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KIE BUPPOSO-BO[1]

Prendere Rifugio nei Tre Tesori

 

 

In questo capitolo il Maestro Dōgen sottolinea l’importanza del vo­tare se stessi ai Tre Tesori. “Prendo rifugio nel Buddha, prendo rifu­gio nel Dharma, prendo rifugio nel Samgha” è la formula tradizio­nale che apre la porta ai Tre Tesori. ‘Buddha’ è Gau­tama Bud­dha ma denota anche tutti coloro che hanno acquisito la condizione di Buddhità; ‘Dharma’ significa la realtà così com’è, ‘Samgha’ signi­fica la comunità dei monaci, delle mo­nache, dei laici e delle laiche. Il Ma­estro Dōgen sostiene che la quint’essenza dell’insegnamento è proprio la devozione ai Tre Tesori.

 

La domanda 120 dello Zen’en-shingi[2] è: “Veneri i Tre Te­sori o no?” Questa domanda dimostra chiaramente che laddove i Patriar­chi trasmisero la vera Legge, la gente venerava i Tre Tesori. Se non li veneria­mo, non possiamo prendere rifugio in essi; se non pren­diamo rifu­gio in essi, non possiamo venerarli. Il merito insito nell’aver preso rifugio nei Tre Tesori si manifesta quando esiste un legame spi­rituale tra noi e il Buddha. Che voi siate un essere celestiale o terrestre, un dèmone, uno spirito affamato, o un animale, non ha alcuna impor­tanza; il merito derivante dal prendere rifugio nei Tre Tesori è lo stesso. Dopo aver preso rifugio il no­stro merito continua a crescere, e infine realizzeremo il risveglio.

Influenzati da cattivi amici o da dèmoni, alcuni possono perdere l’aggan­cio con la Via e smettere di produrre il bene. Anche in que­sto caso, però, il merito per aver preso rifugio nei Tre Tesori, in pas­sato, continua a crescere ed alla fine costoro di nuovo ricominceranno a produrre il bene.

Quando prendiamo rifugio nei Tre Tesori, realizziamo la pura es­senza della fede e siamo protetti dalle false opinioni. Sia quando il Tathā­gata[3] è manifesto sia quando non è manifesto, la gente dovrebbe prendere rifugio nei Tre Tesori, nel seguente modo. Dopo aver giunto le mani in gasshō e chinato il capo, si recita: “Da questo momento e fino a quando conseguirò la Bodhi, prendo rifugio nel Buddha, prendo rifugio nel Dharma, prendo rifugio nel Samgha. Prendo rifugio nel Buddha, il Su­blime. Prendo rifugio nel Dharma, che libera da ogni desiderio. Prendo rifugio nel Samgha, la comunità più onorevole. Ho preso rifugio nel Bud­dha, ho preso rifugio nel Dharma, ho preso rifugio nel Samgha.” È così che i sinceri ricercatori della Via dovrebbero pren­dere rifu­gio nei Tre Tesori. Dovremmo farlo anche se il nostro corpo è soggetto a nascita, a morte e ad incessante mutamento, perché questo ga­rantisce il conti­nuo sviluppo della nostra natura di Buddha, così che alla fine ci risveglie­remo all’illuminazio­ne.

Il termine giapponese kie, ‘Prendere rifugio’, è un composto: ki-e. La prima parte significa “Gettarsi senza riserve in qual­cosa”; la se­conda, signi­fica “Fare assegnamento su.” Dovremmo gettarci nei Tre Tesori così come un bambino si getta nelle braccia del pa­dre. Dovremmo affi­darci ai Tre Tesori nel modo in cui una nazione si affida al re per la sua prosperità. Prendiamo rifugio nel Buddha perché è il nostro grande inse­gnante. Prendiamo rifugio nel Dharma perché è una medicina efficace. Prendiamo rifugio nel Samgha perché è costi­tuito da molti buoni amici. È stato chiesto: “Perché prendiamo rifugio soltanto nei Tre Te­sori?” La risposta è stata: “Perché sono il nocciolo della Via del Bud­dha; prendere rifugio nei Tre Tesori libera gli esseri senzienti dal ciclo di vita e morte e conduce, infine, al risveglio.” Il merito associato ai Tre Tesori è incommensurabile, è al di là della nostra possibilità di concepirlo.

