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KUYŌSHOBUTSU

Venerare i Buddha

 

 

Questo capitolo è incentrato sull’effettuare offerte ai Buddha, con un cuore puro e cioè senza nulla desiderare o, tantomeno, pretendere in cambio. Il Maestro Dōgen sottolinea l’importanza dell’azione concreta dell’offrire, piuttosto che di una generica religiosità di tipo intellet­tuale che non si esprima, alla fine, in un gesto tangibile. Natural­men-te, all’interno delle offerte ai Buddha, è compresa anche l’offerta dei propri servigi, del proprio studio e delle proprie acquisi­zioni.

 

Il Buddha Śākyamuni  compose questi versi:

 

Se non c’è passato,

non ci sono i Buddha del passato.

Se non ci sono i Buddha del passato,

ora non ci sono monaci.

 

È dunque chiaro che i Buddha sono esistiti nel passato, esi­stono nel presente ed esisteranno nel futuro. Per i Buddha del passato non si può dire che ci sia stato o non ci sia stato un inizio. Già discutere di questo argomen­to è sbagliato e contrario al Dharma. Una persona consegue la Buddhità perché è entrata nel Samgha, ha osser­vato il Dharma e ha venerato i diversi Buddha. Venerare i Buddha è un aspetto da cui non si può prescindere se si vuole conseguire la Buddhità: nessuno è mai diventato un Buddha trascurando questo.

Nel Butsu-hongyō-kyō[1] è detto: “Il Buddha Śākyamuni disse al Venerabile Mokuren:[2] ‘Poiché desideravo realizzare la su­prema illuminazione, in passato ho piantato buoni semi addestrandomi sotto un numero incalcolabile di Buddha. Una volta, quando ero il Re Terinnō,[3] incontrai tre miliardi di Buddha e tutti si chiamavano Śākyamuni. A tutti questi, dai Tathāgata[4] fino agli śrāvaka,[5] manife­stai la mia venerazione. A tutti feci le quattro offerte rituali: abiti, cibo e bevande, coperte, medicinali, eppure, nessuno di questi Buddha pre­disse che avrei infine realizzato la suprema illuminazione e nemmeno che sarei stato chiamato “Colui che comprende il mondo”, “Colui che insegna agli uomini e agli dèi”[6] né che sarei diventato un Buddha o un Bhaga­vat.[7]

Mokuren, in passato, quando ero il Re Tenrinnō, incontrai ottocento milioni di Buddha e tutti si chiamavano Dīpamkara. Dai Tathāgata sino agli śrāvaka, venerai ciascuno di essi; offrii loro abiti, cibo e bevande, coperte, medicinali, stendardi, baldacchini, fiori e in­censo. Eppure, nessuno di questi Buddha predisse che avrei infine re­alizzato la suprema illuminazione, che sarei stato chiamato “Colui che comprende il mondo”, “Colui che insegna agli uomini e agli dèi”, né che sarei diventato un Buddha o un Bhagavat.

Mokuren, in passato, quando ero il Re Tenrinnō, incontrai trecento milioni di Buddha e tutti si chiamavano Pusya Buddha. Dai Tathāgata fino agli śrāvaka, feci loro offerte per soddisfare piena­mente i bisogni di ciascuno. Eppure, nessuno di questi Buddha pre­disse che avrei infine conseguito la Buddhità.”

Il Buddha Śākyamuni, quando era il Re Tenrinnō, non ve­nerò soltanto tutti questi Buddha ma anche innumerevoli altri Buddha. Il Re Tenrinnō, sovrano del mondo intero e di altre tremila migliaia di mondi,[8] aveva una possibilità immensa di fare offerte. Il numero dei doni da lui fatti è inconcepibile per una persona comune; sarebbe inutile anche solo tentare di spiegarlo.

L’ottava sezione del Buddhagarbha Sūtra,[9] intitolata “Pura conoscenza”, racconta che il Buddha Śākyamuni disse a Śāriputra: “In passato, ricercando il supremo risveglio, incontrai tre mi­liardi di Buddha chiamati Śākyamuni. Allora ero il Re Tenrinnō e per tutta la vita offrii a ciascuno di essi e ai loro discepoli, abiti, cibo e bevande, coperte e medicinali. Avendo però fatto tutto questo allo scopo di conseguire il risveglio, nessuno di questi Buddha predisse che avrei realizzato il mio obiettivo.

O Śāriputra, in passato, ricercando la suprema illuminazione, incontrai ottomila Buddha chiamati Dīpamkara. Allora ero il Re Tenrinnō e offrii a ciascuno di essi ed ai loro discepoli abiti, cibo e bevande, coperte e medicinali. Avendo però fatto tutto questo allo scopo di conseguire l’illuminazione, nessuno di questi Buddha predisse che avrei realizzato il mio obiettivo.

O Śāriputra, in passato, ricercando la suprema illuminazione, incontrai sessanta mila Buddha chiamati Kuang-ming. Allora ero il Re Tenrinnō e  offrii a ciascuno di essi ed ai loro discepoli abiti, cibo e bevande, coperte e medicinali. Avendo però fatto tutto questo allo scopo di conseguire l’illuminazio­ne, nessuno di questi Buddha mai predisse che avrei realizzato il mio obiettivo.

O Śāriputra, in passato, ricercando il supremo risveglio, incontrai trecento milioni di Buddha chiamati Pusya. Allora ero il Re Tenrinnō e  offrii a ciascuno di questi Buddha abiti, cibo e bevande, coperte e medicinali. Avendo però fatto tutto questo allo scopo di conseguire il risveglio, nessuno di questi Buddha predisse che avrei realizzato il mio obiettivo.

O Śāriputra, in passato, durante gli otto kalpa più antichi, quando ricer­cavo la suprema illuminazione, incontrai diciottomila Buddha chiamati Shan-wang. Mi rasai il capo, indossai l’abito dei monaci e mi addestrai sotto ciascuno di questi Buddha, eppure nes­suno di essi predisse che sarei diventato un Buddha, perché facevo tutto questo aggrappandomi all’idea di conseguire l’illuminazione.

