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JINSHIN INGA

Profonda Fiducia nella Causalità



In questo capitolo il Maestro Dōgen sottolinea l’importanza del chia­rimento e della comprensione della legge di causa ed effetto. Anche in questo capitolo l’insegnamento inizia, così come nel cap. 68 Daishu­gyō, con la famosa storia del maestro che, per aver dato una risposta sbagliata, era rinato sotto forma di volpe selvatica. Il Maestro Dōgen prosegue poi commentando le parole espresse da diversi maestri, sul principio di causalità.

 

Ogni qual volta il Maestro Zen Daichi Ekai, del monte Hyakujō, teneva ai monaci un discorso sul Dharma, tra gli uditori compariva vec­chio compariva; quando alla fine i monaci se ne an­da­vano, anche il vecchio lasciava la sala. Una volta, tuttavia, non se ne andò e Hyakujō gli chiese chi fosse. Il vecchio rispose: “In realtà non sono un essere umano. All’epoca del Buddha Kāśyapa ero l’abate di questo tempio; in tale veste mi fu chiesto da un allievo se una persona risvegliata fosse ancora soggetta alla causalità. Risposi di no e, per effetto di que­sta ri­sposta sbagliata, per cinque­cento volte sono rinato come volpe selva­tica. Ti sup­plico, venerabile monaco, insegnami il significato della causalità, così che io possa essere liberato da questa sofferenza.” Su­bito chiese: “Un risvegliato è soggetto alla causalità?” Hyakujō ri­spo­se: “Sì, nessuno è al di sopra degli effetti della causalità.” A queste pa­role il vecchio si ri­svegliò alla grande illuminazione e, prostratosi a Hyakujō, disse: “Ora sono liberato dall’esi­stenza come volpe. Il suo cadavere giacerà ai piedi di questa montagna, sul versante oppo­sto; per favore cercalo e fallo cre­mare con i riti che competono ad un sacerdote defunto.”

Hyakujō acconsentì e diede ordine al capo dei mo­naci di in­formare tutti che dopo il pasto si sarebbe tenuta una ceri­monia funebre per un sacerdote defunto. Poiché tutti erano in buona salute e l’infermeria era vuota, i monaci furono sor­presi da tale annuncio. Consumato il pasto, Hyakujō condusse i monaci sul versante opposto della montagna e qui, utilizzando il suo bastone, riportò alla luce il corpo della volpe. Fu quindi celebrata la cerimonia della cremazione.

Quella sera, nella Sala del Dharma, Hyakujō spiegò gli in­soliti avvenimenti della giornata. Non appena terminato il racconto, il mo­naco Ōbaku[1] chiese: “Se la risposta del vecchio fosse stata corret­ta, quale sa­rebbe stata la conseguenza?” Hyakujō disse: “Vieni più vicino te lo spiegherò.” Ōbaku si alzò, si avvicinò al Maestro e gli appioppò uno schiaffo in pieno viso. Hyakujō, battendo le mani e ridendo di cuore, esclamò: “Pensavo che gli stranieri avessero la barba rossa, ma ora so che gli uomini con la barba rossa sono stranieri.”

Questa storia è contenuta nel Tensho-koto-roku.[2] Nu­trire dei dubbi riguardo alla legge di causalità, come fanno oggi molti monaci, è già una chiara negazione dell’effettiva esistenza di questa legge. È davvero triste che la Via dei Buddha e dei Pa­triarchi abbia subito que­sto declino. Coloro che ritengono che i risvegliati siano al di sopra de­gli effetti della causalità, ne­gano volontariamente la legge di causa ed effetto; costoro finiranno senza dubbio nei tre mondi infernali. Al contrario, coloro che nutrono fiducia nella legge di causalità comprendono che nessuno è al di sopra dei suoi effetti ed ottengono la liberazione da tutte le soffe­renze. Non dovremmo dubitare di questo. Molti dei cosiddetti stu­denti Zen negano il principio di causalità semplicemente perché con­dividono un’errata opinione.

Il diciannovesimo Patriarca, il venerabile Kumāralabdha, affermò: “L’effetto delle nostre azioni passate, buone o cattive, si mani­festa in tre diversi momenti. La gente che vede il com­pas­sionevole morire giovane mentre l’aggressivo ha lunga vita, e che vede il malevolo felice mentre il virtuoso è disperato, pensa che felicità ed infelicità non siano correlate a tali condizioni. Si tratta però di un fraintendimento totale che nasce dall’ignorare che il karma, così come l’ombra sempre segue la forma, non si atte­nua neppure dopo centomila kalpa.”