Śākyamuni, in giapponese, indiano e cinese, è rispettiva­mente Butsu, Buddha e Chueh. Il suo significato è:  “Colui che ha ri­svegliato la perfetta, suprema illuminazione.” L’Insegnamento del Buddha, o Legge, è chiamato Ho in Giappone, Dharma o Dhamma in India, e Fa in Cina. Normalmente con la parola ‘Legge’ si intende un giudizio sulla natura buona, cattiva o neutra delle azioni. La ‘Legge’ dei Tre Tesori, tuttavia, implica una norma universale. In Giappone la comunità buddhistica è co­nosciuta come So, in India come Samgha e in Cina come Hoho-chung. Tutti questi termini signi­ficano “Comunità armoniosa.”

I Tre Tesori possono essere considerati secondo quattro ca­tegorie. La prima categoria è riferita alla continuità dei Tre Tesori dopo l’ingresso del Buddha Śākyamuni nel parinirvāna. Nell’ambito di questa categoria gli stūpa e le immagini del Buddha sono il tesoro-Buddha, i sūtra sono il tesoro-Dharma, coloro che si sono rasati il capo sono il tesoro-Samgha. La seconda categoria è l’efficacia degli insegnamenti del Buddha Śākyamuni, al presente. Qui i cinque tipi di dharma-kāya[4] sono il tesoro-Buddha, la piena comprensione delle Quat­tro Nobili Verità è il tesoro-Dharma, e coloro che sono arhat,[5] o che lo saranno in futuro, sono il tesoro-Samgha.

[La terza categoria è il corpo della teoria. Qui i cinque ag­gregati[6] sono il tesoro-Buddha, la verità della cessazione[7] è il tesoro-Dharma, e l’acquisizione dei meriti attraverso lo sforzo dello studio è il te­soro-Samgha.][8] La quarta e ultima categoria è l’assoluta unità dei Tre Te­sori. Qui la stessa illuminazione[9] rappresenta il tesoro-Buddha, la incontaminata e quieta natura del risveglio rappresenta il tesoro-Dharma, e la per­fetta unità senza discri­minazioni nel Samgha è il te­soro-Samgha. Ora conosciamo la virtù insita nel prendere rifugio nei Tre Tesori. Do­vremmo dunque farlo immediatamente. Sfortunatamente, la mancanza di merito rende impossibile, per alcuni, anche il solo udire il nome dei Tre Tesori e, a maggior ragione, il prendere rifugio in essi.

Il Sūtra del Loto afferma: “Coloro che producono il male, come risultato della retribuzione karmica non riusciranno ad udire l’espressione ‘Tre Tesori’ nemmeno dopo il trascorrere di innumerevoli kalpa.”[10] Il Sūtra del Loto è il re dei sūtra: accettatelo come vostro grande insegnante. Tutti gli altri sūtra, in confronto, sono soltanto suoi sudditi, perché solo questo esprime la verità ultima. Gli altri conten­gono solo insegnamenti provvisori, non la vera intenzione del Buddha. Non utilizzate gli altri sūtra come metro per giudicare il valore del Sū­tra del Loto; sarebbe un errore perché quest’ultimo, quando sia spogliato del merito dei primi, è inutile. La precedente citazione tratta dal Sūtra del Loto mostra chiaramente che il merito dei Tre Tesori è veramente insupe­rato.

Il Buddha Śākyamuni ha detto: “La gente comune, per paura, spesso prende rifugio nelle divinità delle montagne, dei giar­dini, delle fo­reste, dei singoli alberi, ed in quelle delle antiche tombe. È una completa perdita di tempo. Si è mai sentito di qualcuno che, in questo modo, sia stato liberato dal dolore e dalla sofferenza? Quando prendiamo rifugio nei Tre Tesori otteniamo una chiara percezione di tutti i fenomeni attraverso la saggezza delle Quattro Nobili Verità. Questo significa che comprendiamo che la vita è in sé sofferenza, che le cause di questa sofferenza sono l’illusione e il desiderio, che il nirvāna è libertà dalla sofferenza, e che la prassi del Nobile Ottuplice Sentiero[11] conduce al nirvāna. Indiscutibil­mente prendere rifugio nei Tre Tesori lenisce la sofferenza, ed è perciò la cosa più degna da farsi.”

