cento grandi arhat compilarono una raccolta dei Suoi in­segna­menti ed è grazie a que­sto lavoro che conosciamo la grandezza del merito dell’entrare nel Samgha. Per i monaci d’oggi anche la saggezza di un singolo arhat dotato di intuizione sovranor­male è inconcepibile – figuriamoci quella di cinquecento arhat. I monaci d’oggi, che vivono nell’ignoranza e nell’oscu­rità, non dovrebbero criticare questi splen­didi inse­gnamenti.

Nel capitolo 120 del Daibibasha-ron è detto: “Un mo­naco appena ordinato merita l’appellativo di sacro; a maggior ragione chi ha raggiunto uno stato di consapevolezza più alto. Anche noi, dopo aver risvegliato la mente che cerca il Buddha e dopo che siamo entrati nel Samgha, saremo degni di questo titolo.”

Prima di conseguire la grande illuminazione, Śākyamuni formulò cinquecento grandi voti; il 137° recita: “Questo è il mio voto: se, malgrado il suo desiderio, qualche uomo non riuscisse, dopo la mia futura illuminazione, ad entrare nel Samgha per smemora­tezza, pazzia, egoismo, man­canza di rispetto, ignoranza, illusione o negligenza, allora il mio non sarà vero risveglio.” Il 138° recita: “Questo è il mio voto: se, nonostante il suo sincero desiderio, qualche donna, dopo la mia futura illuminazione, non riuscisse ad en­trare nel Samgha mettendo così a repentaglio la sua futura illuminazione, allora il mio non sarà vero risveglio.” Il 314° recita: “Questo è il mio voto: se, dopo la mia futura illuminazione, un qualsiasi essere senziente, nonostante il suo since­ro desiderio, non riu­scisse ad entrare nel sentiero dei monaci solo per­ché non ha agito bene e perché in quel momento io non sono in grado di condurlo alla Via, allora il mio non sarà vero risveglio.” È grazie a questi voti che tutti i veri ricercatori sono in grado di entrare nel Samgha.

Il Buddha disse: “Immaginate un uomo che si sia ta­gliato i capelli e la barba e che sia diventato mio discepolo, ma che non abbia an­cora preso i precetti. Chiunque rispetti quest’uomo riu­scirà, proprio per questo, a risvegliarsi all’illuminazione.”

Il Buddha disse: “Immaginate un uomo che abbia ri­nunciato al mondo, si sia tagliato barba e capelli, e che indossi il kesa del Bud­dha. Chiunque insulti o calunni quest’uomo, col suo agire distruggerà il vero corpo di remunerazione di tutti i Buddha nei tre mondi.”

Il Buddha disse ancora: “Una persona che abbia ri­nunciato al mondo, si sia tagliato i capelli e la barba, ed indossi il sacro kesa, anche se non ha preso i precetti monacali è già ri­svegliato. Di conse­guenza, chiunque lo insulti o lo critichi sta diffamando il Buddha. Supponete che un discepolo del Buddha non abbia ancora preso i precetti del monaco. Se qualcuno lo aggredisce con un bastone o una spada procurandogli soffe­renza, o lo deruba del kesa, della ciotola o di altri oggetti ne­ces­sari, così facendo distrugge il corpo di remunera­zione di tutti i Buddha nelle tre generazioni, cava gli occhi a tutti gli es­seri senzienti ed estirpa il seme della vera Legge e dei Tre Te­sori. Una persona che deliberatamente fa smarrire la Via a chi cerca la ve­rità, provocandone la caduta nei tre mondi in­fausti, anch’essa rinascerà in uno di questi mondi.”

Dovrebbe dunque essere chiaro che chi si è tagliato barba e capelli ed indossa il kesa, anche se non ha an­cora preso i precetti, è già risvegliato. Chiunque decida di ostacolare l’addestramento di qualcuno, consapevolmente, ferisce tutti i Buddha nei tre mondi e cioè commette una delle cinque azioni scellerate.[22] Il merito inerente la rinuncia è in stretto rapporto con tutti i Buddha nei tre mondi.