O Śāriputra, in passato incontrai cinquecento Buddha chiamati Hua-shang. Allora ero il Re Tenrinnō e  feci offerte a cia­scuno di essi. Avendo però fatto questo allo scopo di conseguire il risveglio, nessuno di essi predisse che avrei realizzato il mio obiettivo.

O Śāriputra, in passato incontrai cinquecento Buddha chiamati Wei-te. Allora ero il Re Tenrinnō e rispettosamente elargii loro delle offerte per soddisfare pienamente le necessità di ciascuno. Avendo però fatto questo allo scopo di conseguire il risveglio, nes­suno di essi predisse che avrei realizzato il mio obiettivo.

O Śāriputra, in passato incontrai duemila Buddha chia­mati Kaundinya. Allora ero il Re Tenrinnō e  rispettosamente elargii loro delle offerte al fine di soddisfare pienamente le necessità di ciascuno. Avendo però fatto questo allo scopo di conseguire il risveglio, nes­suno di essi predisse che avrei realizzato il mio obiettivo.

O Śāriputra, in passato incontrai novemila Buddha chia­mati Kāśyapa. A questi Buddha donai rispettosamente le quattro of­ferte rituali: abiti, cibo e bevande, coperte e medicinali. Avendo però fatto questo allo scopo di conseguire l’illumi­nazione, nessuno di loro predisse che avrei realizzato il mio obiettivo.

O Śāriputra, in passato vi fu un periodo di diecimila kalpa nel corso dei quali non si manifestò alcun Buddha. Durante i primi mille kalpa comparvero solo i pratyekabuddha:[10] essi furono novecento­mila nei primi cinquecento kalpa, e ottomilaquattrocento miliardi nei cinquecento kalpa successivi. Di tutto cuore e con rispetto donai a cia­scuno di essi le quattro offerte rituali.

O Śāriputra, trascorsi questi mille kalpa non si manifesta­rono più pra­tyekabuddha. Il periodo che dovevo trascorrere nel mondo umano ebbe termine e rinacqui come Re Brahmā nel Paradiso di Brahmā. Continuai a nascere come Re Brahmā per cinquecento kalpa; in seguito nacqui come re del mondo umano, poi nel paradiso dei Quattro Re Guardiani, e infine come Re Śakrendra nel Trāyastrimśa.[11] Dei mille kalpa successivi, trascorsi i primi cinquecento kalpa conti­nuando a rinascere, ed i successivi cinquecento kalpa come essere umano, prima di rinascere come Re Brahmā nel Paradiso di Brahmā.

O Śāriputra, trascorsi i successivi novemila kalpa in di­versi paradisi, tranne un periodo nel mondo umano. Al termine di que­sto ciclo nacqui nell’Âbhāsvara,[12] per poi tornare nel Paradiso di Brahmā. Śāriputra, durante questi novemila kalpa innumerevoli es­seri precipitarono nei tre mondi della sofferenza[13] perché non si manife­sta­rono né Buddha né pratyekabuddha.

O Śāriputra, al termine di questi diecimila kalpa si manife­stò un solo Buddha, chiamato Pu-shou. I suoi dieci titoli erano: Colui che è venuto dal mondo della verità, Colui che è degno di ricevere doni, Colui che è onnisciente, Colui che vede la verità e che segue fino in fondo il sentiero, Colui che è entrato nel mondo del risveglio, Colui che capisce il mondo, Colui che è supremo, Colui che guida gli uomini, Colui che insegna agli uomini e agli dèi, Colui che è venerato dagli uomini. Una volta lasciato il mondo di Brahmā, diventai il Re Ten­rinnō. Entrai poi nel mondo umano dove fui conosciuto come Kung-tien. Nel corso di questo ciclo, che durò novantamila kalpa, non cessai mai di fare offerte al Buddha Pu-shou e a nove miliardi di altri monaci. Eppure, questo Buddha non predisse il mio futuro conseguimento dell’illuminazione perché non avevo ancora ben compre­so la vera natura dell’Universo, e perché cercavo l’illuminazione basandomi su aspetta­tive egocentriche.

O Śāriputra, nel settecentesimo asamkhya-kalpa[14] incontrai mille Buddha che erano chiamati Jambūnada-suvarna. Per tutta la vita, venerai ardentemente ciascuno di essi. Avendolo però fatto allo scopo di con­seguire il risveglio, nessuno di questi Buddha predisse che avrei rea­lizzato l’illuminazione in futuro.

O Śāriputra, nell'arco dello stesso kalpa incontrai seicentoventi miriadi di Buddha chiamati Chien-i-chieh-i. Allora ero il Re Tenrinnō e di cuore elargii offerte a ciascuno di essi, per tutta la vita. Avendolo però fatto allo scopo di conseguire l’illumina­zione, nessuno di questi Buddha predisse che avrei realizzato il mio obiettivo.

O Śāriputra, nello stesso kalpa incontrai ottantaquat­tro Buddha chiamati Ti-hsiang. Allora ero il Re Tenrinnō e  di cuore elargii offerte a ciascu­no di essi, per tutta la vita. Avendolo però fatto allo scopo di conseguire l’illu­minazione, nessuno di questi Buddha predisse che avrei realizzato il mio obiettivo.

O Śāriputra, nelo stesso kalpa incontrai quindici Buddha chiamati Canda. Allora ero il Re Tenrinnō e  di cuore elargii offerte a ciascuno di essi, per tutta la vita. Avendolo però fatto allo scopo di conseguire l’illuminazione, nessuno predisse che avrei rea­lizzato il mio obiettivo.

O Śāriputra, nello stesso kalpa incontrai sessantadue Buddha chia­mati Shan-chi. Allora ero il Re Tenrinnō e  di cuore elar­gii offerte a ciascuno di essi, per tutta la vita. Avendolo però fatto allo scopo di conseguire l’illuminazio­ne, nessuno predisse che avrei rea­lizzato il mio obiettivo.