Il Buddha Śākyamuni ha insegnato questo a beneficio degli es­seri sen­zienti che, per paura, ritengono utile prendere rifugio nelle divi­nità mon­tane, nei dèmoni o in certe tombe. Dovremmo essere consa­pevoli che simili rituali non mettono al riparo dalla sofferenza. I se­guaci di altre reli­gioni hanno proposto molti modi diversi per libe­rarsi dalla sofferenza e vedere esauditi i propri desideri. Essi racco­man­dano ad esempio di mimare i movimenti delle mucche, mangiare il cibo dei daini, imitare gli atteggia­menti dei dèmoni, degli spiriti affa­mati, dei sordomuti, dei cani, dei polli o dei fagiani. Affermano poi che si può raggiungere lo scopo cospargendo il corpo di cenere, la­sciando crescere i capelli, recitando formule magiche e sacrificando poi una pecora, adorando il dio del fuoco per quattro mesi, digiunando per sette giorni, oppure offrendo centomila fiori agli esseri celestiali. Che sciocchezze prive di fondamento e di significato! Nessuna persona as­sennata può condividere simili idee senza senso, ben sapendo che non si può acquisire alcun merito da questi rituali e che, anzi, coloro che li eseguono sof­frono inutilmente. È dunque chiaro che non dobbiamo prendere rifugio in re­ligioni diverse dal Dharma del Buddha, né eseguire rituali diversi. I riti elencati prima valgono sol­tanto come esempio, perché in realtà ne esistono molti altri. Dovremmo comunque evitare qualsiasi rito che si traduca essenzial­mente nell’adorazione di divinità, alberi o tombe. Nascere come essere umano è molto difficile, più difficile ancora è incontrare il Dharma del Buddha. Siamo stati fortunati sotto entrambi i profili; sarebbe allora una vera tragedia trascorrere la vita al servizio di divinità da bambini, a causa delle nostre opinioni errate. Dovremmo invece prendere subito rifugio nei Tre Tesori, perché soltanto questo conduce alla realizzazione del risveglio.

Nel Sūtra Hsi-yu è scritto: “Pur conducendo alla condizione di arhat tutti gli abitanti dei quattro continenti[12] e dei sei paradisi inferiori,[13] il merito non sarebbe paragonabile a quello che deriva dal con­durre un solo essere senziente a prendere rifugio nei Tre Tesori.”

I quattro continenti di cui si parla sono quelli che circon­dano il monte Sumeru; i loro nomi derivano dalla colloca­zione geo­grafica. Poiché il Dharma del Buddha non esiste nel continente set­tentrionale, unico tra i quattro, è assai raro che uno dei suoi abitanti pervenga alla condi­zione di arhat. Anche se ci riuscissimo, il merito non sarebbe paragona­bile a quello che deriva dal condurre una solo essere a prendere rifugio nei Tre Tesori. Si dice anche che pochi, tra coloro che vivono del paradiso in­feriore, hanno mai percepito la Via. Tuttavia, anche se riuscissimo a con­durre i suoi abitanti alla con­dizione di arhat, il merito non sarebbe uguale a quello che deriva dal condurre un solo essere a prendere rifugio nei Tre Tesori.

Nello Zō-ichi-agon-gyō[14] si narra questa storia:

Un abitante del Cielo Trāyastrimśa[15] si accorse che improvvi­samente erano comparsi sul suo corpo i cinque segni di morte im­minente.[16] Egli intuì che sarebbe probabilmente rinato come cin­ghiale, ma non sapeva assoluta­mente cosa fare. Cominciò a gridare disperatamente. Śakrendra, udendo il suo grido carico di angoscia, gli suggerì di pren­dere immediatamente rifugio nei Tre Tesori. Egli seguì il consiglio e gra­zie a questo evitò di rinascere come cinghia­le. A questo proposito il Buddha Śākyamuni recitò questi versi:


Coloro che prendono rifugio nel Buddha sono certi di non rina­scere nei tre mondi della sofferenza.[17] Le loro menti sono libere da illusione ed essi ottengono la protezione di tutti gli esseri celestiali e ter­restri; infine, entrano nel nirvāna’.