Il Buddha disse: “Un monaco non dovrebbe commet­tere il male. Se lo fa, non è degno di essere chiamato monaco. Un monaco dovrebbe guadagnarsi da vivere con la parola; se non lo fa, non merita di essere chiamato monaco.” Il Buddha proseguì: “Animato da un pro­fondo desiderio di cercare la ve­ri­tà ho lasciato genitori, fratelli, so­relle, moglie, figli, parenti e precettori. Avevo tempo soltanto per il vero esercizio, che è l’esercizio della compassione, simile all’amore di una madre per il figlio.” L’essenza dell’addestramento di un monaco è la compassione. Egli dovrebbe nutrire nei confronti di tutti gli es­seri senzienti una compassione simile all’amore che una madre nutre per il figlio. Dovrebbe avere una mente incontaminata e mante­nere la pa­rola data. Il merito di chi vive in questo modo è ve­ramente incommen­surabile.

Il Buddha disse: “Śāriputra, se un Bodhisattva intende conseguire il risveglio definitivo,[23] liberare la mente dall’illusione e ac­quisire una chiara vi­sione che gli consenta di comprendere la verità, far girare la ruota del Dharma e così salvare tutti gli esseri senzienti dalla sofferenza di morte e rinascita, questi dovrebbe investigare la prajñāpāramitā.[24] Così facendo egli entrerà a far parte della ininter­rotta ca­tena dei Patriarchi, ognuno dei quali ha realizzato la perfetta illumina­zione. Gli studenti con poca esperienza spesso pensano che il risveglio sia frutto di un addestra­mento protratto per innumerevoli kalpa. Questo è un errore. L’illuminazione trascende il dualismo di limitato e illimitato nel tempo.”

Il Buddha disse: “Se un Bodhisattva vuole risvegliarsi alla definitiva illuminazione nello stesso istante in cui rinuncia al mondo, se vuole far girare la ruota della Legge e perciò salva­re tutti gli esseri senzienti, se vuole condurre tutti gli esseri alla perfetta illuminazione, dovrebbe studiare la prajñāpāramitā.” Qui Śākyamuni allude a se stesso. In qualità di Bodhisattva giunto allo stadio che pre­cede il risveglio alla perfetta illuminazione, Egli era nato in una fami­glia nobile ed era destinato a diven­tare re, eppure abbandonò tutto. Rinunciò al mondo, si risvegliò alla perfetta, definitiva illuminazione e fece girare la ruota del Dharma per salvare tutti gli esseri senzienti.

Il seguente passo è tratto dal capitolo ventiduesimo del Bu­tsu-hongyō-jikkyō:[25] “Siddharta afferrò la spada del suo cocchiere, ornata di incisioni e pietre preziose. Con la de­stra la estrasse dal fodero e con la sinistra sollevò la sua croc­chia ornata di un nastro azzurro e la tagliò con un fendente, lanciandola poi in aria. Indra, ve­dendo questo, fu molto felice. Si liberò dal suo magnifico mantello e afferrò la crocchia prima che toccasse terra. Gli es­seri celestiali che ave­vano assistito al fatto, si rallegrarono e di­spiegando i loro mantelli re­sero onore al principe.” Questo accadde durante l’adolescenza di Śākyamuni, quando era ancora un principe. Egli lasciò il palazzo a mezza­notte, si tagliò la crocchia e si diresse verso le montagne. Giunse a destinazione il giorno successivo e, verso mezzodì, in­contrò un essere risvegliato, proveniente dal Cielo Jugo Ten,[26] che era comparso per radergli il capo e donargli il kesa – segno che il Tathāgata[27] si era manifestato. Questo è un inse­gnamento di tutti i Buddha dei tre mondi.

Tra tutti i Buddha nei tre mondi, neppure uno si è risvegliato mentre era ancora un laico; solo un monaco può farlo. Il merito legato all’in­gresso nel Samgha deriva esclusivamente dall’esistenza dei Bud­dha passati, dunque, è illimitato. È stato detto che i laici pos­sono diventare Buddha, ma è uno sbaglio. Si può diven­tare Bud­dha soltanto dopo aver rinunciato al mondo ed essere entrati nel Samgha. Non abbiate dubbi in proposito perché questo è stato insegnato dai Buddha e dai Patriarchi.