Continuai a rinascere molte volte finché incontrai il Buddha Dīpamkara e realizzai mushōbōnin.[15] Questo Buddha predisse che, do-po innumerevoli kalpa, avrei conseguito la Buddhità. Sarei stato conosciuto come il Buddha Śākyamuni, con i seguenti titoli: Colui che è venuto dal mondo della verità, Colui che è degno di ricevere doni, Colui che è onnisciente, Colui che vede la verità e che segue fino in fondo il sentiero, Colui che è entrato nel mondo del risveglio, Colui che capisce il mondo, Colui che  è supremo, Colui che guida gli uomini, Colui che insegna agli uomini e agli dèi, Colui che è venerato dagli uomini.”

Il Re Tenrinnō, che visse più di ottomila anni, con tutto il cuore elargì offer­te a ciascuno dei Buddha da lui incontrati fin dalla prima volta, a partire dai tre miliardi di Buddha chiamati Śākyamuni  sino all’incontro finale con il Buddha Dīpamkara. Il Buddha Dīpamkara è chiamato anche Ting-Kuang. Il Butsu-hongyō-kyō e il Buddhagarbha Sūtra concordano sul fatto che il Buddha Śākyamuni  ab­bia incontrato tutti i Buddha prima elencati.

Durante il trascorrere del primo asamkhya-kalpa, il Bodhi­sattva Śākyamuni  venerò rispet­tosamente settantacinquemila Bud­dha, il primo dei quali era chiamato Śākyamuni, l’ultimo Ratnashi­khin. Nel secondo kalpa venerò rispettosamente settantasei­mila Bud­dha, il primo dei quali fu Ratnashikhin, l’ultimo Dīpamkara. Nel terzo kalpa venerò rispettosamente settantasettemila Buddha, il primo dei quali fu Dīpamkara, l’ultimo Vipaśyin. Nell'arco dei succes­sivi no­vantuno kalpa, Śākyamuni comprese il principio di causa ed effetto e venerò rispettosamente sei Buddha, il primo dei quali era chiamato Vipaśyin e l’ultimo Kāśyapa.

Nei tre precedenti asamkhya-kalpa egli aveva rispettosamente venerato Buddha di ogni genere. Con un atteggiamento che è inconcepibile per la gente comune, senza esitare aveva offerto a cia­scuno di essi la propria vita, i terreni, la casa, la moglie, i figli, le sette gemme preziose, ministri e servitori. In alcune occasioni donò ciotole d’argento traboccanti di miglio dorato, altre volte donò ciotole d’oro e d’argento colme di miglio simile ai sette tesori. Offrì poi fagioli rossi azuki, fiori che crescono nell’acqua e sulla terra, e incenso tratto dalle piante aromatiche di sandalo e di aloe. Una volta, egli donò al Bud­dha Dīpamkara un fiore di loto blu con cinque steli, che aveva acqui­stato per cinquecento monete d’oro; un’altra volta gli offrì una pelle di daino.

Dovremmo dunque cominciare subito ad elargire offerte ai Buddha. Fatelo senza preoccuparvi del valore venale dei doni, perché questo non ha alcuna importan­za. In ogni caso, i Buddha non hanno certo bisogno d’oro e argento e nemmeno, per altri versi, di fiori e incenso. Semplicemente i Buddha accettano questi doni per compassione, per­ché cercano di accrescere il merito di tutti gli esseri.

Nel ventiduesimo capitolo del Mahāparinirvāna Sūtra[16] è riportato quanto segue. “Il Buddha disse: ‘Innumerevoli kalpa or sono, Śākyamuni  visse nel mondo in cui ci troviamo ora. A quell’epoca i Suoi dieci titoli erano: Colui che è venuto dal mondo della verità, Colui che è degno di ricevere doni, Colui che è onnisciente, Colui che vede la verità e che segue fino in fondo il sentiero, Colui che è entrato nel mondo del risveglio, Colui che capisce il mondo, Colui che  è su­premo, Colui che guida gli uomini, Colui che insegna agli uomini e agli dèi, Colui che è venerato dagli uomini. In quel tempo, il Buddha spesso esponeva il Mahāparinirvāna Sūtra a beneficio di tutti gli es­seri, ed un amico di buon consiglio[17] mi suggerì di andarlo ad ascoltare, e così feci. Ciò che udii mi riempì di gioia e subito desiderai donargli qualcosa. Essendo però poverissimo e senza particolari capacità, non avevo nulla da offrigli. Anche il tentativo di procurarmi denaro, ven­dendo me stesso, non ebbe successo. Me ne andai e durante il viaggio di ritorno incontrai un uomo con il quale iniziai a parlare. Gli narrai del mio tentativo di vendermi e gli chiesi se per caso fosse interessato. Rispose che lo era, ma dubitava che qualcuno potesse soddi­sfare le sue necessità. Gli chiesi: “Di che cosa hai bisogno?” Ri­spose: “Soffro di una malattia molto grave e il medico mi ha ordinato di mangiare ogni giorno tre liang[18] di carne umana. Se sei in grado di fornirmela ti pagherò cinque monete d’oro.” Colmo di contentezza, gli dissi: “Dammi il denaro e concedimi sette giorni per sistemare i miei affari.” “Sette giorni sono troppi, posso concedertene uno” rispose. Uomini stimati! Ricevuto il denaro tornai immediatamente dal Buddha e, pro­stratomi davanti a lui, gli offrii tutto quello che avevo. Mi sedetti ai Suoi piedi e ascoltai con attenzione l’esposizione del Mahāparinirvāna Sūtra. Sfortu­natamente, a causa della mia stupidità, riuscii a trattenere nella memoria soltanto questi versi:


Risvegliandosi alla verità

il Tathāgata ha frantumato il ciclo di vita e morte.

Ascoltatelo a cuore aperto

perché questo dischiude una gioia infinita.