 

     Avendo preso rifugio nei Tre Tesori, l’essere celestiale rinac­que in seno ad una ricca famiglia, divenne monaco, e realizzò infine la condi­zione di ar­hat.” Il merito che deriva dal prendere rifugio nei Tre Tesori è ve­ra­mente incommensu­rabile ed illimitato è il suo potere.

Molto tempo fa, all’epoca di Śākyamuni, si presentarono davanti a Lui duemila seicento mi­lioni di draghi affamati. Piangendo amara­mente, essi dissero: “O venerabile Buddha t’imploriamo, mostra la tua compassione e sal­vaci. Un tempo tutti noi eravamo monaci ma abbiamo poi commesso cat­tive azioni soffrendo così per centomila kalpa nei tre mondi del male. Continuando a produrre cattivo karma, diventammo dra­ghi sottoposti a inconcepibili sofferenze.” Il Buddha disse: “Dovreste su­bito prendere ri­fugio nei Tre Tesori e ricominciare a promuovere il bene. Questo vi con­sentirà, nella vostra prossima ri­nascita, di vedere l’ultimo Buddha. Nell’istante in cui questo Buddha si manifesterà nel mondo, il vostro cat­tivo karma scomparirà.” I dra­ghi diedero retta a queste parole e presero immediata­mente rifugio nei Tre Tesori.

Il Buddha non aveva altra possibilità di salvare questi draghi se non quella di suggerire loro di prendere rifugio nei Tre Tesori. Tutti questi esseri erano stati monaci e avevano preso rifugio nei Tre Tesori ma, a causa di conti­nue cattive azioni, erano diventati draghi affamati. La loro unica possibilità di salvezza consisteva nel prendere rifugio nei Tre Te­sori, non c’era altro modo. Senza dubbio, l’atto di prendere rifugio nei Tre Tesori è molto profondo e genera merito insuperabile. L’Insegnamento del Buddha è questo. Non abbiate dubbi in proposito, anzi prendete subito rifugio nei Tre Tesori. Per liberare i draghi dalla sofferenza il Buddha insegnò loro a pren­dere rifugio nei Tre Tesori, non a recitare i nomi dei diversi Buddha. In verità, la profondità della comprensione del Buddha è per noi inconce­pibile. La gente d’oggi dovrebbe prendere rifugio nei Tre Tesori, non salmodiare i nomi dei vari Buddha senza nemmeno sapere ciò che fa. Cercate di non perdere l’opportuni­tà di acquisire il merito dei Tre Tesori.

Un sūtra narra la seguente storia: “Nella comunità dei dra­ghi vi­veva una femmina cieca, in condizioni miserevoli. La sua bocca era una massa gonfia di ulcere in suppurazione, infestata da una mol­titudine di vermi. Sembra­va un mucchio di escrementi e puzzava come le parti intime di una donna o un pesce marcio. Era uno spetta­colo davvero spaventoso. I parassiti le avevano ulce­rato la bocca in più punti, e da lì colavano sangue e pus. Zanzare, tafani e mosche ve­lenose la pungevano succhiando san­gue e pus. Essa aveva un aspetto veramente repellente.

Quando la vide, il Buddha le chiese: ‘Che cosa hai fatto per otte­nere una simile retribuzione karmica?’ Essa rispose: ‘O venerabile Bud­dha, il dolore che provo è incessante e perfino parlare mi è diffi­cile. Degli ultimi tremila seicento milioni di anni, centomila li ho tra­scorsi come drago. Sono afflitta da un dolore ininterrotto che non mi abbandona mai, neppure per un istante. La causa di questa soffe­renza risale a novantun kalpa or sono, all’epoca del Buddha Vipaśyin.[18] Al­lora ero una monaca ma fui presa da un desiderio sessuale più impel­lente di quello di un ubriaco. Spesso violavo i precetti e cominciai an­che a rubare. Per soddi­sfare la mia lussuria collocai un letto addi­rittura nella zona del tempio. A causa di questo comportamento sono nata più e più volte come drago, preda di un dolore paragonabile a quello che si prova immersi nel fuoco. Non sono riuscita a rinasce­re come essere umano neppure una volta in tutto questo tempo’.