È del tutto evidente che i Patriarchi non hanno mai negato la catena della causalità. Al contrario, oggi gli studenti della Via – negligenti nell’addestramento – non sono in grado di ri­conoscere la com­passione dei Patriarchi né di chiarire i loro in­segnamenti; eppure essi, malgrado tutto, si sentono ancora auto­riz­zati a proclamarsi guida degli uomini. In verità, però, sono il peggior nemico dell’uomo. Non inse­gnate che la causalità non esiste. Questo è falso e contrasta con la legge trasmessa dai Buddha e dai Patriarchi. Tali opinioni possono essere sostenute soltanto da chi ignora i veri insegnamenti.

Certi monaci cinesi hanno affermato: “Anche se siamo es­seri umani e abbiamo incontrato il Dharma, non riu­sciamo neppure a co­noscere la vita presente, per non parlare delle esistenze future. Il vec­chio monaco capo del monte Hyakujō, che era rinato come volpe, era in grado di ricordare le sue precedenti cinquecento esi­stenze. Ne de­duciamo che il suo rina­scere come volpe non fu conseguenza della causalità ma che, come essere risvegliato, entrò nel mondo animale per adem­piere al voto di salvare tutti gli esseri.”

C’è ben poco da aggiungere sugli insegnamenti delle cosid­dette guide spirituali! Il Buddha ha insegnato che tutti coloro che sono in grado di ricordare le loro passate esistenze, siano essi uomini, volpi, lupi o altri animali, riescono a farlo per ef­fetto del loro cattivo karma passato, non grazie al risveglio. Chi è negligente nella prassi non può compren­dere queste cose. Ricordare le proprie vite passate, siano esse mille o dieci­mila, non ha nulla a che fare col Dharma del Buddha. Alcune persone non inizia­te al Dharma del Buddha, hanno affermato di ricordare periodi di tempo fino a ottantamila kalpa ma questo, così come il ricordare cinquecento vite passate, è total­mente privo di ogni importanza.

La negligenza nell’addestramento e la conseguente igno­ranza della vera Legge, inducono molti monaci a condivi­dere la falsa idea che i risvegliati siano al di sopra degli effetti della causalità. Che situazione incresciosa e imperdonabile! Gli insegnamenti del Tathā­gata[3] sono stati conservati dai Patriarchi e sono ampiamente conosciuti; non pochi eretici, tuttavia, insi­stono nel negare il principio di causalità. Essi dovrebbero invece senza in­dugio correggere il loro errore, ed accet­tare il principio di causa ed effetto insegnato dai Buddha e dai Patriar­chi.

L’affermazione del Maestro Hyakujō secondo cui nessuno può sottrarsi agli effetti della causalità, dimostra la sua profon­da compren­sione di causa ed effetto. Il principio di causalità si­gni­fica che chi si addestra correttamente, realizza il risveglio; è una cosa semplice e di­retta come questa. Dovrebbe dunque es­sere chiaro che chi non si è impadronito del Dharma, non deve inse­gnarlo.

Il Patriarca Nāgārjuna[4] disse: “Negare il principio di causa­lità come fa chi ignora il Dharma del Buddha, significa negare non solo l’esistenza dei mondi presenti e futuri, ma anche l’esi­stenza dei Tre Tesori, delle Quattro Nobili Verità e dei diversi stadi della condi­zione di arhat.[5] Senza dubbio coloro che so­stengono simili opi­nioni non sono seguaci della Via. Ritenendo che corpo e mente dell’uomo siano due entità indipendenti, essi ne deducono che sebbene il corpo fi­sico dell’uomo si manifesti nel mondo, la sua natura interiore permane nella sfera dell’illumi­nazione. Inoltre, credendo che al momento della morte ci si riunisca spon­taneamente alla propria natura originaria e non vi sia rina­scita, essi ne deducono che lo studio della Via non è necessario. Questi di certo non sono insegnamenti buddhistici. Anche se si riceve l’ordinazione e s’indossa l’abito del monaco, con­dividendo tale errata opinione non si è discepoli del Buddha perché, come abbiamo detto, questa dottrina non è il Dhar­ma del Buddha. Ne­gare la catena della causalità è negare l’esi­stenza sia di questo mondo sia di tutti i mondi futuri. Chi so­stiene simili insegnamenti ovviamente non ha mai incontrato un vero e buon maestro, e nemmeno ne ha ricevuto gli in­se­gnamenti; diversa­mente infatti, avrebbe abbandonato tali dottrine col disprezzo che meritano.” Questi sono i compassionevoli insegnamenti del Pa­triarca Nāgārjuna. Dovremmo accettare le sue parole con grati­tudine e pre­starvi attenzione.