Raggiunsi quindi la casa dell’uomo malato e cominciai ad onorare il patto stipulato. Tenevo sempre a mente i versetti uditi e, pur dando ogni giorno all’uomo tre liang della mia carne, non sentivo alcun dolore. Dopo un mese, l’uomo era completamente guarito e il mio corpo non aveva segni di cicatrici. Quando vidi che il mio corpo era illeso, si risvegliò in me la suprema mente che cerca il Buddha. Se il merito di un solo versetto di questo sūtra era così effica­ce, diventava difficile perfino immaginare il merito che sarebbe derivato dal ricor­darlo e recitarlo tutto intero. Conscio dell’immenso potere di questo sūtra, ecco che la mente che cerca il Buddha ed il desiderio di diventare il Buddha Śākyamuni si accrebbero in me. O uomini stimati! Questo sūtra contiene i più grandi segreti dell’Insegnamento del Buddha, è davvero profondo in maniera inconcepibile e il suo merito è incalcola­bile. Ricordarne a memoria una sola breve strofa mi ha reso capace di predicare infine questo sūtra a tutti gli esseri celestiali e terrestri.”

Il Bodhisattva che vendette se stesso divenne poi l’attuale Buddha Śākyamuni. Altri sūtra narrano che questo Bodhisattva ve­nerò il precedente Buddha Śākyamuni all’inizio del primo asamkhya-kalpa. A quell’epoca egli era un fabbricante di tegole chiamato Ta-kuang-ming. Recò a questo Buddha e ai suoi discepoli tre offerte: un cuscino per lo zazen imbottito di paglia, dell’acqua addolcita con miele, e delle candele. Formulò inoltre questo voto: “Mi auguro che, nel momento in cui conseguirò la Buddhità, il mio nome, il mio paese, e i miei discepoli siano come quelli del Buddha Śākyamuni.”

L’auspicio si realizzò e da questo possiamo capire che la nostra ricchez­za personale e quella della nostra famiglia non hanno alcun peso quando faccia­mo un’offerta ai Buddha. Il Buddha Śākyamuni una volta offerse se stesso pur di poter offrire qualcosa; do­vremmo essere pronti a fare altrettanto. Elargire doni è un’azione vir­tuosa che fa sbocciare la più grande gioia. Donare ogni giorno tre liang della propria carne ad un malato è un’azione difficile anche per l’uomo più virtuoso, figuriamoci per la gente comune. Il Bodhisattva Śākyamuni  ci riuscì in base alla sua sincera determinazione nel do­nare. L’insegna­mento di Śākyamuni esiste oggi grazie al fatto che egli vendette la sua carne in quel modo.

Il potere dei versetti ricordati dal Bodhisattva in nessun modo può essere valutato nei termini di cinque monete d’oro. I Bud­dha hanno corretta­mente trasmesso questa strofa per innumerevoli kalpa, dunque il suo merito è eccelso. Noi che ci addestriamo nello studio della Via, dovremmo continuamente venerare e preservare queste parole. Il Buddha ha mostrato che ricordare anche una sola strofa produce un merito incalcolabile. Dobbiamo riflettere su quanto maggiore sarebbe il merito derivante dal memorizzare questo sūtra dall’inizio alla fine.

Nel Sūtra del Loto è scritto: “Se veneriamo il Buddha edifi­cando stūpa, o offrendo fiori, incenso o baldacchini ad un’immagine del Buddha, o se offriamo musica, percuotendo tamburi e gong, suo­nando strumenti a fiato di canna e di bambù, o pizzicando strumenti a corda, realizzeremo infine la Via.[19] Consegui­remo la Via se cantiamo allegramente, in onore del Buddha, o riflettiamo in silen­zio. Anche un uomo che, trovandosi in una condizione mentale confusa, offra ad una immagine del Buddha fosse anche un solo fiore, questi incontrerà innu­merevoli Buddha. Una persona che, pure in una simile condizione, si prostri davanti ad una riproduzione del Buddha, faccia gasshō[20] con una o due mani, o chini soltanto il capo in segno di rispetto, realizzerà infine la suprema illuminazione e aiuterà poi tutti gli esseri senzienti a trovare la Via.”

Fare offerte in segno di rispetto è la funzione essenziale di tutti i Buddha nei tre mondi.[21] Fondandoci su queste profonde azioni, dovremmo sforzar­ci di conseguire la Via del Buddha e, come disse il Maestro Zen Shih-tou Wu-chi,[22] non sprecare inutilmente le nostre vite. Coloro che elargiscono offerte, alla fine,  diventano dei Buddha; la Via è una sola, non due o tre.

Il Patriarca Nāgārjuna disse: “Coloro che cercano la su­prema illuminazione dovrebbero fare offerte, in segno di venerazione. Bruciare un pizzico d’incenso, offrire un fiore, prostrarsi davanti ad una immagine del Buddha sono azioni che conducono alla Buddhità.”

Anche se queste parole sono state pronunciate da Nāgār­juna, esprimono senza dubbio l’essenza dell’insegnamento di Śākyamuni; dovremmo perciò rendere loro onore. Quale grande for­tuna aver scalato la montagna del tesoro ed essersi immersi nel mare del tesoro della Via del Buddha! Dovremmo essere felici di aver vene­rato i Buddha per innumerevoli kalpa, perché è grazie a ciò che ora possiamo tenere tra le mani questo tesoro. Alla fine, realizzeremo la Buddhità. Non dovremmo nutrire dubbi a questo proposito, anzi do­vremmo condurre il nostro addestramento con una determinazione an­cora maggiore. Questo è l’Insegnamento del Buddha Śākyamuni.

Nāgārjuna proseguì: “Una piccola causa può produrre un grande effetto. Così una piccola azione benefica può generare una grande ricompensa. Chi recita la frase ‘Prendo rifugio nel Buddha’, o brucia un pizzico d’incenso in onore del Buddha, senza dubbio realiz­zerà la Buddhità. Come potrebbe dunque fallire nell’impresa chi ha compreso l’essenza di tutte le cose?”

Questa trasmissione del Patriarca Nāgārjuna è un Insegnamento del Buddha. Gli insegnamenti di Nāgārjuna sono di gran lunga superiori a quelli degli altri Maestri del Dharma. Se soltanto fossimo consapevoli di quanto è grande la nostra buona sorte, davvero saremmo pervasi dalla gioia più intensa. Questi profondi insegnamenti non sono neppure paragonabili alle errate dottrine dei cosiddetti sa­cerdoti cinesi.