Dhītika, figlio di un uomo molto ricco, si recò dal quarto Patriarca indiano, Ubakikuta.[28] Prostratosi davanti a lui, gli chiese di en­trare nel Samgha. Ubakikuta gli chiese: “Vuoi entrare nel Samgha per la salvezza del corpo o della mente?” Dhītika ri­spose: “Nessuno dei due.” “Allora per la salvezza di chi?” chiese Ubakikuta. Dhītika disse: “La rinuncia tra­scende il sé e ciò che il sé possiede. È al di là del ciclo di nasci­ta e morte. Trascendere la dualità di morte e rinascita co­stituisce la Via dei Buddha, e tanto il corpo che la mente non hanno forma.” Uden­do queste parole, Ubakikuta esaudì la sua richiesta ed aggiunse: “La porta dell’illuminazione ti è aperta. Agisci in armonia con i Tre Tesori, coltivando così il seme della tua innata natura-di-Buddha.[29]

La rinuncia esercitata in nome del Buddha è azione degna del più alto merito. Non diventate monaci per la salvezza vostra o de­gli altri, né del corpo o della mente. La rinuncia diventa la Via del Dharma di tutti i Buddha, solo quando questi dualismi sono trascesi. Per questo la rinuncia è al di là dei limiti imposti da soggettività e og­gettività, da corpo e mente, e dai tre mondi illusori.

Dunque la rinuncia è l’insegnamento fon­da­mentale, ed en­trare nel Samgha è necessario. È un’azione non racchiudibile in gra­duale o improvviso, perma­nente o impermanente, venire o andare, at­tivo o inattivo, largo o stretto, piccolo o grande, e nemmeno ha alcun rapporto con fun­zione e non-funzione. Non è mai esistito un Buddha o un Pa­triarca, maestro del Dharma, che non sia stato monaco. Per que­sto Dhītika si prostrò davanti a Ubakikuta, chiese di po­ter ricevere i precetti, entrò nel Samgha e continuò ad adde­strarsi sotto di lui. Egli divenne in seguito il quinto Patriarca india­no.

Il diciassettesimo Patriarca, il Venerabile Sōgya Nan­dai,[30] era figlio del re di Śrāvasti, Hoshogon. Quando nacque già sapeva parlare e, fin dai primi anni, manifestò grande devozione per gli og­getti che avevano a che fare col Dharma del Buddha. A sette anni perse ogni interesse per le questioni mondane. Desiderando farsi mo­naco, recitò ai genitori questa strofa:


Padre mio rispettosissimo,

Madre che mi donasti un corpo fisico,

Vi chiedo di lasciarmi rinunciare al mondo.

Vi prego, abbiate compassione, ed acconsentite.


I genitori, tuttavia, rifiutarono categoricamente il loro per­messo. Allora il ragazzo cominciò a digiunare e non smise finché que­sti non cedettero; essi posero però la condizione che stu­diasse la Via restando a palazzo. Gli fu impartito il nome bu­d­dhistico di Sōgya Nandai, e un monaco chiamato Zenrita fu scelto quale suo inse­gnante. Per diciannove anni studiò assiduamente, stando nel palazzo, sotto la guida di Zenrita. Tutta­via era insoddisfatto di questa soluzione e, pur restando tra le mura di casa, continuamente poneva domande sul merito deri­vante dalla rinuncia al mondo. Una sera, mentre era affac­ciato alla fi­nestra, vide una lunga strada pianeggiante illuminata dal sole al tramonto. Senza un attimo di esitazione lasciò il palazzo e co­minciò a seguirla. Dopo che ebbe percorso circa quaranta chi­lometri, s’imbatté in una grande grotta; entrò, si sedette a gambe incro­ciate e cominciò lo zazen. Quando il padre venne a sapere che il figlio era scomparso andò su tutte le furie. Convocò Zenri­ta, lo interrogò su dove potesse essere il gio­vane e diede ordine di cercarlo. Le ricerche non diedero però alcun frutto ed egli, infine, fu costretto a desistere. Sōgya Nandai continuò ad addestrarsi con energia e diligenza, e nel giro di dieci anni si risvegliò all’illuminazione. La genuinità del ri­sveglio fu attestata da Rāhula; in seguito Sōgya Nandai si recò in pelle­gri­naggio a Madhi.