Il Buddha le chiese: ‘Se quello che hai detto è vero, dove pensi di rina­scere quando questo kalpa finirà?’ Ella rispose: ‘Il male che ho com­messo in passato è stato grande. Neppure nel prossimo kalpa, e nemmeno in quello suc­cessivo, potrò rinascere come essere celestiale o terrestre e tor­nerò ancora a essere un drago. O compassione­vole Buddha, ti supplico di salvarmi’.

Il Buddha, prendendo un poco d’acqua nella mano, disse: ‘Questa è conosciuta come l’acqua che esaudisce. Un tempo, senza esitare, ho sacri­ficato la mia vita per salvare un piccione. Se ciò che mi hai narrato è vero, sarai purificata’. Il Buddha si versò un poco d’acqua in bocca e la spruzzò su di lei che, immediatamente, fu libe­rata da tutti i mali. Così purificata chiese di prende­re rifugio nei Tre Tesori, ed il Buddha acconsentì.”

Questa femmina di drago era stata una monaca all’epoca di Vipaśyin, ma aveva infranto i precetti. Fu solo perché aveva già preso una volta rifugio nei Tre Tesori che poté farlo nuovamente, incontrando il Buddha Śākyamuni. Noi non siamo femmine cieche di drago né animali, eppure non siamo capaci di vedere il Buddha, o di prendere rifugio nei Tre Tesori. Dovremmo davvero vergo­gnarci di noi stessi. Dobbiamo capire che prendere rifugio nei Tre Tesori è la scelta più degna e che, quando lo facciamo, riceviamo il merito che trae origine dallo stesso Buddha, ine­stimabile tanto in quantità che in profondità. Proprio per questo merito, il re Śakrendra si prostrò da­vanti ad una volpe selvatica e prese rifugio nei Tre Tesori.

Una volta il Buddha soggiornava in una foresta di alberi nyagro­dha[19] presso Kapilavastu; venne Makanama[20] che, ritto davanti a lui, gli chiese: “Che cosa si intende per laico[21] seguace del Dharma del Bud­dha?” Il Bud­dha rispose: “Qualsiasi persona, uomo o donna, che, sano di mente e di corpo, prenda rifugio nei Tre Tesori.” Makanama chiese ancora: “Chi al­lora è conosciuto come laico ‘grado per grado’?” Il Buddha disse: “Qual­siasi persona che, avendo preso rifu­gio nei Tre Tesori, prosegue prendendo i precetti a uno a uno. Prima di poter prendere i precetti, un di­scepolo del Buddha deve prendere rifugio nei Tre Tesori.”

Narra il Dhammapada: “Poco prima di morire, re Śakrendra intuì che sarebbe rinato come asino. Fu assalito dall’angoscia e pensò: ‘Solo il Buddha può salvarmi da questa sorte’. Si affrettò a raggiungere il luogo in cui sog­giornava il Beato ma morì proprio mentre si stava pro­strando davanti a Lui. Pertanto rinacque nel grembo di un’asina. Qualche tempo dopo, l’asina divenne irrequieta, ruppe le briglie ed il morso che aveva in bocca e andò a fracassare alcuni vasi di coccio, davanti ad un negozio lì vicino. Il proprietario era furioso. Prese un bastone e cominciò a picchiarla fino a farla abortire; Śakrendra si ritrovò così nella prece­dente condizione regale. Tornò dal Buddha e questi gli disse: ‘Prendere rifugio nei Tre Tesori, così come hai fatto, distrugge il cattivo karma passato’. Nell’udire queste pa­role, Śakrendra si risvegliò al primo stadio[22] della condizione di ar­hat.”

Chi prende rifugio nei Tre Tesori è libero sia dalle sofferenze di questo mondo, sia dalla possibilità di cadere nei tre mondi del male; que­sto è l’inse­gnamento della storia testé narrata. Il re Śakrendra prese rifu­gio nei Tre Teso­ri, grazie a ciò non solo fu salvato dalla possibilità di cadere nei tre mondi del male, liberato dal cattivo karma passato e reinte­grato nella sua condizione precedente, ma rea­lizzò anche il primo stadio della condizione di arhat. Il merito deri­vante dal prendere rifugio nei Tre Tesori è veramente illimitato. Epi­sodi simili a quello narrato, erano molto comuni all’epoca di Śākyamuni. Oggi, invece, la gente non sa neppure come prendere rifugio nei Tre Tesori. Le reliquie e le immagini del Bud­dha esistono tutt’ora e noi dovremmo venerarle perché il loro merito è identico a quello del passato.