Nāgārjuna proseguì: “Tutti i Buddha contemporaneamente rispettano e venerano il Dharma. Inoltre, avendo compreso l’essenza di tutte le cose, lo riconoscono come loro possesso. Un giorno fu posta questa domanda: ‘Perché i Buddha nei tre mondi venerano gli insegnamenti di un altro, quando essi stessi hanno realizzato la verità ultima?’ La risposta fu: ‘Questa è l’usanza. Un monaco non dovrebbe venerare il Dharma che è in lui ma, piuttosto, deve vene­rare coloro che comprendono e preservano il Dharma’. Fu posta un’altra do­manda: ‘I Buddha possiedono il merito ultimo eppure onorano altri. Perché lo fanno?’ La risposta fu: ‘Nel corso di innumerevoli kalpa i Buddha hanno accumulato grande quantità di merito. In segno di ri­spetto per questo merito derivante dalle azioni benefiche, essi vene­rano il merito degli altri’. All’epoca del Buddha Śākyamuni  viveva un monaco cieco. Un giorno, mentre stava cucendo il suo abito, il filo uscì dall’ago; allora il monaco gridò: ‘Se c’è qualcuno tra voi che cerca la gioia eterna e la virtù, per favore rimetta il filo nel mio ago’. Udendo questo, il Buddha Śākyamuni  rispose: ‘Io sono questa per­sona, e rimetterò il filo nel tuo ago’. Il monaco cieco, riconoscendo immediatamente la voce del Buddha, subito balzò in piedi e, prostrandosi davanti a lui, gli disse: ‘Il tuo merito è completo, che cosa cerchi an­cora?’ Il Buddha rispose: ‘Mi sono risve­gliato alla suprema illumina­zione grazie al merito, sono perciò più che consapevo­le del suo potere. È perché nutro un profondo rispetto per questo merito che continuo ad agire il bene’. Il Buddha continuò poi a parlare del Dharma. Grazie a questo, il cieco riuscì a vedere la vera natura di tutte le cose molto più chia­ramente che se avesse recuperato il senso della vista.”

Udii per la prima volta questa storia una sera, mentre stavo prendendo il tè nella stanza del mio defunto Maestro. In se­guito, scoprii che essa è conte­nuta nel Trattato sulla Mahāprajñāpāramitā,[23] al capitolo decimo. Appresi anche che i Patriarchi trasmettono il Dharma scevro da ogni errore, che i Buddha accettano il Dharma quale loro maestro, e che Śākyamuni insegnava che conside­rare come proprio maestro il Dharma, significa venerare con rispetto i Tre Teso­ri. Senza attendersi una ricompensa, tutti questi Buddha hanno piantato buone radici nel corso di innumerevoli kalpa e hanno, di conseguenza, accumulato un grande merito. Il Buddha Śākyamuni, che pure si era già risvegliato alla suprema illuminazione, rimise il filo nell’ago del monaco cieco per rispettare anche solo un piccolo merito. Questo è il vero merito della Buddhità.

Le persone dei nostri giorni non comprendono né il merito dell’illuminazione né lo spirito del Dharma. Pensano che anche una cattiva azione faccia parte della Verità e non vedono nulla di sbagliato nell’addestrarsi allo scopo di conseguire il risveglio, o per ottenere qualche genere di ricompensa. Neppure ottomila kalpa vissuti nella piena comprensione sarebbero sufficienti a correggere simili opinioni. Essi sostengono addirittura che una cattiva azione non ha riflessi sugli avvenimenti successivi. Perché costoro non riescono ad afferrare il si­gnifi­cato del Dharma? Forse perché, a differenza dei Buddha, non sono riusciti a comprendere che tutte le cose manifestano la verità?

Vi sono dieci modi di venerare un Buddha: fare offerte al corpo del Buddha, fare offerte ad un caitya,[24] fare offerte ad uno stūpa, fare offerte al Buddha in assenza di qualsiasi costruzione religiosa, fare le offerte personalmente, incoraggiare gli altri a fare offerte, fare offerte di beni materiali, fare offerte con sincerità, fare offerte senza compiacersi di quello che si sta facendo, fare offerta della propria prassi.

 

Il primo modo di venerare il Buddha è quello di presentare un’offerta al corpo vero e proprio di un Buddha. 

Il secondo modo implica fare un’offerta ad un caitya, se­condo quanto esposto nel Mahāsamghikā Vinaya.[25] Questo trattato af­ferma che uno stūpa è così chiamato perché ospita le reliquie[26] del Bud­dha, mentre un caitya ne è privo. Per comodità, tuttavia, a volte si usa il termine caitya in entrambi i casi. Stūpa è una parola sanscrita che significa tomba o mausoleo e l’equivalente cinese è chih-cheng. Anche gli Āgama Sūtra[27] usano il termine caitya. Anche se stūpa e caitya sono simili, e spesso si usa per entrambi que­st’ultimo termine, nel Fa-hua chan-fa il Maestro Zen Eshi di Nangaku,[28] ha scrit­to: “Con rispetto ci prostriamo alle reliquie e alle immagini del Buddha, ai cai­tya, agli stūpa, al Prabhūtaratna-Tathāgata,[29] e alle pagode, nelle dieci direzioni.” Questa frase mostra chiaramente che stūpa, caitya, reliquie e immagini del Buddha sono cose diverse.

Nella trentatreesima sezione del Mahāsamghikā Vinaya è scritto: “La storia che segue narra di come fu costruito uno stūpa. Un giorno, mentre viveva e insegnava il Dharma nel Kośala, il Buddha Śākyamuni  incontrò un brahmāno che arava il suo campo. Costui, ve-dendo il Buddha, posò il suo bastone e si prostrò. Il Buddha sorrise. Notando questa reazione, i disce­poli gli chiesero: ‘Perché hai sorriso?’ Il Buddha rispose: ‘Quando il brahmāno si è prostrato, lo ha fatto da­vanti a due Buddha’. Stupefatti, i monaci dissero: ‘Due Buddha?’ ‘Sì’, rispose Śākyamuni ‘il brahmāno, posando il bastone per prostrarsi lo ha appoggiato su uno stūpa sepolto, dedicato al Buddha Kāśyapa’. I monaci chiesero: ‘Possiamo vedere questo stūpa?’ Il Buddha rispose: ‘Certo che potete. Andate dal brahmāno e chiedete il permes­so di scavare attorno a questa zona.’ I monaci chiesero allora il permesso,  ed il brahmāno lo accordò.