Il Maestro Zen Gengaku[6] fu uno dei principali allievi di Sō­kei Eno.[7] Egli aveva cominciato a studiare la Via approfon­dendo il Sūtra del Loto della scuola Tendai. Un giorno, tuttavia, mentre stava leg­gendo il Nirvana Sūtra, una luce dorata pervase la sua stan­za ed egli si risvegliò all’illuminazione. Questo avve­nimento fu attestato da Sokei  stesso. In seguito egli scrisse il “Canto del Risveglio”,[8] dove si dice: “Negare la causalità mentre ci si trova nel mondo dell’illusione, significa tirarsi ad­dosso inconcepibili sofferenze.”

Gli antichi saggi monaci possedevano una profonda com­prensione del principio della catena di causalità,[9] mentre ai giorni no­stri se ne sa poco o nulla. Dovremmo studiare il Dharma con la mente che cerca il Buddha solo per amore del Dharma e, come gli antichi saggi monaci, chiarire la catena della causalità. Comportarsi in modo diverso è negare il prin­ci­pio di causa ed effetto e, come è stato chiarito prima, questa non è la Via del Buddha.

Il vecchio Buddha Wanshi[10] scrisse questi versi:


Anche un palmo d’acqua può dar luogo ad un’onda ben più alta; così un monaco ha trascorso cinquecento vite come volpe sel­vatica.

Chiedersi se si è liberi o soggetti alla causalità è ri­ma­nere nel regno della discriminazione; non pos­siamo che bur­larci di ciò.

Andare al di là della mente discriminante, significa en­trare in un mondo in cui la discriminazione non è più di osta­co­lo, dove ci sono danze e allegria come davanti ad un dio, e dove il naturale fluire della musica accompagna una armonia di voci unite nel canto.”

 

Questi versi dimostrano che Wanshi non aveva com­preso causa ed effetto, perché considera equivalenti l’essere li­beri dalla cau­salità e l’esserne soggetti. Egli non fa neppure un rac­conto completo de­gli avvenimenti perché non parla della sorte dell’abate, limitandosi ad affermare che si libe­rò dal continuo rinascere come volpe. Questo è davvero molto strano perché il principio di causalità impone che egli debba comunque rinascere da qualche parte: nel mondo celestiale, in quello umano o in uno dei quattro mondi infausti.[11] Questo fatto è indi­scutibile. Credere che con la morte inevitabilmente ci si ricongiunga al grande oceano del nirvāna è un’opinione errata e fuorviante, sostenuta soltanto da chi non segue la Via del Bud­dha.

Il Maestro Zen Engo Kokugon[12] del monte Kassan, com­pose questi versi sulla storia di Hyakujō:


Il movimento di un pesce fa intorbidare l’acqua;

un uccello in volo perde le penne.

Come uno specchio limpido la causalità riflette tutto

 poiché è grande come l’infinito, universale cielo.

Un monaco deve trascorrere cinquecento vite come volpe:

questo è l’effetto della causalità.

Forte come un tuono che schianta un monte

o come una tempesta che scuote l’oceano,

permane vera e immutabile come oro puro e raffinato.”


Ma anche questi versi sono contraddittori: negano il prin­ci­pio di causalità in un passo, per poi affermarne l’eternità in un altro. Anche il Maestro Zen Dai-e Shōkō,[13] del monte Kinzan nella provincia di Shuoxing, scrisse un commento sul dialogo tra Hyakujō e il vecchio:

 

Essere liberi dalla causalità ed esserne soggetti, sono simili
tra loro come lo è la pietra alla terra.

Le cinquecento rinascite del monaco come volpe, sono come
una montagna d’argento ridotta a pietrisco.

Quando Hotei sentì narrare questa storia, batté le mani e
rise fragorosamente.”

 

Oggi i monaci ritengono che questi maestri siano emi­nenti Patriarchi. Tuttavia, anche il commento di Dai-e è abbastanza inaccettabile come spie­gazione del Dharma, perché è molto vicina a negare com­pletamente il principio di causalità. Nessuno dei circa trenta com-menti scritti sul dialogo di Hyakujō, avanza il dubbio che l’eventuale li­bertà dalla causalità implichi la negazione di questa. È deplorevole che costoro, non essendo riusciti a chiarire il principio di causa ed ef­fetto, spre­chino così le loro esistenze in futili discussioni.