Si dice che le espressioni “Restare a casa” e “Abbandonare la casa” siano nate con Sōgya Nandai. Egli aveva per­cepito la Via e, con l’aiuto del merito accumulato nel corso delle prece­denti esistenze, era riuscito a vedere la strada illumi­nata dal sole, lasciare il palazzo e tro­vare la grotta in cui poter iniziare il vero addestramento. È un grande esempio per il mondo. Dedicarsi agli affari profani e aggrapparsi ai cinque desideri[31] non è la via del risvegliato, ma quella dell’ignorante.

Gli Imperatori Daishu e Shukushu della dinastia Tang, ben­ché studiassero seriamente sotto l’Insegnante Nazionale Echu[32] e spesso incon­trassero altri monaci, erano troppo at­taccati alla loro posizione per rinunciare al mondo. Il laico Ro lasciò la ma­dre, rinunciò al mondo e divenne infine il sesto Patriarca. Que­sto è il merito inerente la condizione di monaco. Il laico Ho[33] era un diligente studente della Via, ma era troppo attaccato al mondo illusorio per affidarsi al Samgha. Che sciocco! La grande determinazione di Ro e il suo completo successo nella Via non sono paragonabili all’impegno sol­tanto appa­rente di Ho. Un vero ricercatore inevitabilmente rinuncia al mondo, invece colui che è attaccato al mondo illusorio resta un laico im­merso nell’oscurità.

Una volta il Maestro Zen Nangaku[34] disse: “La rinuncia è la Via assoluta; trascende il dualismo di vita e morte ed è im­pareggiabile tanto nel mondo celestiale che in quello terrestre.” La rinuncia è con­forme al Dharma dei Buddha ed è perciò inegua­gliabile sia nel mondo celestiale che in quello terrestre. Il mondo celestiale è diviso in tre parti: il mondo del desiderio che com­prende sei cieli, il mondo della forma che include di­ciotto cieli, e il mondo del senza-forma con quattro cieli. Nes­suno di questi, tuttavia, comporta un merito parago­nabile a quello inerente alla condizione di monaco.

Il Maestro Zen Hoshaku,[35] il primo allievo di Baso, disse ad un gruppo di monaci: “Virtuosi studenti, la Via del Buddha è come la terra che sostiene una montagna ma che non è in grado di conoscerne l’altezza, o come una roccia che ingloba una gemma ma che non può rico­noscere la bellezza che ha in sé. Tali similitudini descrivono il vero monaco.” Non è necessario comprendere la rinuncia – è il Dharma dei Buddha e dei Patriar­chi, e non c’è altro da dire.

Il Maestro Zen Gigen,[36] del Rinzaiin nel distretto di Chin­chu, disse: “Un monaco dovrebbe essere certo di saper distin­guere il Dharma del Buddha dal male, il vero dal falso, il sacro dal profano. Se lo sa fare, è un vero monaco. Se non lo sa fare, è ancora profonda­mente radicato nel mondo profano e non è de­gno di questo nome.”

Un monaco intelligente ha fiducia nella legge del karma e nei Tre Tesori. Comprendere il Buddha significa essere consapevoli della legge karmica e capaci di discernere il sacro dal profano. Se non si è in grado di distinguere il bene dal ma­le lo studio della Via è desti­nato a vacillare e regredire; l’addestramento è forte e irremovibile se, invece, si possiede questa capacità. Senza dubbio questa è la via del vero monaco. Oggi molte persone non sono in grado di distinguere il male dal Dharma del Buddha; questo rende inutile il loro ad­de­stra-mento. Un tal genere di errore, molto grave, è caratteri­stico dei nostri tempi. Gli studenti dovrebbero impa­rare al più presto a distinguere il bene dal male; di conse­guenza, il loro studio fiorirà ed essi conseguiranno il risve­glio.

Quando il Tathāgata stava per entrare nel Mahāparinirvāna, il Bodhisattva Mahākāśyapa gli chiese: “Tu possiedi il potere di per­cepire le radici del bene. Senza dubbio sapevi che Zensho,[37] che nega la legge del karma, avrebbe continuato a commettere il male. Perché lo hai accolto nel Samgha?”