Proprio mentre il lavoro stava per iniziare, il Buddha palesò lo stūpa dedicato al Buddha Kāśyapa, alto uno yojana e largo venti ri.[30] Vedendo­lo, il brahmāno esclamò: ‘Venerabile Buddha, il mio nome è quello del Buddha cui è dedicato questo stūpa, mi chiamo Kāśyapa, infatti.’ Udendo questo, il Buddha diede ordine di costruire un secondo stūpa, sempre dedicato al Buddha Kāśyapa, vicino alla casa del brahmāno. Prima di iniziare il lavoro alcuni monaci si chiesero se il fango fosse un materiale adatto per lo stūpa e posero la domanda al Buddha. Egli rispose affermativamente e compose questi versi:


Una manciata di fango,

offerta sinceramente,

è più preziosa

di grandi quantità d’oro

donate in vista di una ricompensa.


Il nuovo stūpa era formato da una base quadrata sulla quale poggiava una torre circolare a due piani. Attorno alla base correva un parapetto e ai lati della torre erano fissate quattro aste ricurve, per ag­ganciare stendardi e bal­dacchini. In cima all’intera struttura fu instal­lata un’asta verticale attorno alla quale erano fissati numerosi anelli. Il Buddha disse: ‘Questo è il modo in cui si devono costruire tutti gli stūpa.’ Quando la costruzione fu terminata, il Buddha si prostrò da­vanti ad essa, in segno di profondo rispetto per questo Buddha del pas­sato. I monaci, vedendolo prostrarsi, chiesero di poter fare altrettanto. Il Buddha acconsentì e recitò questi versi:


Fiori e incenso offerti con sincerità

sono molto più preziosi

di grandi quantità d’oro

donate in vista di una ricompensa.


Ben presto molti monaci si raccolsero in quel luogo, e il Bud­dha chiese a Śāriputra di esporre loro il Dharma. Compose poi questi versi:


Predicare il Dharma

a beneficio dell’addestramento altrui

vale molto di più

di grandi quantità d’oro

donate in vista di una ricompensa.


Udendo queste parole, uno dei monaci si risvegliò alla ve­rità, e il Buddha compose questi ulteriori versi:


Predicare il Dharma

a beneficio del risveglio altrui

vale molto di più

di grandi quantità d’oro

donate in vista di una ricompensa.


Il brahmāno, la cui fede era stata rafforzata da queste parole, offrì cibo al Buddha e ai Suoi discepoli. Avendo saputo che era stato edificato un nuovo stūpa dedicato a Kāśyapa, il re Prasenajit[31] giunse sul posto con settecento carri carichi di mattoni. Si prostrò davanti al Buddha e disse: ‘O venerabile Buddha, vorrei costruire stūpa simili a questo in tutto il paese. Posso farlo?’ Il Buddha rispose: ‘Sì, puoi farlo’ e raccontò poi la seguente storia:

Quando il Buddha Kāśyapa entrò nel parinirvāna, un re di nome Kitsuri[32] voleva far edificare uno stūpa con i sette tesori. Un ministro, tuttavia, osservò che una simile costruzione avrebbe attirato i ladri; lo stūpa sarebbe stato di­strutto e gli autori del misfatto avreb­bero subito un castigo inenarrabile. Il ministro suggerì, in alternativa, di edificare uno stūpa fatto di mattoni, limitan­dosi e rivestirlo con oro e argento. In tal modo, anche in caso di furto, lo stūpa sarebbe rimasto sostanzialmente intatto. Il re approvò la proposta e lo stūpa fu edifi­cato secondo queste indicazioni. Era alto uno yojana e largo venti ri, e per costruirlo furono necessari sette anni, sette mesi e sette giorni di lavoro. Terminata la costruzione, il re Kitsuri elargì offerte al Buddha cui era dedicato lo stūpa, ed ai Suoi monaci.”

Il re Prasenajit disse: “Il re Kitsuri era un monarca molto ricco. Temo che lo stūpa che edificherò sarà ben povera cosa in con­fronto al suo.” Lo stūpa venne terminato dopo sette mesi e sette giorni di lavoro. Allora il re Prasenajit, come il suo predecessore, il re Ki­tsuri, elargì offerte al Buddha ed ai Suoi monaci.

Uno stūpa deve essere edificato in questo modo: costruite innanzitutto una base quadrata, circondata da un parapetto. Su questa base innalzate una torre circolare a due piani; ai suoi lati fissate quat­tro aste ricurve a cui agganciare baldacchini e stendardi. Installate in­fine in cima alla costruzione un’asta verticale, attorno alla quale fis­sate un certo numero di anelli. Se qual­cuno insinua che il Buddha, che quale ha trasceso desiderio, odio e ignoranza, ha insegnato a co­struire stūpa solo per glorificare il suo nome, costui sta diffa­mando il Buddha e la sua punizione sarà grande.

Un complesso monastico deve essere progettato in questo modo: scelto il luogo adatto, la prima cosa da considerare è lo stūpa che non deve essere collocato nella zona meridionale, né in quella oc­cidentale, ma a nord, o a est. Gli alloggi in cui vivono i monaci non devono essere troppo vicini allo stūpa e alle immagini buddhistiche. Se lo stūpa è posto vicino al cimitero, è necessario che sia costruito uno steccato attorno a quest’ultimo, così che i cani non pos­sano portare i resti dei cadaveri sul monumento. È necessario anche consi­derare i problemi di scolo delle acque: queste non devono defluire dalla zona in cui sono ubicati gli alloggi dei monaci, siano essi a sud o a ovest, verso l’area dove si trova lo stūpa; il contrario è invece per­messo.