Nel Sūtra Wen-tseng-yu si riporta che il Buddha narrò que­sta sto­ria: “Ricordo che un tempo, innumerevoli kalpa or sono, una volpe selva­tica viveva sul monte Shita nel regno di Vima.[23] Un giorno, inseguita da un leone affamato, la volpe cadde in un pozzo profondo. Dopo due giorni, era ancora prigioniera. Consapevole del fatto che sa­rebbe morta entro poco tempo, compose questi versi:


La vita è impermanente e non m’importa di morire. Mi di­spiace solo che ciò avvenga in questo pozzo mentre avrei prefe­rito essere cibo per il leone. O voi Buddha, guardate la mia na­tura pura e di­sinteressata.”

 

Il re (celestiale) Śakrendra fu molto sorpreso nell’udire la volpe reci­tare i nomi dei diversi Buddha. Ne fu profondamente com­mosso e co­minciò anch’egli a recitarli più volte, mentalmente. Quindi pensò: ‘Vivendo in un luogo lontano dal Buddha e senza un maestro che mi guidi, sono condizionato dai cinque deside­ri’. Curioso di sa­pere perché mai la volpe avesse recitato i nomi dei Buddha, scese (dal cielo) fino al pozzo, assieme ad ottantamila esseri celestiali.

Lì, vide la volpe che penosamente graffiava le pareti del pozzo nel vano tentativo di uscirne. Śakrendra la osservò per un po’ e poi pensò: ‘Sono certo che questa volpe è davvero un Bodhisattva. Eppure, se così fosse, certamente si sarebbe salvata’. Chiamò dunque la volpe dall’alto: ‘I tuoi versi non erano una comune composizione poetica. Ti prego, esponi la natura del Dharma a noi esseri celestiali’. La volpe guardò in su e rispose: ‘Śakrendra, tu sei un re celestiale eppure non hai un insegnamento da of­frire. Mi chiedi di esporre la Legge mentre stai in alto sopra di me, una violazione delle più elementari norme di comportamento. Non sai forse che la salvezza del Dharma, così pura, si esten­de a tutti gli esseri? Perché sei così presuntuoso?’

Śakrendra fu sorpreso da queste osservazioni e si vergognò profon­da­mente. I suoi servitori, invece, pensarono che la discesa dal para­diso era stata inutile e scoppiarono a ridere. Voltandosi verso di loro Śakrendra disse: ‘Non siate sorpresi. Considerando la mia osti­nazione e mancanza di virtù, le parole della volpe sono giuste. Dav­vero ho bisogno di ascoltare al più presto l’esposi­zione del Dharma’. Calò la sua veste nel pozzo ed aiutò la volpe ad arrampicarsi. Gli esseri celestiali, da parte loro, prepararono un grande banchetto per la volpe. Essa mangiò abbondante­mente e, recuperato il buon umore, espose gioio­samente la Legge del Dharma.”

Il re Śakrendra ebbe fiducia nella volpe quale suo maestro e si prostrò davanti a lei. È estremamente difficile anche solo udire le parole Buddha, Dharma e Samgha, e il prostrarsi del re Śakrendra lo dimostra. Il buon karma passato ci ha consentito di incontrare i Tre Tesori, dob­biamo perciò serbarne consapevolezza perché ciò è di sostegno alla nostra mente che cerca il Buddha. Questa è l’essenza del Dharma. Il merito che deriva dal prendere rifu­gio nei Tre Tesori è ve­ramente incommensurabile e libera dalla sofferenza perfino i dèmoni e gli esseri celestiali, per non par­lare degli esseri umani.

Prendere rifugio nei Tre Tesori è il primo passo della Via. Noi veri cerca­tori dovremmo farlo prostrandoci nelle dieci direzioni; quindi, chiedendo di entrare in contatto con i Tre Tesori, dobbiamo bruciare in­censo e spargere fiori su di essi. Così hanno sempre fatto tutti i maestri del passato e questo è il modo insegnato dai Buddha e dai Patriarchi. È pos­sibile prendere rifugio nei Tre Tesori soltanto all’interno del Dharma del Buddha, cosa che lo distingue dalle altre religioni nelle quali si venerano dèmoni o esseri celestiali. Questa ceri­monia ci è stata tramandata così come venne insegnata dai Patriarchi.