Il Ta­thāgata rispose: “Ho rinunciato al mondo a ventinove anni; il mio fratellastro Nanda, i miei cugini Ānanda e Devadatta e mio figlio Rāhula, tre anni dopo il mio risveglio, mi raggiunsero a Kapila per seguire il mio esem­pio. Il loro ingresso nel Samgha ren­deva probabile l’ascesa al trono di Zensho; in tal caso, egli avrebbe senz’altro usato la sua autorità per distruggere il Dharma del Bud­dha. Per questo gli ho permesso di entrare nel Samgha. Inol­tre, egli aveva vol­tato le spalle all’esercizio del bene e non aveva ac­cumu­lato alcun me­rito; avrebbe perciò continuato inevitabilmen­te a commettere il male per innumerevoli esi­stenze. In qualità di mo­naco, invece, egli osserva i precetti, onora chi manifesta alta virtù, ed ha conseguito i primi quat­tro stadi del samādhi. Tutte queste cose apportano grande merito. Buoni pensieri e buone azioni producono buona legge e questa per­mette di trovare il vero sentiero e di risvegliarsi infine alla suprema illuminazione. Perciò, Kāśyapa, ho accettato Zensho nel Samgha. Se non lo avessi fatto, non sarei degno di essere chiamato il Tathāgata dai dieci poteri straordinari[38].”

È chiaro che il Buddha sapeva che gli uomini sono ca­paci di fare sia il bene che il male, eppure concesse di entrare nel Samgha anche a chi, come Zen­sho, tendeva solo a quest’ultimo. Egli agiva in questo modo per dare anche a costoro la pos­sibi­lità di guadagnare me­rito e cominciare a produrre il bene. Una perso­na non è in grado di produrre il bene perché non frequenta buoni amici, non pensa con semplicità, e perché non vive in armonia con il Dharma del Buddha. Se volete iniziare a produrre il bene dovete fre­quentare buoni amici, cioè coloro che hanno fi­ducia nel Buddha e sono fermamente persuasi della legge del karma. Costoro, di fatto, sono più che buoni amici, sono per noi anche grandi inse­gnanti poiché nelle loro parole risuona il vero Dharma. Ascol­tare ciò che essi dicono ed agire di conseguenza, promuove i buoni pen­sieri ed il retto agire.

Esortate gli altri – siano o meno vostri amici intimi – a rinunciare al mondo ed entrare nel Samgha senza giudicare se sa­ranno, o no, capaci di perseverare nel corretto studio della Via. Questo è un Insegnamento del Buddha Śākyamuni.

Il Buddha insegnò ai monaci riuniti: “Il re Yama disse una volta: ‘Il mio più grande desiderio è abbandonare questo mondo di sofferenza per rinascere nel mondo umano. Allora subito rinuncerei al mondo, mi taglierei capelli e barba, indos­se­rei i tre tipi di kesa e segui­rei come monaco la Via del Buddha. Sapendo che questa è la massima aspirazione del re Yama, voi – che sotto ogni profilo siete stati fortu­nati – dovreste aumentare di più la determinazione che guida il vostro addestramento di corpo, parola e mente. Dovreste distruggere le cin­que illusioni[39] e coltivare, attraverso la corretta percezione dei cinque or­gani sensoriali, le cinque radici[40] del buon comportamento. Conside­rate con attenzione queste parole e agite di conse­guenza.” Quando il Buddha cessò di parlare, i monaci furono pervasi da una gioia pro­fonda e accettarono le sue parole come vero sentiero.

Dunque ora sappiamo che perfino il re Yama vorreb­be rina­scere nel mondo umano per entrare nel Samgha. Noi, che già abbiamo la fortuna di aver realizzato la prima condizione, do­vremmo senza in­certezze e senza sprecare altro tempo, rinunciare al mondo ed entrare nel Samgha. Il merito che deriva da tale decisione è maggiore di ogni altro merito in qualsiasi mondo. Eppure, molti sprecano il loro tempo prezioso e pas­sano la vita inseguendo notorietà e ricchezza, o cercando di ot­tenere benefici da re e governanti. Essi non hanno fiducia nella possibilità di libera­rsi da queste catene illusorie e, inconsape­volmente, si condan­nano da soli ad una vita di oscurità. Quanto sono sciocchi!