Lo stūpa dovrebbe essere innalzato su un terreno elevato, perché possa essere visto da lontano. All’interno dell’area delimitata dal parapetto che cir­conda lo stūpa non è permesso lavare, tingere o appendere abiti, calzare scarpe o sandali, coprirsi il capo o le spalle, contaminare il terreno sputando muco o saliva. Se qualcuno insinua che il Buddha, che ha trasceso desiderio, odio e ignoranza, ha inse­gnato a costruire stūpa solo per glorificare il suo nome, costui sta diffamando il Buddha e la sua punizione sarà grande. Questo è il modo di edificare un complesso monastico.

La storia seguente narra di un’edicola votiva realizzata in uno stūpa. Una volta il re Prasenajit si presentò al Buddha, si prostrò davanti a lui e disse: “Lo stūpa dedicato a Kāśyapa è pronto. Posso ora completarlo con un’edicola votiva in cui ospitare le immagini del Buddha?’ Il Buddha rispose: “Sì, lo puoi fare” e narrò la seguente sto­ria:

Quando il Buddha Kāśyapa entrò nel parinirvāna, un re di nome Kitsuri edificò uno stūpa dedicato a questo Buddha. Su ognuno dei quattro lati fu realizzata un’edicola votiva. Sopra le edi­cole fu collocato un certo numero di leoni scolpiti nel legno; numerosi dipinti erano disposti sulle pareti laterali e sul fondo. All’esterno fu­rono sparsi fiori e all’interno furono esposti stendardi e baldacchini. Attorno alla struttura fu quindi installato un parapetto di protezione. Se qualcuno insinua che il Buddha, che ha trasceso desiderio, odio e ignoranza, ha insegnato a costruire e decorare le edicole votive sol­o per suo compiacimento, costui sta diffamando il Buddha e la sua punizione sarà grande. Nel realizzare un’edicola collocata in uno stūpa, queste sono le regole da rispettare.”

Ora dunque sappiamo che tutti i Buddha illuminati sono so­liti innalzare stūpa in segno di venerazione per i Buddha del passato. Si potrebbero citare in proposito molti altri esempi, ma quelli riferiti finora sono sufficienti.

Gli insegnamenti della scuola Ubu[33] sono tra i più elevati del Dharma del Buddha. Il Mahāsamghikā-Vinaya, dal quale questa scuola deriva, fu introdotto in Cina da Hokken,[34] dopo un difficile viaggio nel corso del quale scalò anche il Picco dell’Avvoltoio. Gli insegnamenti di questa scuola corrispondono a quelli della trasmissione da patriarca a patriarca.       

Il terzo modo di venerare il Buddha è fare offerte davanti a uno stūpa, ad un caitya, o al corpo di un Buddha. 

Il quarto modo è elargire doni anche in assenza di qualsiasi costru­zione religiosa. Semplicemente offrite qualcosa; non importa se vi trovate o meno di fronte ad un manufatto religioso, perché questo è di  scarsa importanza. Di fatto, per quanto entrambe le azioni siano virtuose e apportatrici di grande merito,  fare un’offerta in assenza di un monumento religioso è fonte di merito maggiore perché questo modo è libero da qualsiasi limitazione. Si tratta comun­que di un det­taglio, l’importante è fare offerte.       

Il quinto modo è fare offerte, di persona, ad un Buddha o ad un caitya.       

Il sesto modo è esortare gli altri a fare liberamente offerte al Buddha o ad un caitya. Fare offerte al Buddha in prima persona e inco­raggiare gli altri a farlo, sono entrambe azioni meritevoli, è tuttavia quest’ultima che produce il merito più grande.       

Il settimo modo è offrire beni materiali al Buddha, alle sue reliquie, ad un caitya, o ad uno stūpa. Queste offerte possono essere suddivise in tre categorie: 1) abiti, cibo e quant’altro necessario alla vita, 2) incenso e fiori, 3) decorazioni per abbellire il tempio. 

L’ottavo modo è fare offerte sinceramente. Vi sono in que­sto caso tre possibilità: fare offerte con cuore sincero, avere una fede incontaminata nel potere del Buddha, aspirare alla Buddhità. 

Il nono modo è fare offerte senza compiacersi di ciò che si sta facen­do. Questo modo può essere diviso in due categorie: 1) elar­gire doni senza atten­dersi ricompense non materiali, 2) elargire doni senza attendersi ricompense mate­riali. 

Il decimo modo è fare un’offerta della propria prassi reli­giosa. Le offer­te di questo genere, note come “Vene­razione della condizione di verità”, immancabilmente conducono al risveglio. Que­ste offerte si dividono in tre categorie: 1) offerte di beni materiali, 2) offerte fatte con gioia, 3) offer­te della propria prassi religiosa.

 

Questi sono i dieci modi di venerare il Buddha; allo stesso modo vene­riamo il Dharma e il Samgha. Venerare il Dharma significa venerare i principi che stanno alla base degli insegnamenti e della prassi del Buddha, così come sono esposti nei Sūtra. Venerare il Samgha significa venerare i Tre Veicoli, le loro immagini, gli stūpa e i caitya, e venerare i monaci comuni.

I Buddha sono venerati da sei tipi di mente: 1) la mente che conduce alla suprema felicità, 2) la mente che conduce alla suprema benevolenza, che sorge grazie alla venerazione dei Tre Tesori, 3) la mente eccellente tra tutti gli esseri senzienti, 4) la mente che si incon­tra raramente come il fiore di udumbara, 5) la mente senza uguali tra tutti gli esseri nelle tremila migliaia di grandi mondi, 6) la mente libera da discriminazione che accetta sia il sacro sia il profano. Una piccola of­ferta fatta con uno di questi sei atteggiamenti della mente produce molto merito; ancora maggiore merito è prodotto da una grande of­ferta.

Tutti i Buddha elargiscono offerte con cuore sincero; noi dovremmo fare altrettan­to. Le regole che sovrintendono alla elargizione delle offerte fanno parte della trasmissione e dunque devono es­sere rintracciate nei diversi sūtra. Le cerimonie religiose de­dicate al Buddha sono di per sé un’offerta. Trattandosi di una trasmissione da Patriarca a Patriarca, soltanto i Patriarchi conoscono le regole per co­struire uno stūpa, o un caitya, e per fare offerte davanti ad essi. Modi­ficare tali regole è in contrasto con il Dharma e le offerte fatte in tal modo producono poco, o nessun merito. Dovremmo perciò offrire doni nel modo prescritto e, quando viene il momento, trasmettere fe­delmente queste modalità.