È assolutamente necessario, per chi si addestra sulla Via, chiarire innanzitutto il principio di causalità; in caso contrario si resta influenzati dalle false opinioni, si trascura l’addestramento, ed infine si abbandona del tutto il retto comportamento. Il principio di causalità è chiaro. Tutti coloro che producono il male cadono nella dannazione, tutti coloro che producono il bene con­seguono il ri­sveglio. Questa è la ragione per cui i Buddha e i Pa­triarchi sono comparsi nel mondo, Bodhidharma è venuto dall’India, e gli esseri senzienti possono vedere il Buddha ed ascoltare i Suoi insegnamenti.

Solo i Buddha e i Patriarchi possiedono e trasmet­tono la vera comprensione della causalità; neppure Confucio o Lao-tzu furono capaci di farlo. Nel periodo di decadenza del Dharma, per carenza di meriti, gli allievi non sono in grado di trovare buoni maestri e di im­parare da loro; non riescono ad in­contrare il puro insegnamento e continuano ad ignorare la legge di causa ed effetto.

Anche se una persona non creasse altro cattivo karma oltre a quello derivante dal negare la causalità, questo stesso da solo provocherebbe comunque una smisurata soffe­renza. Grati per la compassione mostrata dal Buddha e dai Pa­triarchi, utilizzando la mente che cerca il Buddha, gli studenti dovrebbero subito chiarire il principio di causa ed effetto.

 

 

Compilato da Ejō durante il ritiro estivo del 1255.

Ho scritto e ricopiato questo testo che, tuttavia, è ancora incompleto. In futuro occorrerà scriverne una ver­sione com­pleta.” (Nota aggiunta da Ejō)



[1] Il Maestro Ōbaku Kiun (?-855?), uno dei successori del Maestro Hyakujō Ekai. [Huang-po Hsi-yün]

[2] Lett. “Raccolta dell’Era Tensho, della Torcia Profondamente Estesa”. Si tratta di una delle cinque raccolte indipendenti che formano il Goto-roku (Le Cinque Raccolte della Torcia), che sono state compilate durante l’era Sung (960-1279).

[3] Lett. “Così arrivato”.

[4] Il Maestro Nāgārjuna era il quattordicesimo Patriarca in India. Fu il successore del Maestro Kapimala ed insegnò al Maestro Kānadeva. Egli visse tra il 150 e il 250 d.C. 

[5] Arhat, lett. “Colui che ha valore”. Nel Buddhismo Hīnayāna, si dice che lo śrāvaka (uditore della voce) passi attraverso quattro stadi. Il primo è srotāpanna (l'entrata nella corrente), il secondo è sakrdāgāmin (chi è soggetto a tornare una volta sola), il terzo è anāgāmin (chi non è soggetto al ritorno), e il quarto ed  ultimo è arhat.

[6] Il Maestro Yōka Genkaku (675?-713), uno dei successori del Maestro Daikan Enō. [Yung-chia Hsüan-chüeh]

[7] Il Maestro Daikan Enō (638-713), successore del Maestro Daiman Kōnin. Spesso è chiamato semplicemente Sesto Patriarca o Sōkei, dal monte su cui dimorava. [Ta-chien Hui-neng]

[8] Vedi: “Il Canto dell’Immediato Satori”, ed. SE.

[9] Dal sanscrito Pratītya-samutpāda, la Catena della Originazione Interdipendente. I dodici legami son­o: ignoranza, formazioni psichiche, conoscenza, nome e forma, i sei organi di senso, contatto, sensazioni, desiderio, attaccamento, esistenza (divenire), nascita e mor­te. Si veda il cap. 34, Bukkyō.  

[10] Il Maestro Wanshi Shōgaku (1091-1157), nella linea di trasmissione del Maestro Tōzan Ryōkai [Hung-chih Cheng-chüeh]

[11] I quattro mondi infausti sono: gli inferi, il mondo dei preta o spiriti affamati, il mondo degli animali, e il mondo degli aśura o spiriti rabbiosi.

[12] Il Maestro Engo Kokugon (1063-1135), nella linea di trasmissione del Maestro Yōgi Hōe. Ha scritto la “Raccolta della Roccia Blu”. [Yüan-wu K’o-ch’in]

[13] Il Maestro Daie Sōkō (1089-1163), nella linea di trasmissione del Maestro Engo Kokugon. Egli era uno dei principali sostenitori del Kōan-zen (basato sulla considerazione intenzionale di domande e risposte), contrapposto al Mokusho-zen (Zazen silenzioso, riflessivo), sostenuto dal contemporaneo Maestro Wanshi Shōkaku. [Ta-hui Tsung-kao]