Nascere come esseri umani è l’occasione più fortunata che possa capitare, perché non è per nulla facile. Nascere come esseri umani e incontrare la Via del Buddha è ancora più raro. Noi che, sotto entrambi gli aspetti, siamo stati fortunati, do­vremmo senza esitare rinunciare al mondo, prendere i precetti, ed entrare nel Samgha. In qualsiasi momento possiamo incon­trare ministri, re, mogli, figli e al­tri parenti. Imbattersi nella Via, invece, è tanto difficile quanto vedere un bocciolo di udumbara. Dove sarà l’aiuto di re, ministri, parenti, mo­gli, figli, tesori o servi, quando all’improvviso conosceremo la tem­pesta dell’im­permanenza[41]? Per quanto stretta­mente ci si possa aggrappare al proprio corpo fisico, nulla può impedire questo naturale passaggio da una vita alla vita suc­cessiva, e con noi portiamo soltanto il nostro karma, buono o cattivo. Finché esiste per noi la possibilità di diventare monaci dovremmo, senza nessuna esitazione, decidere di farlo. Questa è la via del Dharma.

Quattro regole guidano l’addestramento del monaco: per tutta la vita sedere in zazen sotto un albero, per tutta la vita indossare un kesa fatto soltanto di stracci, per tutta la vita ele­mosinare il neces­sario, per tutta la vita usare, in caso di malattia, soltanto medici­nali scartati da altri. Sono queste le norme che re­golano la prassi e l’addestramento di un vero monaco. Chiunque ri­ceva l’ordinazione e non le osservi, non può essere considerato un monaco.

Sia in India che in Cina, queste regole sono state trasmesse da Buddha e Patriarchi; in entrambi i Paesi esse sono state rigo­rosamente osservate da coloro che si dedicano completamente allo studio della Via. Qualcuno ha sostenuto che l’addestra­mento di un monaco comporta cinque regole; questo è un inse­gna­mento errato, perché solo le quattro regole insegnate dai Buddha e dai Patriarchi esprimono la vera Legge. Coloro che vivono ri­spettando queste regole ottengono il massimo dei meriti.

I nipoti del re Simhahanu: Nanda, Ânando, De­vadat­ta, Aniruddha, Mahānāma e Bhadrika, benché nobili prin­cipi della ca­sta degli ksatriya, rinunciarono al loro titolo per en­trare nel Samgha. Quali eccellenti modelli! Perché molti, pur non essendo di nobili na­tali, esitano rimanendo attaccati alla loro mi­sera esistenza mondana? Essi non possono non sapere che chi ri­nuncia al mondo diventa il più nobile dei principi, e non solo in questo mondo ma nei tre mondi.

Molti insignificanti signorotti non riescono neppure ad im­maginare di entrare nel Samgha. Essi sono orgogliosi di cose per cui c’è poco da essere fieri, e sono troppo attaccati al rango e alla ricchezza. Sono peggio che stupidi.

Il re Shuddhodana voleva abdicare a favore del nipote Rā­hula, figlio di Śākyamuni. Questi, tuttavia, decise che suo figlio sa­rebbe entrato nel Samgha; da ciò si capisce l’importanza di essere monaco. In seguito Rāhula divenne noto per la sua ri­gorosa disciplina e perché sostenitore di una radicale osservanza di tutte le regole mona­stiche. Rinunciò all’ingresso nel nirvāna per condurre alla Via tutti gli esseri senzienti. In India, molti di coloro che rinunciavano al mondo erano di stirpe reale. Uno di essi fu il terzo figlio del re Kañ­ci­pura, che non esitò a rinunciare alla sua condizione, prende­re i precetti ed entrare nel Samgha. In seguito, egli portò il Dharma in Ci­na e divenne il primo Pa­triarca di quel Paese. Questo è il valore della rinuncia.

É molto difficile capire coloro che, pur non essendo di no­bile famiglia, esitano a rinunciare al mondo. Perché conti­nuano a ri­mandare? Se fossero saggi, essi rinuncerebbero al mondo nell’arco di un respiro. La magnanimità di un maestro che ci concede l’iniziazione monacale è pari all’amore che ci donarono i nostri genitori. Dobbiamo comprendere questo a fondo.