Il Maestro Zen Ling-tao[35] passò molti anni accudendo devota­men­te alla tomba del suo defunto Maestro Enō. Quando era un novizio al servizio dei suoi compagni monaci, Enō pestò il riso giorno e notte, senza mai fermarsi. Quali eccellenti esempi di venerazione esercitata nel vero spirito degli insegna­menti! Oltre a questi due, si potrebbero citare altri numerosi casi.

Questi, dunque, sono i corretti modi di elargire offerte ai Buddha; studiateli ed agite di conseguenza.

       

 

Scritto da un discepolo di Dōgen, durante il ritiro estivo del 1255.[36]

Ricopiato a Eiheiji, il 23 giugno 1279.

 



[1] Si tratta di una biografia del Buddha in sessanta fascicoli (il Fo Pen-hsing Chi Ching), tradotta in cinese da Jñānagupta (523-600).

[2] Maudgalyāyana, uno dei dieci discepoli principali del Buddha, eccellente nei poteri mistici.

[3] Tenrinnō, dal sanscrito cakravarti-rāja, “Re dalla ruota che gira”. Nell'antica mitologia indiana, vi sono quattro di questi re che governano sui quattro continenti che circondano il Monte Sumeru. Ciascuno di essi possiede una preziosa ruota o cakra.

[4] Lett. “Così arrivato”.

[5] Lett. “Colui che ascolta”, in origine si riferiva a tutti coloro che avevano udito direttamente l’insegnamento dalla voce del Buddha. Più tardi, la parola śrāvaka fu utilizzata più genericamente per distinguere gli studenti Hīnayāna da quelli Mahā-yāna.

[6] Due dei dieci titoli attribuiti al Buddha.

[7] Bhagavat, lett. “Il Santo Signore” o “Il Beato”.

[8] Si riferisce all’Universo. Si veda il Sūtra del Loto, pag. 144.

[9] Un testo tradotto in cinese da Kumārajiva, allo scopo di dimostrare che i Bodhisattva non devono addestrarsi assieme agli śrāvaka.

[10] Il pratyekabuddha o “Buddha solitario”, è il veicolo che si basa sulla teoria dell’originazione interdipendente (i dodici anelli della catena di causa ed effetto). Gli altri due veicoli sono: il veicolo dello śrāvaka o “Uditore”, che si basa sulla teoria dei quattro stadi,  ed il veicolo del bodhisattva o “Essere di verità”, basato sulle sei pāramitā (le sei perfezioni, o perfezionamenti). 

[11] Il paradiso delle trentatre divinità, ubicato in cima al monte Sumeru, dove si trova il palazzo di Śakrendra.     

[12] Uno dei paradisi del dhyāna nel mondo della forma.

[13] Detti anche i tre mondi miserabili, sono: il mondo degli inferi, il mondo degli spiriti affamati, il mondo degli animali.

[14] Il sanscrito asamkhya significa “Non calcolabile”.

[15] Lo stadio in cui il Bodhisattva percepisce la dharmatā, o natura-dharma, cioè la reale natura del mondo fenomenico.

[16] Si ritiene che questo sia l’ultimo sermone del Buddha di cui esiste solo la versione cinese, essendo andato perduto l’originale sanscrito.

[17] Dal sanscrito kalyāna-mitra, lett. “Amico di buon consiglio”.

[18] Il liang è un’unità di peso cinese, equivalente a circa 15 grammi.

[19] Si veda il Sūtra del Loto, pag. 304.

[20] Lett. “Con il palmo delle mani unito”. Si tratta di un saluto tradizionale, nei monasteri. Le mani giunte sono tenute all'altezza del petto, con la punta delle dita grossomodo allineata con le narici.

[21] Il Dhammapada riporta la divisione in kāma-loka (il mondo retto dal desiderio dei sensi), rūpa-loka (il mondo della forma sottile), ed ārūpa-loka (il mondo privo di forma).

[22] Il Maestro Sekitō Kisen (700-790), nella linea di trasmissione del Maestro Daikan Enō. [Shih-t’ou Hsi-ch’ien]

[23] Un commentario in cento capitoli al Mahāprajñāpāramitā Sūtra, scritto da Nāgārjuna e tradotto in cinese da Kumarajiva.

[24] Un tumulo.

[25] Le regole monastiche (vinaya) dei Mahāsamghika, o scuola del Grande Samgha, una delle due principali scuole Hīnayāna. Noto anche come Makasogi.

[26] Dal sanscrito sharīra, “Ossa, reliquie”.

[27] Si tratta di traduzioni cinesi dei Sūtra raccolti dalla scuola Hīnayāna degli Sarvāstivādin. Non differiscono molto dai testi del Sutta Pitaka (il Canestro dei Sūtra) che sono contenuti nel Canone Theravāda.

[28] Il Maestro Nangaku Eshi (515-577), il secondo Patriarca della scuola Tendai, in Cina.

[29] Si veda il Sūtra del Loto, pag. 230.

[30] Un ri equivale a 3,75 km, mentre uno yojana equivale al percorso che un bue riesce a coprire in una volta, tirando un carro – circa quindici chilometri.

[31] Re del Kośala, contemporaneo del Buddha Śākyamuni e suo discepolo laico.

[32] Non è stato rintracciato il nome originale sanscrito.

[33] Una delle venti scuole Hīnayāna, sorta circa trecento anni dopo la morte di Śākyamuni.

[34] Un monaco cinese che partì per l’India nel 399 dove giunse dopo un viaggio di sei anni. Dopo aver studiato il sanscrito e aver raccolto i testi del Tripitaka (Sūtra, Vinaya, e Abhidharma), ritornò in Cina, passando per Sri Lanka, e tradusse nella sua lingua tutti i testi riportati.

[35] Il Maestro Sōkei Reito (645-760), discepolo del Maestro Daikan Enō. Maestro Daigyō è il suo titolo postumo.

[36] Due anni dopo la morte del Maestro Dōgen.