       

 

Scritto durante il periodo dell’addestramento estivo del 1255.[24] Il Maestro Dōgen intendeva rivederlo ma ne fu impedito dalle cattive condi­zioni di salute.

Trascritto da Gien,[25] il 21 maggio 1279 allo Zenko-ji, nell’Echizen.



[1] Questo capitolo in alcune edizioni è titolato “Kie Sanbo”.

[2] Si tratta del Ch’anyüan Ch’ing kuei (Criteri per monasteri Zen), un testo scritto nel 1103 dal Maestro Chōro Sōsaku (?) [Ch’ang-lu Tsung-tse]

[3] Lett. “Così arrivato”.

[4] Dharma-kāya, il corpo della Legge, o corpo della realtà ultima, priva di forma e onnipervadente. La natura assoluta della mente-di-Buddha. È uno dei tre corpi di un Buddha, assieme al sambhoga-kāya, il corpo di ricompensa, la manifestazione sottile risultante dalla prassi, ed al nirmāna-kāya, il corpo manifestato per il bene degli esseri senzienti.         

[5] Arhat, lett. “Colui che ha valore”. Nel Buddhismo Hīnayāna, si dice che lo śrāvaka (uditore della voce) passi attraverso quattro stadi. Il primo è srotāpanna (l'entrata nella corrente), il secondo è sakrdāgāmin (chi è soggetto a tornare una volta sola), il terzo è anāgāmin (chi non è soggetto al ritorno), e il quarto ed  ultimo è arhat.

[6] I cinque skanda o aggregati sono: rūpa (il corpo-forma), vedanā (la sensa­zione), samjñā (la percezione, la nozione), samskarā (le impressioni risultanti, gli elementi della coscienza, lett. “I formati e i formanti”), e vijñāna (la coscienza individuale, la conoscenza discriminante).

[7] La terza delle Quattro Nobili Affermazioni.

[8] Questa terza categoria non è citata nel testo inglese di riferimento.

[9] Intesa come esperienza e comprensione della condizione di verità.

[10] Si veda il Sūtra del Loto, pag.333.

[11] Retta visione, retta intenzione/pensiero, retta parola, retta azione, retto sostentamento, retto sforzo, retta attenzione, retta concentrazione o condizione di equilibrio. Il Nobile Ottuplice Sentiero lo si può considerare composto di tre parti: Disciplina/Precetti (retta parola, retta azione, retto modo di sostentamento); Purificazione/Zazen (retta attenzione, retta concentrazione) ed infine, Controllo/Prajñā (retta visione, retta intenzione, retto sforzo).

[12] I quattro continenti, dal sanscrito catvāro-dvīpāh, che circondano il Monte Sumeru sono: Jambudvīpa (a sud), Pūrva-videha (a est), Apara-godāna (a ovest), e Uttara-kuru (a nord).

[13] I sei cieli del mondo dei desideri.

[14] L’Ekottarāgama Sūtra, tradotto in cinese dal monaco indiano Dharmanandi, nel 384.

[15] Uno dei sei cieli del mondo dei desideri, sulla cima del monte Sumeru.

[16] I cinque segni sono: gli abiti diventano sporchi, i fiori sui capelli appassiscono, il corpo inizia a puzzare, le ascelle sono sudate, si è scontenti della propria condizione originaria.

[17] I tre mondi miserabili sono: il mondo degli inferi, degli spiriti affamati, degli animali.

[18] Il primo dei sette Buddha. Si veda il cap. 52, Busso.

[19] Una specie di Ficus.

[20] Un membro della famiglia Śākya, che entrò nella comunità come laico.

[21] Dal sanscrito upāsaka.

[22] Indica la condizione di srotāpanna, colui che è entrato nella corrente.

[23] Si tratta di luoghi leggendari nel Jambudvīpa, il continente a sud del monte Sumeru, dove vivono gli esseri umani.

[24] Due anni dopo la morte del Maestro Dōgen.

[25] Il Maestro Ko-un Ejō, successore del Maestro Dōgen.