Il primo capitolo dello Zen’en-shingi[42] afferma: “Di tutti i Buddha nei tre mondi, nessuno si è risvegliato all’illuminazione senza essere prima entrato nel Samgha. Il ventottesimo Patriarca in India, Bodhidharma, ed il sesto Patriarca in Cina, Eno, ne sono eccellenti esempi. Entrambi trasmisero il sigillo della mente-di-Buddha ed en­trambi osservarono strettamente i precetti. Per di­fenderci dal male ed evitare di sbagliare, dob­biamo prendere i precetti.”

Anche un monastero nel quale si studi una forma cor­rotta del Dharma del Buddha è, pur tuttavia, simile al giardino di Cham­baka: ristoratore e puro. È come il latte diluito con ac­qua; se si ha sete e non c’è più latte, ci si può accontentare di questa mi­scela. Tutti i Buddha nei tre mondi sono stati monaci perché l’ingresso nel Samgha incarna l’essenza del Dharma, il ri­sveglio e la saggezza, e tutti coloro che prendono questa decisione, sicuramente realizzano l’illuminazione. È questo il supremo in­segnamento dei Buddha e dei Patriarchi.



(Compilato, nell’estate del 1255, da un allievo del Maestro Dōgen).



[1] Il Maestro Nāgārjuna era il quattordicesimo Patriarca in India. Fu il successore del Maestro Kapimala e insegnò al Maestro Kānadeva. Egli visse tra il 150 e il 250 d.C.

[2] Ma-ō, uno spirito demoniaco considerato il Signore del più alto dei sei cieli, nel mondo dei desideri. Con le sue schiere egli ostacola l’addestramento dei novizi.

[3] La monaca Utpalavarnā.

[4] Dal sanscrito abhijñā. Le sei conoscenze sovranormali sono: i poteri psichici (vedi nota 3, pag. 15), l’udito devico, la conoscenza della psiche altrui, la conoscenza ed il ricordo delle esistenze anteriori, la conoscenza della sparizione e della rinascita degli esseri o vista devica, la conoscenza della dissoluzione delle purulenze.

[5] Lett. “Luogo di dimora”, indica un luogo di ritiro utilizzato dai monaci.

[6] Dal sanscrito panñca-shīlāni: non uccidere, non rubare, non commettere adulterio, non men-tire, non assumere bevande alcoliche.

[7] Tenrinnō, dal sanscrito cakravarti-rāja, “Re dalla ruota che gira”. Nell’antica mitologia Indiana vi sono quattro di questi re che governano sui quattro continenti che circondano il Monte Sumeru. Ciascuno di essi possiede una preziosa ruota o cakra.

[8] Si riferisce all’Universo. Si veda il Sūtra del Loto, pag. 144.

[9] Il Giappone.

[10] Si riferisce al Jambudvīpa. Vi sono quattro continenti che circondano il Monte Sumeru: Jambudvīpa (a sud), Pūrva-videha (a est), Para-godāna (a ovest), e Uttara-kuru (a nord). Il monte Sumeru è circondato da otto grandi montagne e da quattro oceani.

[11] I quattro elementi, dal sanscrito catvā mahābhūtāni. Essi sono: terra (peso e leggerezza), acqua (coesione e fluidità), fuoco (caldo e freddo), vento (impulso e movimento).

[12] I cinque skanda o aggregati sono: rūpa (il corpo-forma), vedanā (la sensa­zione), samjñā (la percezione, la nozione), samskarā (le impressioni risultanti, gli elementi della coscienza, lett. “I formati e i formanti”), e vijñāna (la coscienza individuale, la conoscenza discriminante).

[13] La risultante della legge di causa ed effetto.

[14] Candra-sūrya-pra­di­pa-buddha (il Buddha dallo splendore del sole e della luna), cita­to nel Sūtra del Loto.

[15] Mahābhijñājñānā-bhi­bhū-buddha (il Buddha dall’Universale Saggezza Superiore), anch’egli citato nel Sūtra del Loto.

[16] Il figlio del Buddha.

[17] Ānanda, cugino e discepolo del Buddha, fu il successore del Maestro Mahākāśyapa e divenne il secondo Patriarca dell’India.

[18] Si tratta dei cinque asceti che Śākyamuni frequentò all’inizio della sua ricerca. Si dice che quando li lasciò per perseguire la verità da solo, essi ritennero che egli avesse rinunciato. Ma quando il Buddha tornò, dopo aver realizzato la verità, essi furono così colpiti dal suo contegno dignitoso che tutti si prostrarono a lui, rivolgendosi a nord. Allora egli proclamò le quattro nobili verità ed essi divennero i primi membri del Samgha. I cinque sono: Ājñāta Kaundinya, Aśvajit, Mahānāman, Bhadrika e Vāspa.

[19] Abhidharma-mahāvibhāsa-śāstra, il testo principale della scuola Hīnayāna dei Sarvāstivādin; scritto nel 2° secolo, descrive la vita nella fase di esistenza intermedia.

[20] Il re degli inferi che decide il destino dei morti, in base alla loro virtù.

[21] Vi erano, nell’India antica, quattro caste: brāhmana (i sacerdoti); ksatriya (la nobiltà, i guerrieri); vaiśya (i mercanti, i lavoratori in generale), e śūdra (i servi, i mendicanti, i deformi).

[22] Le cinque azioni scellerate sono: il parricidio, il matricidio, uccidere un arhat, spargere il sangue del Buddha e distruggere la comunità del Buddha.

[23] Lett. “Da cui non si regredisce”.

[24] Il perfezionamento della conoscenza trascendente.

[25] Si tratta di una biografia del Buddha in sessanta fascicoli (il Fo Pen-hsing Chi Ching), tradotta in cinese da Jñānagupta (523-600).

[26] Jugo Ten: il cielo della Pura Dimora nel mondo della forma. Si dice sia il luogo in cui rinascono gli anāgāmin, coloro che non sono soggetti al ritorno.

[27] Lett. “Così arrivato”.

[28] Il Patriarca Upagupta, successore del Patriarca Śanavāsa. Si veda il cap. 52, Busso.

[29] La natura-di-Buddha è la ‘Natura propria’, o ‘Vera natura’, o ‘Volto originario’ (comunque la si voglia chiamare) di ogni essere, anche se questi lo ignora.

[30] Il Patriarca Samghanandi, successore del Patriarca Rahulabhadra.

[31] I desideri corrispondenti ai cinque sensi.

[32] Il Maestro Nan’yō Echū (?-775), uno dei successori del Maestro Daikan Enō. Daishō Kokushi è il suo titolo postumo. [Nan-yang Hui-chung]

[33] Ho-on (?-808). Era in origine un allievo del Maestro Sekitō Kisen e, pur non essendo mai divenuto monaco, ricevette il Dharma dal Maestro Baso Dōitsu.

[34] Il Maestro Nangaku Ejō (677-744), uno dei successori del Maestro Daikan Enō. [Nan-yüeh Huai-jang]

[35] Il Maestro Banzan Hōshaku (?), nella linea di trasmissione del Maestro Baso Dōitsu (709-788) [P’an-shan Pao-chi]

[36] Il Maestro Rinzai Gigen (?-867), uno dei successori del Maestro Ōbaku Kiun. Eshō Zenji è il suo titolo postumo. [Lin-chi I-hsüan]

[37] In sanscrito Sunaksatra. Si dice servisse il Buddha come attendente ma che, più tardi, abbandonata la Via, diffamasse il Dharma.

[38] I dieci poteri di un Tathāgata sono: distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato; sapere quali effetti karmici nascono da quali cause; conoscere le varie condizioni della mente equilibrata; conoscere la grandezza o la piccolezza degli altri; conoscere i desideri degli altri; conoscere le condizioni degli altri; conoscere la destinazione karmica degli altri; conoscere il passato; cono-scere vita e morte; sapere come porre fine alle contaminazioni.

[39] Le cinque illusioni: avidità, collera, presunzione, in­vi­dia e meschinità.

[40] Le cinque buone radici. Esse sono: retto pensiero, retta deter­mi­nazione, retto sforzo, retta concentrazione e retta saggezza.

[41] Cioè, la morte.

[42] Si tratta del Ch’anyüan Ch’ing kuei (Criteri per monasteri Zen), un testo scritto nel 1103 dal Maestro Chōro Sōsaku (?) [Ch’ang-lu Tsung-tse]